Nell’Argentina di Javier Milei l’università pubblica agonizza. Oltre ai tagli al bilancio per l’istruzione superiore, il governo ultraliberista ha ridotto drasticamente gli stipendi dei docenti. Secondo il Consiglio interuniversitario nazionale (Cin) dalla fine del 2023, quando Milei è entrato in carica, gli stipendi dei professori e del personale non docente delle università hanno subìto “una perdita del potere d’acquisto pari al 32 per cento”. L’effetto diretto dell’austerità sono le dimissioni degli insegnanti: molti lasciano il paese, altri scelgono di lavorare in università private, altri ancora abbandonano la professione. Inoltre sono in aumento i docenti che fanno più lavori per vivere. “Non siamo mai caduti così in basso”, osserva Franco Bartolacci, presidente del Cin. “L’aspetto più urgente da risolvere è la questione salariale. Più del 60 per cento del personale docente guadagna meno di 500mila pesos al mese, circa 360 dollari al cambio attuale. È una miseria”.
Con l’appoggio delle autorità universitarie, i sindacati chiedono un aumento degli stipendi tra il 45 e il 50 per cento per recuperare il potere d’acquisto perduto, cioè per tornare ai livelli della fine del 2023. “Per risolvere la questione il governo deve solo rispettare la legge”, dice Bartolacci, che dirige la Universidad nacional de Rosario. La legge sul finanziamento universitario è stata approvata l’anno scorso dal parlamento per ricalibrare gli stanziamenti diretti alle 64 università nazionali, dove studiano più di 2,1 milioni di persone. Milei ha posto il veto alla legge, i parlamentari l’hanno ratificata ma l’esecutivo si rifiuta di applicarla, nonostante la magistratura gli abbia ordinato di farlo.
“Negli ultimi due anni si sono dimessi più di duecento docenti, su un organico di circa 1.700”, si lamenta Alejandro Martínez, decano della facoltà di ingegneria della Universidad de Buenos Aires (Uba). “La maggior parte va a lavorare nelle università private, che così beneficiano di professori per i quali lo stato argentino aveva investito milioni di pesos delle sue scarse risorse”, aggiunge.
I più colpiti dal crollo degli stipendi sono i docenti con incarichi esclusivi a tempo pieno, con 40 ore settimanali di insegnamento e ricerca. Il sistema universitario argentino prevede anche incarichi semplici di dieci ore settimanali o di venti ore.
Alla facoltà di scienze esatte e naturali della Uba, “la situazione è disperante”, dice il decano Guillermo Durán. “L’80 per cento dei nostri docenti lavora a tempo pieno, cioè vive del proprio stipendio all’università. Sono persone con dottorati o postdottorati che al momento guadagnano tra 1 milione e un 1,5 milioni di pesos, ovvero tra 720 e 1.080 dollari. Arrivano a stento al 20 del mese. In una università privata possono guadagnare fino a sei milioni”.
Per ora non è semplice misurare l’impatto sulla qualità dell’istruzione: nel migliore dei casi, gli stipendi bassi possono attirare solo chi è all’inizio della carriera accademica.
Un impiego a Shanghai
I cervelli in fuga dall’Argentina sono sempre andati in Europa e negli Stati Uniti. Negli ultimi tempi a queste destinazioni si è aggiunta la Cina, dove si è stabilito Santiago Cordisco, 40 anni. In Argentina si è laureato in biologia per poi specializzarsi in neuroscienze ed elettrofisiologia. Fino al 2024 insegnava all’università nazionale Arturo Jauretche, nella provincia di Buenos Aires, e aveva una borsa postdottorato al Consiglio nazionale delle ricerche scientifiche e tecniche (Conicet), un organismo statale per la promozione della scienza. “Gli stipendi erano relativamente buoni. Potevo vivere da solo, pagare l’affitto e perfino risparmiare un po’”, racconta. Dopo i tagli al Conicet, il solo stipendio universitario non gli bastava più. È stato assunto da un ospedale di Shanghai dove aiuta ad allestire un nuovo laboratorio. “In termini economici c’è una grande differenza. L’idea è fermarmi in Cina per qualche tempo, mettere da parte un po’ di soldi e poi tornare, ma per lavorare in un altro settore”, dice.
Aumentano anche i docenti che fanno più lavori. “Chi continua a tenere lezioni all’università lo fa per passione, anche se economicamente non è più sostenibile”, afferma Juan Manterola, professore di storia, 36 anni. Lavora in due università di Buenos Aires, General Sarmiento e Moreno, e in due scuole superiori. “Ho cominciato a guadagnare meno all’inizio del 2024. Così ho deciso di lavorare per Uber”, dice. Dal lunedì al venerdì insegna; il venerdì e il sabato sera esce a guidare. Nell’ultima settimana gli si è rotta l’auto e ha dovuto chiedere un prestito per ripararla.
Precarietà
“Dall’anno scorso non riesco più a pagare l’affitto”, racconta Tatiana Terek, 25 anni. Ha una laurea in pedagogia e due incarichi, uno come coordinatrice accademica di un corso di specializzazione all’università nazionale di Lanús e l’altro come assistente pedagogica all’università nazionale Arturo Jauretche, in entrambi i casi con un contratto. “È una situazione di estrema precarietà”, dice. “Ho dovuto cercare un altro lavoro per avere un po’ di stabilità in più, se così possiamo dire”. Terek ha trovato un impiego in un istituto statale di formazione per insegnanti, ma non guadagna comunque abbastanza per poter affittare un appartamento da sola e sostenere tutte le spese. “Alcuni colleghi si sono indebitati con le banche o con servizi di credito digitali”, racconta.
Secondo Bartolacci, il presidente del Cin, “questa situazione sta progressivamente deteriorando l’eccellenza del sistema universitario nazionale”. In questo contesto la comunità accademica continua a chiedere che il governo rispetti la legge sul finanziamento universitario. Dalla metà di marzo, quando sarebbero dovuti cominciare i corsi, i sindacati e le federazioni studentesche organizzano scioperi e proteste. Il 10 aprile si sono tenute delle lezioni pubbliche in plaza de Mayo, a Buenos Aires, davanti alla Casa Rosada.
E il 15 aprile, con lo slogan “L’università non si spegne”, le sedi degli atenei nazionali sono rimaste aperte per ventiquattr’ore organizzando attività culturali e scientifiche. “Senza fondi e senza stipendi dignitosi, tutto ciò che l’università pubblica argentina produce, genera e crea si sta spegnendo. Non permettiamolo”, si legge nel comunicato dell’iniziativa. ◆ gz
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Questo articolo è uscito sul numero 1661 di Internazionale, a pagina 32. Compra questo numero | Abbonati