Molti si chiedono se tra gli effetti disastrosi del ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump (tra conflitti commerciali e crisi energetica) non ci sia anche il fatto che il dominio del dollaro statunitense sull’economia mondiale cominci a indebolirsi. I dubbi sono aumentati da quando gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato la guerra contro l’Iran che, tra le altre cose, ha portato alla chiusura dello stretto di Hormuz e al conseguente caos sui mercati delle materie prime. Il conflitto avrebbe evidenziato il declino del petrodollaro, termine coniato dall’economista egiziano Ibrahim Oweiss per indicare il sistema che rende la valuta statunitense il mezzo di pagamento di default nel commercio del greggio e di tutte le più importanti risorse del pianeta.
Il petrodollaro, racconta Le Monde, nacque nel 1974, all’indomani del grande shock petrolifero che aveva fatto quadruplicare il prezzo del greggio. In un accordo firmato l’8 giugno di quell’anno con la Casa Bianca, l’Arabia Saudita s’impegnò a fissare il prezzo del suo petrolio in dollari e, soprattutto, a reinvestire a Wall street una parte consistente delle sue enormi entrate, in particolare nel debito pubblico statunitense. In cambio, Washington garantiva a Riyadh protezione militare.
La logica era questa: un grande esportatore di oro nero come l’Arabia Saudita non disponeva di un mercato finanziario sufficientemente grande né di professionisti sufficientemente capaci per conservare e valorizzare la montagna di soldi incassati. La soluzione migliore era Wall street (la piazza finanziaria più grande del mondo), il dollaro (la moneta più stabile) e gli Stati Uniti (una potenza che garantiva regole certe negli affari, sicurezza e totale libertà dei capitali). Questo sistema è andato avanti per molti anni senza particolari problemi ed è stato adottato praticamente dal resto del mondo, compresi i nemici di Washington, sostanzialmente perché non è mai emersa un’alternativa migliore.
L’attuale crisi in Medio Oriente tuttavia ha evidenziato alcune crepe nell’edificio. Gli statunitensi non sono più in grado di garantire la sicurezza dei paesi del Golfo, che sono stati danneggiati pesantemente dalla reazione iraniana agli attacchi e dal blocco dello stretto di Hormuz. Inoltre, gli alleati arabi della Casa Bianca non fanno più affari sopratutto con Washington: oggi vendono molto greggio in Asia e ovviamente in Cina, che insiste nel realizzare le transazioni in yuan, non in dollari (secondo alcune stime a marzo il 41 per cento delle vendite dell’Arabia Saudita alla Cina è stato effettuato nella valuta cinese); inoltre, paesi come Iran e Russia da anni evitano il dollaro per aggirare le sanzioni statunitensi e spesso usano le criptovalute.
Riyadh, tra l’altro, ha aderito al progetto mBridge, un sistema di pagamento che collega Cina, Thailandia, Emirati Arabi Uniti e Hong Kong e consente trasferimenti internazionali di denaro facendo a meno di Swift, la rete dominata dai paesi occidentali.
A tutto questo, fa notare il quotidiano svizzero Neue Zürcher Zeitung, va aggiunto il fatto che Donald Trump ha inferto un durissimo colpo all’immagine degli Stati Uniti, che non sono più visti come il faro della democrazia liberale: oggi l’America si comporta come uno stato canaglia (anche con gli alleati tradizionali, ne sanno qualcosa Unione europea, Corea del Sud e Giappone) da cui proteggersi e da cui cercare di prendere le distanze in tutti i modi. Ovviamente ne risente anche la credibilità del dollaro come valuta di riserva mondiale.
Il declino quindi è cominciato? La realtà è più complessa. Oggi non sono gli esportatori di petrolio a incidere sul destino della valuta americana, scrive l’Economist. Il mondo è cambiato profondamente: negli anni settanta i titoli di stato statunitensi e i depositi in dollari attiravano gran parte dei soldi del golfo Persico; da almeno vent’anni quel flusso si è ridimensionato. Brad Setser, economista statunitense del centro studi Council on Foreign Relations (Cfr), sottolinea che oggi le entrate dei paesi petroliferi si trasformano per lo più in investimenti azionari. Semmai, quindi, bisognerebbe parlare di “petroazioni” più che di petrodollari.
Lo dimostra il caso degli Emirati Arabi Uniti, che con le loro ricche entrate hanno costruito una piazza finanziaria alternativa a Wall street (ne ho parlato in questo articolo). Da qualche anno l’Arabia Saudita registra addirittura deficit di bilancio. Inoltre, accanto ai paesi del Golfo si rafforzano sempre più altri grandi esportatori: la Norvegia, il Kazakistan, l’Azerbaigian, il Canada, il Brasile, la Colombia, l’Ecuador, il Venezuela e ora anche la Guyana. In ogni caso, aggiunge Setser, c’è un dato su cui riflettere: nel 2025 il surplus complessivo dei paesi esportatori di petrolio è stato di duecento miliardi di dollari; quello registrato dalle grandi aziende manifatturiere asiatiche è stato di 1.500 miliardi.
Questo non vuol dire che la forza del dollaro sia diminuita. Semplicemente ha cambiato natura. Uno degli aspetti più potenti della valuta, scrive il Financial Times, è che da tempo il governo statunitense ne ha ceduto il controllo. “Oggi le banche di tutto il mondo creano i propri dollari, nei propri bilanci, con la tacita accettazione delle autorità statunitensi, ma al di fuori della loro sfera di controllo”. Un dato è particolarmente significativo: secondo uno studio dell’economista statunitense Gita Gopinath (vicedirettrice del Fondo monetario internazionale) e di altri colleghi, fino al 2022 quasi un quarto del commercio globale veniva fatturato in dollari, mentre una stima dell’Atlantic council indica una percentuale ancora più alta, superiore al 50 per cento; tutto questo avviene anche se confluisce negli Stati Uniti appena un decimo di questi scambi.
“Le fatture in dollari non sono frutto di accordi diplomatici; provengono dai commercianti, che prendono le loro decisioni in autonomia”. Qualsiasi banca, ovunque si trovi, può aggiungere una passività in dollari al proprio bilancio. Secondo la Banca dei regolamenti internazionali, ci sono 14mila miliardi di dollari offshore registrati come passività presso banche al di fuori degli Stati Uniti; la banca centrale e le banche commerciali statunitensi detengono più di 19mila miliardi di dollari. In questi anni gli Stati Uniti hanno esteso “un ombrello di sicurezza finanziaria ai dollari creati all’estero”, compresi quelli accumulati nelle banche statali cinesi, a Hong Kong e a Singapore dagli esportatori cinesi. Se mai dovesse emergere che non sono più disposti a farlo, “allora sì che ci sarebbe da preoccuparsi”.
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