Siamo a Leavenworth, in Kansas, in uno sfarzoso locale che ricorda i bar clandestini degli anni venti. Don Coover, un veterinario con i capelli bianchi specializzato in animali da allevamento, pioniere della clonazione dei bovini, prende il microfono da un suo vecchio compagno dell’accademia militare di West Point. È arrivato dal suo ranch nell’angolo sudorientale dello stato per spiegare ad altri veterani perché diavolo sta cercando di farsi eleggere al congresso, per giunta con il Partito democratico. “Ho 75 anni. Dovrei starmene a casa ad allevare vitelli”, dice Coover. “Ma siamo in un mare di merda, okay?”.

Tra lo smantellamento dell’agenzia per lo sviluppo internazionale (Usaid) e la passione di Donald Trump per i dazi, spiega Coover, “gli allevatori con cui lavoro – e gli agricoltori che producono mais, soia, grano e sorgo – sono rovinati”. La guerra con l’Iran ha peggiorato la crisi, facendo impennare il prezzo del gasolio e riducendo l’offerta di fertilizzanti perché, dice, “non possono farli passare dallo stretto di Hormuz”. L’impatto di tutto questo, continua Coover, è brutale: “L’indebitamento degli agricoltori e produttori di materie prime negli Stati Uniti è ai massimi storici, oltre i seicento miliardi di dollari. Quella gente sta annegando”.

Coover è con un gomito appoggiato al bancone, gli stivali da cowboy accavallati uno sull’altro. La fibbia della cintura, grande come un pugno, luccica sotto le lampade Tiffany e il soffitto in rame. Alle sue spalle c’è un enorme ritratto di Carrie Nation che brandisce un’accetta. Paladina del movimento per la temperanza, Nation è un’icona della resistenza agli eccessi dell’età dell’oro, un’epoca in cui la regione delle grandi pianure era agitata da un malcontento simile a quello di oggi. Verso la fine degli anni ottanta dell’ottocento, l’indebitamento pro capite in Kansas era il quadruplo della media nazionale e l’importo dovuto sui mutui superava del 27 per cento il valore totale degli immobili dello stato. Quella situazione contribuì a radicalizzare gli agricoltori, che si coalizzarono e sorpresero il paese alle elezioni del 1890, riuscendo a eleggere sette deputati al congresso e un senatore per il Kansas e il Nebraska. Due anni dopo il politico dell’Iowa James B. Weaver, candidato presidenziale del neonato Partito del popolo (o Partito populista), vinse in quattro stati ottenendo più di un milione di voti.

L’improbabile candidatura di Coover, che alla camera vuole conquistare un seggio vinto due anni fa dal suo avversario repubblicano con un margine del 19 per cento, è solo uno dei segnali che quest’estate hanno preannunciato il risveglio progressista nelle zone rurali. Si è parlato molto di più dell’ascesa del socialismo democratico a New York e del trionfo della sinistra alle primarie del Maine e del Michigan, ma la capacità di questi candidati di competere negli stati centrali del paese – puntando su temi come la corruzione delle élite e l’insicurezza economica – fa intravedere la possibilità di un riallineamento politico nazionale.

Per due settimane ho seguito questo ritorno del populismo delle praterie nel suo luogo di nascita, il Kansas, poi in Nebraska, dove il movimento raggiunse il suo apice con William Jennings Bryan (tre volte candidato democratico alla presidenza tra il 1896 e il 1908), e poi in Iowa, dove quello stesso spirito tornò brevemente negli anni ottanta, durante una delle peggiori crisi agricole della storia.

Sembra chiaro che quest’anno la sinistra ha un’occasione d’oro per riallacciare i rapporti con l’America profonda, ma tutte le persone con cui ho parlato cercavano di capire che forma potesse assumere questo risveglio populista. Quella del paziente e poco appariscente lavoro di costruzione del partito che i democratici del Kansas portano avanti dal 2022, quando gli elettori hanno respinto a sorpresa una proposta per limitare il diritto all’aborto? O sarà impersonato da un candidato arrivato senza preavviso, come i temporali che scoppiano sulle pianure? O forse, per vincere in stati come Kansas o Nebraska, bisogna rinnegare del tutto il sistema bipartitico?

