Un album collaborativo può essere divisivo. Da un lato i fan esultano nel veder lavorare insieme due dei loro artisti preferiti, dall’altro temono un risultato inferiore alle attese. Nel caso dei beniamini dell’hip-hop Earl Sweatshirt e MIKE, un progetto congiunto appare naturale, viste le affinità nella produzione, nel flow e le collaborazioni passate. Grazie all’aggiunta del collettivo sperimentale SURF GANG, il risultato è affascinante ma anche controverso. La parte di MIKE, Pompeii, si apre con forza: The fall introduce atmosfere cupe e bassi distorti. Brani come Afro e Minty mostrano chimica e ritmo, con testi ironici costruiti su beat incisivi. MIKE dimostra versatilità e controllo su produzioni non convenzionali. Utility di Sweat-shirt resta fedele al suo stile: testi introspettivi su strumentali psichedeliche. La produzione dei SURF GANG rimane impeccabile per tutto Utility. Ascoltare brani come Home on the range, React e Rectangle lens è come mordere la madeleine di Proust e tornare indietro nel tempo a un vecchio album di Lucki come Freewave 3, mantenendo però sempre Sweatshirt al centro. Ma l’essenza di Utility si coglie probabilmente al meglio in Leadbelly, uno dei pochi brani che vede insieme Sweatshirt e MIKE. I due si scambiano barre con naturalezza, completandosi perfettamente a vicenda e dando vita a un inno notturno dalle vibrazioni ipnotiche e leggermente stordenti. L’album privilegia atmosfera e immersione: non è per tutti, ma sicuramente è notevole.
Finn Cliff Hodges, The Quietus
In vent’anni di carriera i Twilight Sad hanno sempre aggiunto qualcosa al loro suono. Dagli umili esordi shoegaze folk, nel tempo sono stati il riflesso della personalità di James Graham e Andy MacFarlane. Le canzoni sono diventate più dirette, sono arrivati i sintetizzatori e Robert Smith si è confermato un collaboratore chiave; le chitarre si sono stratificate creando ricchi arrangiamenti dal notevole impatto sonoro. Questo è il loro sesto album, a sette anni dal precedente, ed è il culmine di questa evoluzione discreta. I brani combattono con la perdita e l’angoscia, e in maniera sicura gettano un po’ di luce sull’oscurità. Dead flowers è il centro di It’s the long goodbye: comincia in maniera intricata e minacciosa, ma a metà esplode nella tipica catarsi emotiva del gruppo scozzese. La finale Tv people still throwing Tvs at people si conclude con un interrogativo, lasciando il racconto aperto, perché nella vita vera non ci sono risposte definitive e questo album è un viaggio incredibile alla scoperta delle domande.
Adam Turner-Heffer, The Skinny
Anatolij Ljadov (1855-1914) è stato un compositore influenzato dal nazionalismo morbido e spesso magico del Gruppo dei cinque, ma anche uno dei primi rappresentanti di quella che diventerà la magnifica scuola pianistica russa. Non compose opere concertanti né sonate, forse perché impressionato dal lavoro di un suo collega più giovane, Aleksandr Skrjabin. Si cimentò con l’orchestra, come nel poema sinfonico Il lago incantato, poi fu maestro di musicisti che sarebbero diventati figure di primo piano, come Prokofev o Mjaskov-skij. Il suo repertorio coltivava la miniatura: preludi, mazurche, un Idillio (il brano più lungo di questo recital, sette minuti) e, soprattutto, quelli che Ljadov chiama morceaux, cioè frammenti. È, senza esagerare troppo, lo Chopin russo. Questo disco raccoglie alcune manciate dei suoi brevi pezzi, raggruppati per genere. Si può dire che questi venticinque brani si ascoltano con piacere tutti d’un fiato senza bisogno di soffermarsi sui dettagli, almeno la prima volta. La seconda bisogna dedicargli più attenzione. Merito anche delle belle interpretazioni di Billy Eidi, eccellente pianista nato in Egitto, ma libanese e da tempo residente in Francia.
Santiago MartínBermúdez, Scherzo
Inserisci email e password per entrare nella tua area riservata.
Non hai un account su Internazionale?
Registrati