L’Etiopia settentrionale si trova di nuovo sull’orlo di una catastrofe. Gli ultimi scontri tra le forze armate del governo etiope e il Fronte popolare di liberazione del Tigrai indicano che la tregua precaria raggiunta quattro anni fa si sta sgretolando e che i compromessi hanno lasciato il posto a una mentalità a “somma zero”. Con l’intensificarsi dei movimenti militari, entrambe le parti si sono lanciate in recriminazioni, accusandosi a vicenda di aver sparato il primo colpo. Tuttavia soffermarsi su chi abbia premuto per primo il grilletto è una pericolosa distrazione. Quello che conta ora è la terrificante realtà verso cui porterà questo conflitto se non sarà fermato subito: il completo collasso istituzionale e sofferenze inimmaginabili.

Non ci sono dubbi: la ripresa degli scontri segna la fine dell’accordo di pace firmato a Pretoria, in Sudafrica, nel 2022. Il patto era di far tacere le armi, facilitare il ritorno dell’ordine costituzionale, disarmare i combattenti e garantire l’arrivo di aiuti umanitari. Invece gli impegni politici non sono stati rispettati, si è diffuso un clima di sfiducia e una fragile pace si è disintegrata.

Le ripercussioni si fanno già sentire. La sospensione dei voli commerciali della Ethiopian Airlines verso i principali aeroporti del Tigrai e l’interruzione dei servizi di telecomunicazione mostrano una spirale oscura e fin troppo familiare, perché significa isolare dal mondo esterno una popolazione già vulnerabile, tagliando le linee dei rifornimenti e le arterie commerciali. Se non sarà fermata, questa nuova guerra potrebbe avere conseguenze umanitarie, politiche, economiche e diplomatiche ancora più gravi di quella del 2020–2022. Durante il precedente conflitto si stima che siano morte 600mila persone, con milioni di sfollati e il tessuto della nazione lacerato. In un contesto già reso difficile dall’inflazione, dagli sfollamenti interni e da una siccità persistente potrebbe scoppiare un caos economico. Dal punto di vista politico, un’altra guerra su vasta scala rischia di mandare in pezzi il contratto sociale, creando dei vuoti di potere che nessuna vittoria militare potrà mai colmare.

Influenze esterne

A rendere particolarmente pericolosa la situazione è la rete di intrecci regionali. Rispetto alla guerra precedente, gli allineamenti politici e geopolitici nel Corno d’Africa sono cambiati. La vicina Eritrea, dove i leader nutrono animosità verso Addis Abeba e fanno calcoli strategici riguardo al nord dell’Etiopia, resta una catalizzatrice d’instabilità. Allo stesso tempo la guerra civile in Sudan ha trasformato quello tra i due paesi in un confine poroso, attraversato da un flusso incontrollato di armi e insorti. Che si tratti di stati confinanti o di gruppi armati locali, il coinvolgimento o l’uso di combattenti per procura esterni minaccia di trasformare una disputa interna in una conflagrazione regionale incontrollabile. La risposta della comunità internazionale deve essere rapida, chiara e decisa. La via della guerra è già stata percorsa e porta solo alla rovina. La via del dialogo è indubbiamente piena di difficoltà e compromessi, e richiede ai leader di mettere da parte orgoglio e ambizioni politiche. Le parti in conflitto devono fare un passo indietro dal baratro. Ai libri di storia non interesserà chi ha sparato per primo, ma solo se i leader di questa generazione avranno avuto il coraggio di fermare gli scontri prima che non ci fosse più nulla da salvare. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1685 di Internazionale, a pagina 25. Compra questo numero | Abbonati