Gli esseri umani scorrazzano sulla Terra da millenni e ciclicamente hanno adottato nuove monete, a volte decisamente insolite. I maya usavano come moneta il cioccolato, i commercianti delle isole Salomone preferivano i denti di delfino, gli abitanti delle isole Yap avevano un debole per le grosse pietre. La sterlina britannica, la più antica valuta ancora in uso, ha stabilizzato l’economia globale fino al suo crollo agli inizi, alla metà e alla fine del novecento. Oggi regna sovrano il dollaro statunitense, che è la più diffusa tra le valute di riserva e domina il commercio mondiale: il prezzo del petrolio, per esempio, è ancora stabilito in dollari. Lo stesso vale per la maggior parte delle altre materie prime. E per quasi tutto il resto, in realtà.

Eppure si parla spesso di de-dollarizzazione. Sull’onda delle preoccupazioni suscitate dalle sanzioni statunitensi, sembra che la Russia e la Cina stiano moltiplicando ancora una volta gli sforzi per usare lo yuan, la valuta cinese, nel commercio con i loro partner, mentre tutte le economie emergenti stanno pensando a una nuova moneta comune. “Ogni sera mi chiedo perché tutti i paesi devono basare i loro scambi commerciali sul dollaro”, si lamentava a marzo il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva. “Chi ha deciso che doveva essere il dollaro, dopo la sparizione del sistema aureo?”.

Cos’è la de-dollarizzazione? Con il termine de-dollarizzazione ci si riferisce al tentativo di un paese di diventare meno dipendente dal dollaro, usando un’altra valuta per gli scambi commerciali trans­frontalieri o diversificando le proprie riserve valutarie, per esempio grazie a un maggiore impiego di oro, yuan o bitcoin. Questo non vuol dire necessariamente che il biglietto verde diventa meno importante per l’economia di quel paese o che il suo dominio è finito. Soprattutto quando le decisioni della Federal reserve (Fed, la banca centrale degli Stati Uniti) sui tassi d’interesse indicano la strada da seguire agli altri paesi. “Dal mio punto di vista, con de-dollarizzazione s’intende solo la capacità di un governo di ridurre la sua dipendenza dal dollaro”, ha affermato Daniel McDowell, docente di scienze politiche all’università di Syracuse, negli Stati Uniti. “Ritengo che qui il punto principale sia cercare di distinguere o separare il concetto di de-dollarizzazione dalla fine del dominio del dollaro. Non penso che queste due cose debbano andare di pari passo”.

Perché se ne parla adesso? Gran parte dell’attenzione attuale è alimentata dalla Russia: il Cremlino usa più yuan per affrontare le sanzioni occidentali, che hanno strangolato l’economia russa e costretto Mosca a cercare rapidamente alternative al dollaro e all’euro. “Ovviamente i russi sono stati costretti a fare a meno del dollaro e anche dell’euro nei loro scambi commerciali”, spiega Brad Setser, analista del Council on foreign relations. “Ci sono prove del fatto che la Russia stia usando molto lo yuan ed è altrettanto chiaro che la Cina e altri paesi stiano cercando opportunità per ampliare l’uso dello yuan nelle transazioni commerciali”. Nel quadro della scommessa di Pechino di internazionalizzare la sua valuta, di recente altri paesi oltre alla Russia – tra cui Arabia Saudita, Bangladesh, India, Argentina, Brasile, Pakistan, Iraq e Bolivia – hanno concluso transazioni commerciali in yuan o hanno espresso l’intenzione di farlo in futuro. Tuttavia, le transazioni internazionali in yuan sono ancora una frazione minuscola del volume d’affari in dollari o in euro.

Perché lasciare il dollaro? I paesi occidentali stanno imponendo pesanti sanzioni a Mosca, e Pechino teme di essere il prossimo obiettivo. Tenuto conto dell’attuale clima politico, la Cina spera che una riduzione della sua dipendenza dal dollaro possa rappresentare un cuscinetto contro questa minaccia. “Non credo ci sia un solo economista cinese convinto che la valuta asiatica possa sul serio sostituire il dollaro a livello globale”, dice Gerard DiPippo, ricercatore del Center for strategic and international studies. “Gli obiettivi di Pechino sono più modesti e puntano a mitigare la vulnerabilità delle banche cinesi alle sanzioni, cosa difficile”. Per alcuni paesi questa mossa è una necessità: quando non hanno accesso ai dollari, devono rivolgersi allo yuan o ad altre valute. L’Argentina, per esempio, ha annunciato che userà lo yuan per comprare merci cinesi, perché è alle prese con una forte riduzione delle riserve di dollari. Paesi più dipendenti dalla Cina dal punto di vista economico, invece, potrebbero avere l’obiettivo di ingraziarsi Pechino. “In questo modo segnalerebbero alla Cina che sono dalla sua parte e che sono disposti a sostenerla sul tema”, afferma McDowell.

È una novità? I tentativi cinesi di internazionalizzare lo yuan risalgono almeno alla crisi finanziaria del 2008, quando le banche statunitensi smisero di fare prestiti e Pechino si ritrovò nei guai. Ma il progetto ha avuto maggior slancio di recente, a causa di una diffusa insoddisfazione verso gli Stati Uniti.

Il dollaro è a rischio? Per il momento no. Anche se lo yuan è usato sempre più spesso nei pagamenti internazionali, la sua “quota reale è minuscola” rispetto a quella del dollaro. Secondo i dati della Society for worldwide interbank financial telecommunication, a marzo il 41,7 per cento dei pagamenti globali avveniva in dollari, contro il 2,4 per cento in yuan. L’anno scorso il 58 per cento delle riserve mondiali di valuta estera erano in dollari, rispetto al 2,7 per cento di riserve in yuan. In realtà è difficile sostituire il dollaro se non si concede libertà di convertibilità, un aspetto che limita fortemente l’attrattività internazionale dello yuan. Pechino continuerà a provarci, e a fallire. Lo yuan non è convertibile, il governo controlla i flussi di capitale e perfino il suo valore è manipolato. Non si possono fare affari con i pagherò, ma si possono sempre fare affari con i dollari. “Penso che assisteremo a un aumento delle manovre per estendere l’uso dello yuan negli scambi commerciali della Cina con i paesi che esportano materie prime”, afferma Setser. “E penso anche che la Cina scoprirà che è difficile andare molto al di là e cambiare radicalmente il modo in cui effettua le transazioni commerciali, perché continuerà a voler vendere negli Stati Uniti e in Europa. Senza un livello elevato di esportazioni non può tenere l’economia in equilibrio”. ◆ gim

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Questo articolo è uscito sul numero 1514 di Internazionale, a pagina 108. Compra questo numero | Abbonati