Le edizioni deluxe degli album di Taylor Swift hanno spesso arricchito i lavori originali, ma The life of a showgirl: the encore, che presenta quattro nuovi brani, no. Rimanendo fedelmente in linea con il tono altezzoso e il panorama sonoro vacuo dell’originale, i pezzi inediti aggiungono molto poco a un progetto che già aveva ben poco da dire. Nel pezzo Patient zero Swift accompagna la nuova compagna di un suo ex fidanzato attraverso una dolorosa separazione. Tra beat trip-hop e violini, però, il brano appare troppo serioso e fa venire in mente melodie già sentite. Cleveland! è ancora più debole: pianoforte e suoni di campanelle introducono l’ennesima risposta ai detrattori, mentre Swift celebra l’amore per il marito Travis Kelce come prova definitiva contro chi la critica. Più interessante Pink clouding, che usa il linguaggio della dipendenza per raccontare i rimorsi dopo la fine di una relazione. L’idea funziona ma la produzione di Max Martin e Shellback, carica di percussioni ed effetti vocali, soffoca l’emotività del testo. Chiude Babylon, nostalgica riflessione sul passato che ricorda Evermore. È il pezzo più riuscito per scrittura e vulnerabilità, ma la produzione synth-country troppo patinata ne limita l’impatto. Nel complesso The life of a showgirl: the encore non amplia davvero l’universo del disco originale. Anzi, ne mette soprattutto in evidenza i limiti.
Michael Savio, Slant
Il dolore è il principale catalizzatore del nuovo album del quartetto irlandese, ma non suona mai come un lamento, bensì come un gruppo di persone che sfoga la propria rabbia in una stanza. Il lutto è il collante per questi musicisti, che con un post-punk industrial negli ultimi anni si sono distinti tra molte altre band anglosassoni che fanno uso dello sprechgesang, emergendo all’attenzione con il disco del 2o22 Most normal. Hanno preso un genere abusato fino alla banalità e l’hanno rivitalizzato con un’urgenza bestiale, alzando i livelli di distorsione. Pugnello prosegue il lavoro nella cura di un suono di alta qualità crudo e caustico, grazie all’uso del Perkins HD-01, una macchina che unisce drum machine e sintetizzatore; è come se Trent Reznor e James Murphy si ritrovassero in studio dopo avere ascoltato i Mandy, Indiana. I Gilla Band rivelano quanto la pena per una perdita possa essere viscerale; il cantante Dara Kiely attraversa i suoi incubi in un flusso di coscienza, come farebbe la signora Dalloway se non fosse frenata dai vincoli domestici. Dare sfogo ai propri sentimenti e metterli tutti a nudo nella loro grottesca necessità è la vera ragion d’essere di Pugnello: un disco brutale ma ipnotico, un capolavoro nel tirare fuori della bellezza dalla bruttezza.
Grant Sharples, Paste
Jukka-Pekka Saraste torna per la terza volta a fare un’integrale su disco delle sinfonie di Jean Sibelius (1865-1957). È registrata in concerto, con l’eccezione della prima sinfonia. Le altre due edizioni erano con l’Orchestra sinfonica della radio finlandese – una in studio per la Rca negli anni ottanta e l’altra dal vivo nel 1993 – mentre questa è con l’Orchestra filarmonica di Helsinki. La base dell’interpretazione non è cambiata: come prima il discorso musicale è molto raccolto, e i colori a pastello invece del carboncino, l’intimità cameristica e il rifiuto dell’ostentazione rendono l’ascolto speciale. Il culmine è una settima sinfonia di grande maturità, molto interiorizzata e organica, oggetto di una metamorfosi grazie all’alleanza sapiente dei timbri. È una lettura più raffinata di prima, soprattutto nella quinta e nella sesta sinfonia, più generosamente in rilievo. Un esempio è il finale della quinta: il pensiero è freddo, la mano ferma, il cuore eroico. Lungo l’ascolto si rimane impressionati dalla coerenza, l’unità e la continuità della visione di Saraste.
Erwan Gentric, Diapason
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