Quando parlo con Dan Osborn, il meccanico di Omaha che si candida come indipendente per il senato in Nebraska contro il miliardario Pete Ricketts, mi cita il discorso di addio di George Washington. In quel messaggio il primo presidente degli Stati Uniti ammonì che i partiti, se avessero preso piede, sarebbero diventati “potenti macchine con cui uomini astuti, ambiziosi e spregiudicati saranno messi nelle condizioni di sovvertire il potere del popolo”. Mi dice Osborn: “Pensa al modo in cui operano i due partiti. Non fanno che alimentare le paure della gente. Sembra che nessuno possa vincere le elezioni cercando di dare speranza”.

Adam Hamilton, pastore di una megachurch che all’inizio ha pensato di candidarsi da indipendente ma poi ha conquistato la nomination democratica per il senato in Kansas, condivide le preoccupazioni di Osborn, anche se sembra più pragmatico. “Le cose devono cambiare”, mi dice. “Nella Bibbia Geremia parla di ‘un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa’. È più o meno così che ci sentiamo”.

Dall’altra parte del fiume Missouri, in Iowa, Rob Sand, revisore dei conti dello stato, si candida a governatore per il Partito democratico ma ci tiene a far sapere che non si riconosce in questo sistema politico. Prima di un’assemblea pubblica a Rock Rapids, Sand spiega di sentirsi intrappolato in un “sistema politico stupido, guasto, vincolato a due sole scelte, che ti costringe a unirti a un club privato per partecipare”. Ma a differenza di Hamilton, che non ha problemi a definirsi progressista, Sand è un orgoglioso centrista che rivendica lo slogan “né rossi né blu (i colori dei repubblicani e dei democratici), ma migliori e più veri”.

Drastico scossone

Perché questi candidati possano vincere, dovrà cambiare almeno in parte la geografia politica della regione. Dall’Oklahoma fino al North e al South Dakota, i repubblicani hanno sempre vinto le elezioni al senato dal 2013. Oggi per tutta la regione c’è una sola deputata democratica alla camera dei rappresentanti, Sharice Davids, eletta nei quartieri residenziali istruiti e benestanti di Kansas City, in Kansas.

Ma d’altra parte nessuno aveva previsto che nel 2024 Donald Trump potesse fare breccia in alcune delle roccaforti dei democratici, come New York o Los Angeles. Con i sondaggi che sembrano preannunciare un drastico scossone nella direzione opposta e condizioni economiche disastrose nelle grandi pianure, forse la stretta dei repubblicani sull’America rurale inizia ad allentarsi.

Christy Davis, da molti anni funzionaria pubblica in Kansas e arrivata seconda alle primarie democratiche per il senato, vive a Cottonwood Falls, una piccola città in una contea dove due anni fa Trump ha vinto con il 75 per cento dei voti. Nell’ultimo anno ha notato che qualcosa stava cambiando tra i sostenitori più convinti del presidente. “So chi esponeva i cartelli per Trump in città. Li tengo d’occhio”, dice Davis. “Ora li hanno tolti tutti. Non so se abbiano smesso di sostenerlo o no. Ma sono stati colpiti personalmente, quindi stanno elaborando, lentamente”.

Don Coover, veterinario e candidato democratico, nella sua fattoria. Galesburg, Kansas, 4 luglio 2026 (Victor J. Blue)

A Leavenworth intanto Don Coover cerca di sfruttare la nuova diffidenza verso i repubblicani non spostandosi verso il centro ma abbracciando una visione progressista dell’America rurale. Attacca duramente l’Immigration and customs enforcement (Ice) e, quando gli chiedono come resistere ai “socialisti democratici che rovineranno il partito”, risponde: “Sono quelli che stanno cercando di cambiare le cose, e dovremmo sostenerli”.

Coover riserva la sua rabbia per l’uomo al vertice. Molti dei suoi vicini hanno votato per Trump tre volte e ora si ritrovano in difficoltà come non succedeva da decenni. “Donald Trump ha la testa così tanto infilata nel culo”, dice durante un intervento, “che gli servirebbe un ombelico di vetro per vedere dove sta andando”.

La storia della politica progressista in Kansas risale al 1854. Dopo l’approvazione del Kansas-Nebraska act (che lasciava decidere agli elettori dei territori appena entrati negli Stati Uniti se permettere la schiavitù), i coloni abolizionisti arrivarono dal New England per assicurarsi che il Kansas diventasse uno stato senza schiavitù.

Anche l’improvvisa ascesa del Partito populista nel 1890 occupa un posto importante nella memoria dello stato. Dopo essersi fatta conoscere nelle campagne a favore del proibizionismo e del suffragio femminile, Mary Elizabeth Lease percorse il Kansas facendo comizi per i candidati populisti e proclamando: “Non è più un governo del popolo, da parte del popolo e per il popolo, ma un governo di Wall street, da parte di Wall street e per Wall street”. Nel frattempo John Ingalls, il senatore repubblicano in carica, si mostrava indifferente al crescente malcontento nelle praterie. “Tutta questa moderna retorica sulla corruzione della politica è estremamente noiosa”, disse a un giornale di New York. Fu il primo a perdere il posto dopo che, quell’autunno, i populisti conquistarono il parlamento statale.

Emily Walters rievoca entusiasta quel passato quando ci incontriamo per pranzo a Pittsburg, una vecchia cittadina mineraria ai margini dell’altopiano degli Ozark, dove le vecchie cave di carbone sono state trasformate in laghetti con intorno nuovi quartieri residenziali con strade senza uscita. “Il Kansas è una roccaforte del populismo”, dice Walters. “Queste cose le racconto sempre, perché la storia di chi siamo è importantissima quando cerchi di motivare le persone ad agire”.

Rob Sand, candidato democratico a governatore dell’Iowa. Sioux Center, 9 luglio 2026 (Victor J. Blue)

Walters fa l’anestesista in un ospedale oltre il confine dello stato, in Missouri, e ha cominciato a impegnarsi con la sezione locale del Partito democratico nel 2022. La corte suprema aveva annullato la sentenza Roe contro Wade, cancellando il diritto costituzionale all’aborto, e il parlamento del Kansas a maggioranza repubblicana stava cercando di vietare le interruzioni di gravidanza con un referendum. Walters racconta che i leader democratici della contea non volevano occuparsi della questione, anche se la campagna per il “no” stava prendendo slancio in tutto lo stato. “Pensavano che fosse una cosa stupida, perché lo scopo del partito era far eleggere dei politici, e l’aborto è un argomento tabù”.

Pur essendo decisamente più bassa dell’imponente Mary Elizabeth Lease, Walters sembra altrettanto energica. Mentre lavorava a tempo pieno in un ospedale ancora alle prese con la pandemia, ha dedicato tutto il suo tempo libero alla campagna elettorale: “Ha preso il sopravvento sulla mia vita”, dice. Quando c’incontriamo a pranzo indossa una camicia con sopra il motto ufficiale del Kansas: ad astra per aspera, attraverso le asperità sino alle stelle.

Determinata a non farsi soffocare dai moribondi democratici locali, Walters ha preso in affitto un locale a Pittsburg e si è messa a distribuire materiali per il “no” e a istruire i vicini su come fare campagna porta a porta o per telefono. I suoi sforzi, insieme al lavoro di tanti altri attivisti della società civile, hanno dato frutti: il 59 per cento dei votanti ha scelto di difendere il diritto all’aborto, un margine schiacciante in uno stato profondamente religioso come il Kansas.

Dopo la vittoria Walters è diventata presidente della sezione di contea del partito. “La prima cosa che abbiamo fatto è stata aprire una sede fissa”, racconta. “Se metti in piedi un’infrastruttura permanente non devi perdere tempo ogni due anni a costruire tutto e poi smontare. Ora formiamo volontari tutto l’anno, ogni anno”. Una volta creata questa infrastruttura, Walters si è occupata di trovare un democratico da candidare per il secondo distretto, che copre gran parte del Kansas orientale. Prima ha passato in rassegna le figure che corrispondevano al modello che piace ai democratici delle città – un avvocato o un imprenditore che torna nella cittadina rurale dopo una carriera di successo altrove – e poi è arrivata a Don Coover, espressione più autentica delle ansie che agitano l’America profonda.

Cannucce di sperma

Walters mi accompagna al ranch di Coover, a Galesburg. Lui trasmette un certo entusiasmo quando parla, che si tratti della decisione di lasciare il Partito repubblicano dopo l’assalto al congresso del 6 gennaio 2021 o dell’inseminazione artificiale delle giovenche (“Da queste parti”, dice, “quando uno dice ‘ia’ intende una cosa completamente diversa da quello che penseresti”). Nonostante l’età, il vecchio allevatore si muove con sorprendente agilità nel suo capannone adibito a clinica, passando rapidamente da una stanza all’altra. A un certo punto solleva il coperchio di un cilindro metallico ghiacciato contrassegnato con la scritta “Big Baby Main”. “Qui dentro ci sono cannucce di sperma, centinaia di migliaia”, dice mentre dal contenitore esce una nube di azoto. I suoi occhi azzurro intenso brillano d’orgoglio. “Ognuna di queste cannucce contiene circa dieci milioni di cellule. Se sai quello che fai, puoi scongelarle, inserirle nelle vacche e renderle gravide”.

Nel settore dell’allevamento di bovini Coover è noto per essere stato un pioniere della clonazione. Dopo aver assistito alla presentazione di uno dei primi ricercatori del settore, alla Kansas state university, gli chiese: “Quanto mi costerà?”. Arrivarono a un accordo: 25mila dollari per il primo clone e cinquemila per ognuno dei successivi. In questo modo avrebbero potuto sfruttare più a lungo il successo di “un toro di cui vendevo il seme, era una vera star, ma come riproduttore quel maledetto si era esaurito molto in fretta”.

Una fattoria abbandonata nell’ovest del Nebraska, il 7 luglio 2026 (Victor J. Blue)

Come molti altri agricoltori e allevatori della regione, Coover si considera un piccolo imprenditore più che un lavoratore. La sua azienda, la Sek Genetics, ha dieci dipendenti, mentre lui e suo fratello hanno più di quattrocento capi di bestiame nel loro ranch. Anche se i populisti degli anni novanta dell’ottocento erano riusciti a creare un senso di solidarietà tra i lavoratori delle campagne e quelli della città, negli anni cinquanta lo storico Richard Hofstadter notava un “rapido declino della tipica identificazione con tutti i lavoratori e una crescente tendenza degli agricoltori e degli allevatori a concepirsi come imprenditori e datori di lavoro”.

Questo contribuì al netto orientamento a destra degli stati centrali del paese. L’unica eccezione si verificò negli anni ottanta, quando la concomitanza tra la siccità, il crollo dei prezzi delle materie prime e l’enorme debito che i piccoli imprenditori avevano contratto allargando le loro attività portò più di trecentomila aziende agricole alla bancarotta. In quel periodo alcuni democratici diventarono i paladini progressisti dell’America rurale. Ma già prima della vittoria di Trump del 2016 avevano perso tutto il potere, con il Partito repubblicano che era riuscito a incanalare il malcontento della regione contro le élite delle città costiere.

Dieci anni dopo la situazione economica dell’America rurale è così disastrosa che una nuova generazione di progressisti potrebbe riuscire a mettere da parte le guerre culturali e spezzare il dominio dei repubblicani. La schiettezza e il carisma, unite ai profondi legami con la comunità, rendono Coover particolarmente adatto al compito di portare dalla sua parte quelle persone che si sentono tradite o poco considerate. Aiuta certamente il fatto che il suo avversario, Derek Schmidt, è un politico di lungo corso, procuratore generale del Kansas per più di dieci anni prima di essere eletto al congresso nel 2024.

Eppure Coover ha faticato molto a convincere i leader nazionali del partito di poter vincere contro Schmidt. A inizio giugno ha partecipato a un forum a Washing­ton chiamato WelcomeFest, nato per costruire “una forte e vivace fazione centrista” nel Partito democratico. C’erano politici importanti come il senatore Ruben Gallego, commentatori influenti come Matthew Yglesias e miliardari come Mark Cuban. Nessuno capiva perché Coover fosse presente. “Se ne stavano lì nei loro vestiti eleganti a guardare i miei stivali, i jeans e la fibbia della cintura”, racconta Coover. Imperterrito, ha cominciato a chiedere in giro: “Vi interessa appoggiare questa campagna?”. La risposta di solito era “pensiamo che stai facendo un bel lavoro, ma no. Non c’è speranza. Sei in un distretto in cui Trump ha vinto con venti punti di scarto. Preferiamo tenerci alla larga”.

Walters, seduta a pochi passi di distanza, interviene: “Eppure Laura Kelly ce l’ha fatta!”. Kelly, la governatrice democratica del Kansas al secondo mandato, aveva conquistato quel distretto, e nel 2022 la maggioranza degli elettori della zona aveva anche votato a favore del diritto all’aborto. “È come se dicessero”, continua Coover: “Vogliamo ottenere risultati migliori, ma non siamo disposti a sostenere le candidature che potrebbero portare risultati migliori”.

In Kansas il partito è sembrato più disposto a sostenere Adam Hamilton, un pastore dei quartieri benestanti di Kansas City che, agli occhi dei consulenti politici di Washington, ha più carte da giocare rispetto a uno sboccato campagnolo che vende sperma di bovini. Con 24mila fedeli distribuiti in nove sedi, la Chiesa della resurrezione di Hamilton è la più grande congregazione della chiesa metodista unita del paese. Grazie ai suoi libri di successo sulla Bibbia, il pastore è conosciuto anche da molti fedeli che vivono lontano dalla contea benestante di Johnson. “Io sono già parte della loro comunità”, mi dice Hamilton dopo un giro a Wichita. “A ogni evento trovo persone che hanno la sensazione di conoscermi”.

Hamilton vuole strappare il seggio a Roger Marshall, un alleato di Trump noto per aver fatto una pessima figura durante un’assemblea pubblica in cui si parlava dello smantellamento del sistema pubblico federale da parte del dipartimento per l’efficienza governativa (Doge) guidato da Elon Musk. Nella mensa di un ospedale straripante di gente, Marshall è crollato sotto una raffica di domande sui licenziamenti al dipartimento per gli affari dei veterani e il congelamento dei fondi federali. “Se continuate a interrompermi non riusciamo ad andare avanti!”, ha detto a un certo punto alla folla prima di sospendere la riunione e andarsene sommerso dai fischi. In un sondaggio pubblicato ad aprile solo il 39 per cento degli elettori sosteneva che Marshall meritava di essere rieletto.

Il sermone di Natale

A Kansas City accompagno Hamilton in un giro con Fran Sutton, un’imprenditrice edile che sta cercando di realizzare 25 case popolari su un terreno abbandonato vicino a Quindaro boulevard. Mentre Sutton spiega il complesso meccanismo finanziario che ha reso possibile il progetto, Hamilton prende diligentemente appunti. Fuori, con una fila di case fatiscenti alle spalle, strizza gli occhi sotto il sole rovente di luglio e mi spiega che siamo ad appena tre chilometri dall’insediamento di Quindaro, sulle rive del Missouri, che un tempo offriva rifugio agli schiavi scappati dal sud verso nord. Questa vicinanza gli fa tornare in mente il sermone della vigilia di Natale del 2025, in cui ha esortato la congregazione a riflettere sulle origini abolizioniste del Kansas concentrandosi sulla terza strofa del canto O holy night. “Dice che lo schiavo è suo fratello e che spezzerà le catene. Queste sono le canzoni che gli schiavi fuggitivi cantavano mentre venivano qui”, spiega. “Alla fine del sermone ho chiesto: ‘Oggi qual è il nostro compito? Cosa faremo per spezzare le catene dell’oppressione?’”.

Mentre la campagna di Don Coover continua la mobilitazione dal basso di Walters, quella di Hamilton è un tentativo calato dall’alto di vincere sfruttando il seguito di un influente leader religioso. Per conquistare il sostegno degli elettori, Hamilton ha organizzato un giro in diciotto tappe nello stato in cui ascolta le comunità locali. Tra gli eventi ce n’è stato uno in un giardino privato nella contea di Crawford. La sua candidatura non riscuote molto consenso tra persone come Walters, soprattutto per la sua posizione ambigua riguardo al Medicare for all (la proposta di estendere a tutti il programma sanitario del governo per le persone sopra i 65 anni) e per il rifiuto di definire genocidio la guerra di Israele a Gaza.

In una serata a casa di Walters, il giorno prima della festa per il 250° anniversario dell’indipendenza, ne parlo con Avery Rowland, candidata per il parlamento statale nel distretto che comprende Gales­burg, dove c’è il ranch di Coover. “È uno che cerca il consenso”, dice Rowland scrollando le spalle. La sua decisione di candidarsi è stata motivata in parte dalle controversie legali sulle patenti di guida delle persone transgender, ma Rowland non è una sovversiva. “Mi piacerebbe che Hamilton avesse risposte più decise sulla Palestina o sui diritti lgbtq, ma che dovremmo fare, votare per Marshall?”. La sua apertura mi sorprende: Hamilton dopo tutto è un candidato ben finanziato che si è lanciato all’ultimo minuto in una corsa elettorale decisiva. L’esatto opposto del lento ed estenuante lavoro di costruzione del partito fatto da Walters. Ma intorno al tavolo sono tutti d’accordo sul fatto che la cosa importante è vincere. “In Kansas siamo pragmatici”, dice Walters.

Fine del sogno

Lo spettro della storia mi segue anche più a nord, in Nebraska. Mentre in Kansas sembra emergere una visione di progressismo rurale per il ventunesimo secolo – che i democratici delle coste se ne accorgano o meno – qui il senso di disillusione sembra più viscerale, più rabbioso. Molte conversazioni mi ricordano il programma che i populisti adottarono alla loro convention di Omaha nel 1892: “Ci incontriamo in questa nazione sull’orlo della rovina morale, politica e materiale”, recitava il preambolo del documento. “La corruzione domina l’urna elettorale, le legislature statali, il congresso, e tocca perfino i giudici sugli scranni dei tribunali. La gente è demoralizzata”.

Lo stesso sentimento è palpabile a Sidney, una cittadina negli aridi territori del Nebraska panhandle, la regione che comprende le undici contee più ad ovest dello stato. Caotica e fiorente cittadina nel periodo della corsa all’oro delle Black hills e famosa all’epoca per una cavernosa sala da gioco chiamata “senato”, in anni recenti Sidney si è fatta conoscere per essere la sede della Cabela’s, una grande catena di articoli per la caccia e la pesca. Nel 2015 l’11 per cento dell’azienda fu comprato dal fondo Elliott Management, che un anno dopo guadagnò 90 milioni di dollari vendendo l’attività alla Bass Pro Shops. Quando Bass Pro Shops consolidò le sue attività in Missouri, a Sidney furono licenziate duemila persone, circa un terzo degli abitanti della città.

Susie Storm perse il lavoro, ma i suoi guai non finirono lì. Graphic designer, riuscì a trovare un impiego alla società di marketing Quad/Graphics. Quando venne a sapere dell’opportunità di lavorare su una commessa per Walmart, colse al volo l’offerta di trasferirsi in Arkansas. “Pensavo che avrei trovato stabilità”, racconta. “Ma una volta arrivata a Bentonville, ho scoperto che si trattava di un lavoro temporaneo”. Riuscì a togliere dal mercato la sua casa di Sidney giusto in tempo per tornare, ma ancora non si capacita di come un’operazione finanziaria realizzata a New York abbia sconvolto la sua vita nelle grandi pianure. “Per me la Cabela’s era importante”, dice. “L’unica cosa che volevo era arrivare alla pensione con loro”.

Mentre faccio colazione con Dan Osborn, a Omaha, gli chiedo cosa servirebbe per incanalare la rabbia di cittadini come Storm e permettergli di battere Pete Ricketts. “Io parlo di politiche che hanno danneggiato le persone”, dice. “Dovunque vada, imparo da questa gente, cerco di capire il loro lavoro e la loro vita”. Secondo Osborn, Ricketts “incarna tutto ciò che non va nella politica, perché continuerà ad approvare ciecamente tutto quello che gli arriverà sulla scrivania pur di arricchire i suoi amici e la sua famiglia”.

