Poiché Samanta Schweblin è solita affermare che le sue storie nascono da una prima immagine che assale la sua immaginazione, mi viene da pensare che potrei sviluppare anch’io la recensione del nuovo, splendido libro di racconti dell’autrice argentina, Il buon male, a partire dalle due istantanee che mi sono rimaste più impresse di queste sue pagine. Nella prima, il narratore respira attraverso una tracheotomia e spiega che toccarsi dentro con un dito, attraverso il foro, è l’unico modo che gli permette di stabilire un contatto con suo padre. Questo nonostante lo abbia accanto, sul letto di morte. La seconda ci presenta un uomo che sta pulendo le finestre della facciata di un albergo, quando all’improvviso riconosce se stesso dall’altra parte del vetro, all’interno di una stanza, e impiega diversi secondi a capire che in realtà sta vedendo suo padre, che lo aveva abbandonato qualche anno prima. Mentre scrivevo la frase precedente mi sono reso conto che entrambe le scene parlano di un padre e di un figlio, e questo mi porta a pensare che, in effetti, in questa raccolta le relazioni genitoriali abbondano. Tuttavia direi che la scelta rivela più di me che del libro: non a caso, l’autrice sa che i buoni racconti richiedono degli spazi attraverso cui possa insinuarsi l’immaginazione attiva del lettore. No, ciò che è significativo in quei due momenti è il paradosso di personaggi che si sentono a una distanza siderale e quasi insormontabile da ciò che, allo stesso tempo, portano dentro o che è il loro riflesso perfetto. Schweblin ci mostra la condizione umana contemporanea come il risultato di una strana tensione tra isolamento e bisogno di legame, tra riconoscimento e straniamento rispetto all’altro, e il suo talento principale consiste nel saper condensare queste dualità in narrazioni che sembrano sospendere il tempo, come al rallentatore. L’intimità è infestata da una strana sensazione di minaccia, anche quando assume una forma molto concreta. La prosa del Buon male è sintetica, concisa, e riesce a fare a meno di ornamenti pur turbandoci nel profondo. Credo davvero, e posso ribadirlo senza problemi, che le distanze siano un tema centrale in questi cinque racconti, non a caso costellati di lunghe telefonate e lunghi viaggi stradali.
Nadal Suau, **
**El País
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Questo articolo è uscito sul numero 1659 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati