Per più di mezzo secolo i pionieri, come furono impropriamente chiamati gli emigranti che percorrevano le piste dell’Oregon e dell’Ovest, sono stati rappresentati come cavalieri dall’armatura scintillante, impegnati a portare la bandiera della civiltà americana verso terre lontane. I diari dell’epoca mostrano invece che nella grande maggioranza erano uomini e donne impauriti e insoddisfatti, spesso impreparati e male informati, che fuggivano dalle fattorie sommerse dai debiti dell’Illinois e dell’Ohio per affrontare fatiche ancora maggiori. Nel suo ultimo romanzo Ernest Haycox segue uno di questi gruppi quando il lungo viaggio è ormai quasi terminato, dalle strettoie del fiume Columbia alla valle di Bear creek, dove i coloni costruiranno le loro case. A guidarli è Bob Hawn, che vive con Louise, una donna nativa americana, e che prima della fine dell’anno avrà modo di pentirsi della propria generosità. Il romanzo racconta quell’anno nella vita degli uomini e delle donne dell’insediamento di Bear creek: Bob Hawn, che accanto a Louise dimentica rapidamente di aver fatto parte della società dei bianchi; il laborioso Rice Burnett e il ribelle Cal Lockyear. Personaggi che reagiscono in modi molto diversi all’avanzare della civiltà, anche nelle sue forme più rudimentali. Pochi scrittori del West hanno conosciuto quei territori e la loro storia meglio di Haycox. Da anni sognava di scrivere quello che definiva un “romanzo panoramico”.
Hoffman Birney, The New York Times (1952)
Cresciuta ad Haiti dalla zia Atie, Sophie ha dodici anni quando raggiunge a New York la madre Martine. Il trasferimento apre una profonda esplorazione dell’identità e del trauma che attraversa diverse generazioni. Sophie vive sulla propria pelle una doppia identità, divisa tra le aspettative legate alle sue origini haitiane e la realtà del nuovo paese. Edwidge Danticat costruisce il romanzo attraverso immagini vivissime, capaci di sostenere il peso delle questioni che affronta. Quando incontriamo Sophie bambina, sua madre è già emigrata negli Stati Uniti e Atie è per lei tutto: disciplina, conforto, protezione. Il padre invece è assente. Scopriremo che Sophie è stata concepita durante uno stupro, origine di un trauma che continua a tormentare Martine. Il peso della tradizione emerge soprattutto nella pratica invasiva con cui le madri controllano la verginità delle figlie. La purezza femminile è considerata indispensabile per l’onore della famiglia, ma questa concezione patriarcale finisce per devastare le donne. Atie cerca rifugio nell’alcol, Martine conduce un’esistenza segnata dal dolore e Sophie, a sua volta traumatizzata, da adulta non riesce a vivere serenamente l’intimità con il marito. Danticat restituisce magnificamente tutte le sfumature del rapporto tra madre e figlia: amore, risentimento, perdono. Respiro, sguardo, memoria è una resa dei conti con ciò che ereditiamo e con i traumi che hanno contribuito a costruire il mondo in cui viviamo.
Breanna Burke, The Stanford Daily
Tutte le Avane del cubano Pedro Juan Gutiérrez vivono nella sua memoria: quella brutale e notturna come quella dell’infanzia. Meccanica popolare nasce quasi per caso, quando lo scrittore trova per strada alcuni vecchi numeri dell’omonima rivista di scienza e tecnologia che leggeva da bambino. Li compra e, sessant’anni dopo, qualcosa si risveglia. Questi diciassette racconti attraversano tre decenni di vita cubana, dagli anni cinquanta ai settanta. Gutiérrez lavora con memoria e intuizione: “Prendi un pezzo da qui, un altro da là, e prepari una buona insalata”. Al centro c’è Carlitos, un bambino che cresce tra giochi, amori, incidenti e sconfitte mentre intorno a lui Cuba cambia e si sgretola. È un Gutiérrez diverso da quello della Trilogia sporca dell’Avana (Edizioni e/0 2000). Là dominavano sesso, violenza, rabbia e un linguaggio brutale; qui lo sguardo è più innocente. Anche perché lo scrittore stesso è cambiato: “Se sei furioso, deluso, incazzato con la vita, scrivi con furia, violenza, sporcizia. Se sei più tranquillo, descrivi altre cose”. La rivoluzione rimane sullo sfondo, senza essere nominata direttamente: attraversa la vita di Carlitos più che diventare argomento politico.
Paloma Navarro Nicoletti, Gatopardo
La radicale disfunzione del nostro mondo è al centro di Fame, l’audace romanzo di Choi Jin-young, diventato un libro di culto in Corea del Sud. Dam trova il corpo senza vita del suo compagno Gu sulla strada e, invece di consegnarlo alle autorità, decide di mangiarlo. Il romanzo torna poi indietro. Dam e Gu sono cresciuti insieme e si amano fin da prima dell’adolescenza, uniti da un’intimità che rende quasi superflue le parole. Tanto più che nella società in cui vivono comunicare sembra impossibile: il senso di responsabilità e la paura di essere un peso per gli altri li spingono continuamente a reprimere sentimenti e lacrime. Su entrambi grava soprattutto il dovere di produrre. Debiti, sacrifici familiari e necessità di guadagnare trasformano progressivamente i loro corpi in strumenti di lavoro: il valore di una persona finisce per coincidere con quanto riesce a produrre e restituire. Choi costruisce così un’elegia tragica per una generazione cresciuta in una società ferocemente capitalista. Al centro di questo romanzo doloroso rimane la solidarietà tra due persone che rifiutano il mondo costruito intorno a loro.
Leah Rachel von Essen, Chicago Review of Books
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