Nonostante la sua retorica inflessibile, Osborn è un tipo sorprendentemente taciturno. Di solito la maggior parte dei politici, quando incontrano un sostenitore a un evento elettorale, sfoderano un bel sorriso e gli si avvicinano come farebbe un avventore di una fiera alla disperata ricerca di contatti utili. Osborn, invece, se ne sta lì come se aspettasse il suo turno in una partita a biliardo, saluta le persone con un cenno del capo e un “Come andiamo?”. Ma la sua pacata intensità ha ottenuto dei risultati: nel 2021 ha guidato cinquecento operai della Kellogg’s in uno sciopero di 77 giorni, portando a casa un accordo che ha migliorato le loro condizioni.

E di recente, con la decisione di candidarsi come indipendente, ha destabilizzato l’establishment politico del Nebraska, che da una generazione è legato al Partito repubblicano. Altri hanno fatto lo stesso. Uno è Austin Ahlman, ex giornalista, che era dato avanti per un seggio alla camera ma poi si è ritirato a luglio per dedicarsi al padre malato. L’ho incontrato poco prima che si facesse da parte, in un mercato contadino a Lincoln. “Credo ci sia il timore che l’incendio scatenato da Osborn possa sfuggire al loro controllo”, mi dice riferendosi ai due partiti, mentre sorseggia un bicchiere di sidro, con un berretto da baseball girato all’indietro. Ahlman è figlio di due operai di Norfolk addetti al confezionamento della carne e rimasti senza lavoro quando la multinazionale Tyson lasciò la città. Ha deciso di entrare in politica dopo aver vissuto da vicino il calvario vissuto dal padre per pagare le terapie contro un tumore e il suicidio di sua madre, con un avviso di sfratto in tasca.

Storie come la sua sono estremamente comuni in Nebraska, e per questo Ahlman è convinto che ci siano le condizioni per una nuova rivolta populista: “È già successo, quando abbiamo demolito la prima età dell’oro”. Oggi come allora, secondo lui, costruire una coalizione vincente significa convogliare la rabbia contro la struttura di governo che ha prodotto tante disfunzioni. Ai suoi occhi, “questo momento politico è troppo simile all’ultima volta per pensare che lasciando intatto lo status quo ne venga fuori qualcosa di buono”.

Il voto si avvicina
Le intenzioni di voto alle elezioni di metà mandato del 3 novembre 2026. Media dei sondaggi elaborata dalla Cnn, % (dati aggiornati al 25 ottobre 2026) (cnn)

Ma il successo di Osborn dipende anche dalla sua capacità di muoversi dentro quel sistema restando un outsider. Non deve difendersi dall’accusa di essere un terzo incomodo “guastafeste”, perché la vincitrice delle primarie democratiche del Nebraska per il senato, Cindy Burbank, ha condotto la sua campagna promettendo esplicitamente di ritirarsi in modo da dare a lui “una reale possibilità contro Ricketts”. Questo ha scatenato gli attacchi dei repubblicani, che definiscono Osborn un democratico sotto mentite spoglie, anche se lui giura che se verrà eletto non entrerà nei gruppi parlamentari di nessuno dei due partiti. Le polemiche dei repubblicani sono state alimentate anche da alcuni errori evitabili, tra cui la parcella per consulenze da 250mila dollari pagata dal suo comitato politico alla moglie. Anche se era assolutamente legale – Megan Osborn è una vera consulente politica – l’ombra del conflitto d’interessi non ha aiutato un candidato che dice di lottare contro la corruzione. Osborn minimizza le critiche sostenendo che “è semplicemente uno sporco trucchetto con cui Ricketts vuole farmi passare per quello che non sono: un corrotto. Mia moglie lavora per la campagna, e fa un lavoro formidabile”.

