Cultura Libri
Green girl
300 pagine, 19 euro
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Molto prima di Lena Dunham e della serie Girls, gli scrittori s’interrogavano sul singolare miscuglio di narcisismo e odio di sé della giovinezza: la sensazione che il successo sia dietro l’angolo e che i giorni migliori siano già passati. Con Green girl Kate Zambreno s’inserisce in questo solco. Ruth è un’americana poco più che ventenne a Londra. Come l’Ofelia shakespeariana evocata dal titolo (nell’Amleto Polonio si riferisce a sua figlia come a una “green girl”), è sull’orlo della follia dopo la morte della madre e la perdita dell’amato. Idolatra le celebrità, venera i grandi magazzini e modella aspetto e comportamenti su vecchi film e libri. La sua identità è plasmata dalla cultura pop. Una voce narrante anonima osserva Ruth, mentre lei osserva il mondo. È forse una Ruth più matura, sopravvissuta al tumulto della giovinezza? Non c’è risposta. L’ambiguità può incuriosire, ma l’identità indefinita della voce lascia più domande che risposte. La trama è esile: Ruth lavora in un grande magazzino che chiama Horrids, cammina, torna a casa. Cambia appartamento e capelli, s’interessa a un ragazzo, forse a un altro. Sospesa tra innocenza e cinismo, esaspera con la vanità e intenerisce con il dolore. Non ci sono sviluppo, culmine o scioglimento. Se lei non trova un senso perché dovremmo trovarlo noi? L’unico tema costante è il desiderio di essere distrutta e rinascere migliore. Eppure resta una speranza: vivendo, un giorno dopo l’altro, Ruth potrà trovare un senso. E forse scrivere.
Melody Schreiber, The Washington Post

Una star a Derry
192 pagine, 18,00 euro
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Le storie sui conflitti passati si presentano come atti di commemorazione. Ma chi li ha vissuti aveva bisogno di una serie in otto puntate per ricordarne gli orrori? In Una star a Derry, esordio di Séamas O’Reilly, l’invito a non dimenticare suona come una minaccia. L’attrice statunitense Monica Logue arriva a Derry, in Irlanda, per preparare una sontuosa miniserie sui Troubles, scritta da Diarmuid Walsh. Interpreta una madre cattolica a cui i soldati britannici hanno ucciso il figlio adolescente. Stringe amicizia con gli abitanti, ma il suo accento irlandese è incomprensibile. Quando scompare, l’ultimo ad averla vista è Diarmuid, che teme di perdere la grande occasione. Tra voci e sospetti, ogni capitolo passa la parola a un abitante, in un monologo in prima persona. Questo libro divertentissimo ritrae con brillante amarezza la trasformazione dell’Irlanda del Nord in spettacolo hollywoodiano e il turismo dei Troubles. O’Reilly sa cogliere comportamenti bizzarri e comicità nelle nostre miserie. Nel finale crea aspettative che non soddisfa, ma la compagnia offerta lungo il percorso lo fa perdonare. Nessuno si preoccupa troppo dell’attrice: la produzione continua, e tutti cercano di guadagnarci. C’è chi offre la casa come set e un ex militante dell’Ira che si propone come consulente. Come biasimarli, se la televisione di qualità ha ceduto alla pornografia del trauma e nulla è troppo intimo per riempire cataloghi online? Il dolore serve a vendere detersivi e assicurazioni.
Olivia Ovenden, The Observer

La terra degli alberi
320 pagine, 21,50 euro
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Colm Tóibín ha definito La terra degli alberi, primo romanzo di Alistair MacLeod, scritto in dieci anni, “quasi un capolavoro”. Questa storia magnifica e sottile intreccia poesia e storia, seguendo una famiglia fino all’esodo dal vecchio mondo e indagando la tenace fedeltà al sangue e al passato che unisce le generazioni. Alla fine del novecento, Alexander MacDonald, narratore quarantacinquenne, racconta la storia del suo clan, che prende il nome dall’antenato partito dalle Highlands nel 1779 e stabilitosi nell’odierna Nuova Scozia. MacLeod conosce bene questi luoghi: sullo sfondo di un paesaggio desolato, i personaggi vivono le proprie tragedie familiari all’ombra degli eventi che intrecciano le loro vicende alla storia canadese. È un romanzo tradizionale, che tra gli sperimentalismi contemporanei appare paradossalmente originale. Dietro il vasto affresco, i veri temi sono la famiglia, l’amore, la lealtà e il sostegno reciproco con cui le comunità rurali affrontano i lutti inattesi e un clima ostile, in una sorta di tribalismo. Ma questa fiducia nella solidarietà ha un lato oscuro: l’arrivo di un cugino americano che sfugge alla leva per il Vietnam mostra quanto la lealtà possa diventare distruttiva.
Stephanie Merritt, The Guardian

Il mio anno a Parigi con Gertrude Stein
172 pagine, 18,00 euro
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Come in molti suoi romanzi, Deborah Levy affida domande esistenziali a una narratrice inaffidabile, disorientata nel tempo. Il mio anno a Parigi con Gertrude Stein è un flusso di coscienza in prima persona, tra metafore liquide: la piena della Senna, un bagno caldo, la raclette fusa. La narratrice è a Parigi per studiare Stein. Il racconto scorre tra il primo novecento della scrittrice e collezionista e l’autunno della rielezione di Trump nel 2024, lasciando che le epoche si confondano. Affiora così la sua fantasia di essere un’intellettuale parigina del secolo scorso: dopo aver scritto di Sartre e de Beauvoir, chiama Jean-Paul l’uomo con cui esce, Jean-Luc. Ed emerge anche la violenza e la spinta al totalitarismo che accomunano i due periodi. Priva, come noi, della distanza per capire il presente, si rifugia nella ricerca mentre sul telefono le pubblicità interrompono le notizie delle guerre. Interpretare Stein diventa un pretesto per interrogare se stessa e il proprio tempo. L’ossessione per il ruolo di Gertrude Stein nella nascita della modernità tradisce l’ansia per la propria impotenza.
Mia Stern, ArtReview

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1689 - 30 ottobre 2026
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