Ogni album di Kanye West dell’ultimo decennio è arrivato carico di un fardello pesante, tra drammi personali e polemiche pubbliche, e Bully non fa eccezione. Rimandato otto volte dal suo annuncio nel 2024 e poi pubblicato in versione incompleta, il disco ha avuto una gestazione lunga e turbolenta, segnata da eventi deludenti nella vita del rapper. A differenza di Ye (2018) e Donda (2021), però, qui manca quasi del tutto qualsiasi riferimento diretto alle sue recenti difficoltà, come se il musicista statunitense desse per scontato che il pubblico conosce già il contesto o che non sia rilevante. Il risultato è un insieme di brani poveri di contenuto, sia autobiografico sia narrativo, come se West, o Ye come preferisce farsi chiamare, evitasse consapevolmente temi scomodi. Ne emergono circa quaranta minuti di musica gradevole, che aggira i temi centrali senza mai affrontarli davvero. Le emozioni ci sono, e spesso sono malinconiche, ma non vengono analizzate. Anche la struttura del disco è incoerente: si passa da brani in cui il rapper si definisce un re a momenti più umili, poi di nuovo a brani spacconi o sentimentali, senza una logica chiara. Alcuni pezzi funzionano, ma molti sembrano abbozzi poco sviluppati. In sintesi, Bully prova a raccontare Kanye West senza riuscire davvero a farlo. Forse è leggermente migliore dei lavori più recenti, ma manca ancora di ambizione, coerenza e profondità.
Paul Attard, Slant
La musica migliore di Robyn è senza tempo, in una maniera un po’ surreale: al di sopra delle mode e onnipresente, fa pensare che esista da sempre. Riesce a essere contemporaneamente minimalista e massimalista; le canzoni sono pure, come se i beat e le melodie venissero tagliati chirurgicamente fino a mostrarne i nervi. Questo discorso vale anche per il nuovo album, una curata raccolta di canzoni dance piene d’impeto e stranezze. In questi anni di lontananza dalle scene, la cantante svedese ha vissuto molte esperienze, in particolare è diventata una madre single, e la sua scrittura risente di nuove prospettive sulla maternità, il sesso e l’amore. Il singolo portante Dopamine parla di piacere e connessione, come faceva Honey nel 2018, ma stavolta va più a fondo, interrogandosi sulla natura stessa di queste esperienze emotive. Con solo nove brani, tirati ed efficienti, Sexistential sfreccia veloce ma grazie a punti di vista ricchi e dettagliati non risulta esile. Robyn ha saputo rendere il piacere più complesso guardandolo da vicino. E anche stavolta, ha fatto canzoni senza tempo.
Skye Butchard, The Quietus
Ecco un album che ripercorre il cammino di Giacomo Puccini verso la grandezza. Il viaggio parte dagli anni di studio al conservatorio di Milano e arriva fino a Manon Lescaut, che nel 1893 lo rese famoso. Puccini riutilizzò spesso materiale giovanile nelle sue opere liriche: il tema principale dell’allegro del Capriccio sinfonico (lavoro di diploma del 1883) è identico all’inizio di La bohème, anche se poi prende una direzione diversa, trasformandosi in un vorticoso valzer sinfonico. Lo Scherzo del 1882/83 diventò una delle danze di Le Villi, la sua opera d’esordio, ma anni dopo riemerse in Madama Butterfly. Crisantemi ricompare in modo indimenticabile in Manon Lescaut. Nelle opere giovanili passaggi derivativi convivono anche con musica originale. Nel Preludio sinfonico (1882) si avvertono influenze wagneriane, ma la sua intensità impetuosa è decisamente pucciniana. Si comprende così come l’immediatezza e la forza emotiva fossero già elementi fondamentali della sua musica fin dagli inizi. L’esecuzione è ricca, equilibrata e ricca di dettagli, ma sa anche essere virtuosistica e ipnotica. Questo disco è un grande risultato.
Tim Ashley, Gramophone
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