Cultura Suoni
Punching the clown
Lambchop (Ingo Petramer)

Kurt Wagner sa raccontare storie come pochi. In The new world wave, brano centrale del nuovo album dei Lamb­chop, il cantautore di 66 anni intreccia una storia che attraversa le generazioni e tocca temi come la sopravvivenza alla grande depressione, la paziente formazione di una famiglia e il modo in cui i sogni inappagati possono sgretolarsi in beni vendibili. Temi pesanti, affrontati però con ironia, giochi di parole, improvvise rotture della quarta parete e momenti di sorprendente intensità. Dopo quarant’anni alla guida dei Lamb­chop Wagner continua a reinventare il suono del gruppo: alt-country, slowcore, folk, elettronica e gospel convivono senza mai definirlo del tutto. Punching the clown torna a strumenti più acustici, accompagnato da Andrew Broder, Justin Vernon e cori che donano ai brani un’atmosfera intima, inquietante e quasi spirituale. I testi parlano di morte, fragilità, memoria e America contemporanea. Come tutti i grandi album dei Lamb­chop, questo disco può mandarti nella tana del biancoconiglio. Cosa c’entra White people con Night people di Allen Toussaint, con il quale condivide un’ammiccante somiglianza del testo? Potrebbe sembrare una parodia, ma Wagner in questo brano sfodera la performance vocale più potente e disperata del disco, urlando le parole come se avvertisse i vicini di una tempesta in arrivo. In generale, il leader dei Lamb­chop è capace di essere profondo e buffo nello stesso verso. È questa libertà a rendere Punching the clown uno dei lavori più misteriosi della band ma, paradossalmente, anche uno dei più diretti ed emotivi della loro carriera.
Sam Sodomsky, Pitchfork

Gravest gravy

Alcune domande per fan più accaniti dei Cramps: volete ascoltare un primo tentativo di fare un album di debutto, datato intorno all’ottobre del 1977? Registrato a un anno dalla loro formazione e prodotto da Alex Chilton? Certo che lo volete, chi direbbe di no? All’inizio la band avrebbe dovuto registrare solo una versione di Tv set ma grazie al produttore, nonché leader dei Big Star, fecero un intero album; alcune di queste tracce le ritroviamo in pubblicazioni successive ma qui le possiamo ascoltare in versioni diverse, come The natives are restless. In generale in Gravest gravy è presente una visione alternativa, ancora più grezza e affascinante, di quello che sarebbe potuto essere il loro album di debutto. È fantastico poterlo apprezzare a distanza di cinquant’anni. Questa ristampa fa parte di una serie che interesserà tutta la produzione della band newyorchese. Un disco essenziale per gli appassionati ma anche per chi vuole avvicinarsi alla loro musica.
Matthew Berlyant, Under The Radar

Raffaele La Ragione (dr)

In questo disco affascinante tre musicisti ricreano un salotto parigino di fine ottocento con il mandolino al centro dell’attenzione. Dopo l’esposizione universale del 1878 a Parigi esplose una vera e propria mandolinomania. Il programma di Raffaele La Ragione riscopre quel periodo con composizioni originali e arrangiamenti realizzati dai massimi virtuosi dell’epoca, intervallati da canzoni e qualche pezzo per pianoforte solo. La versione di Clair de lune di Francis Thomé realizzata dal grande Jules Cottin, una canzone senza parole per mandolino e piano, è un momento davvero incantevole, come la deliziosa trascrizione di Jean Pietrapertosa di Le soir di Charles Gounod. Ci sono anche momenti vivaci, come Lo sport di Giuseppe Silvestri, un vero tour de force. Sandrine Piau è sempre elegantissima. L’unico pezzo con tutti e tre i musicisti del disco è lo scatenato Guitares et mandolines di Saint-Saëns: il loro divertimento è pal­pabile. Il libretto ospita due lunghi saggi di Paul Sparks ed Hélène Cao, preziosi per inquadrare la storia dello strumento in Francia.
William Yeoman, Gramophone

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1680 - 28 agosto 2026
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