Tutto il rumore sollevato dalla candidatura di Osborn si dissolve nel lungo tragitto verso Sidney. Superato il centesimo meridiano, la tradizionale linea di confine tra est e ovest, dove i filari di soia lasciano spazio alle mandrie che brucano carici ingialliti, un’enorme nube carica di pioggia oscura il cielo. L’arrivo improvviso del maltempo mi ricorda come la scrittrice Mari Sandoz descriveva gli abitanti delle pianure: “Trascinati verso fantasie quasi tangibili dagli orizzonti sconfinati, dalle notti profonde e dai vortici estivi, dai tremolii del calore e dai miraggi delle terre alte”. Pur non essendo meno pragmatici dei loro vicini del Kansas, gli abitanti del Nebraska conservano una sorprendente disponibilità a sognare.

La divisa del supermercato

L’incontro di Osborn con gli elettori, una quarantina di persone, si tiene nell’austera sala conferenze di un albergo, l’Hampton Inn. Il tono all’inizio è asciutto, poi comincia a farsi più accorato man mano che il candidato parla della battaglia contro i grandi interessi economici, che attraversa le generazioni. “È cominciata negli anni novanta dell’ottocento, proprio qui in Nebraska”, dice citando la campagna di William Jennings Bryan contro il gold standard (il sistema che legava il valore del dollaro alle riserve d’oro), perché “più persone potevano permettersi l’argento”. “Questa è una battaglia epica contro quelli che vogliono solo accumulare ricchezza per sé”, continua. “Riformare i finanziamenti per le campagne elettorali, eliminare la corruzione a Washington, approvare misure antitrust, tutelare i consumatori: è di questo che mi voglio occupare, perché sono le cose che ci colpiscono nei portafogli ogni giorno”.

Mentre Osborn parla, noto un ventenne che entra di soppiatto in fondo alla sala. Indossa ancora l’uniforme della Safeway, una catena di supermercati che è una delle poche grandi aziende rimaste in città. Nel frattempo, un signore più anziano si alza e si avvicina zoppicando al volontario che raccoglie le donazioni. Senza dire una parola, appoggia due banconote da cinquanta dollari sul tavolo, proprio come se stesse piazzando una scommessa al tavolo da poker nel vecchio saloon di Sidney, il “senato”, ormai chiuso da una vita.

Le priorità degli elettori
L’importanza attribuita dagli elettori ad alcuni temi in vista delle elezioni, per appartenenza politica, % (sondaggio condotto tra l’8 e il 16 ottobre 2026) (associated press-norc)

Prima di lasciare il Nebraska, mi fermo allo svincolo ferroviario di Hastings per prendere un caffè con Jane Kleeb, presidente del Partito democratico del Nebraska. “Abbiamo un’occasione enorme quest’anno”, mi dice seduta all’altro lato di un tavolino. Indossa occhiali quadrati e un cappello con sopra disegnato un asino rosso, bianco e blu. “Questo risveglio democratico non avrebbe potuto arrivare in un momento migliore per gli stati delle pianure”.

Attivista ambientale nota per il suo ruolo nella battaglia contro l’oleodotto Keystone Xl, Kleeb guida la sezione statale del partito dal 2016. Forse è la voce più determinata tra quelle che chiedono al partito di impegnarsi davvero nell’America rurale (dopo la sconfitta del 2024 è stata nominata vicepresidente del comitato nazionale democratico). Mentre parliamo, descrive una serie di nuovi investimenti fatti per le sezioni di contea, il voto postale e il lavoro di radicamento nelle zone rurali. “Oltre a questa infrastruttura logistica”, mi dice, “abbiamo cominciato a reclutare candidati che somigliano ai loro elettori”.

Kleeb liquida sbrigativamente il fatto che in Nebraska è un indipendente, e non un democratico, a sfidare i repubblicani, e preferisce parlare di Rob Sand, candidato a governatore in Iowa. Lo definisce “il perfetto esempio di un politico connesso al suo stato”. Quando le dico che mi ha colpito il modo in cui Sand è riuscito a collegare l’alto numero di tumori dell’Iowa con l’agricoltura industriale, Kleeb annuisce entusiasta. “Infatti ne ho parlato con Dan e alcuni dei candidati democratici a governatore, perché pensavano che questa cosa avrebbe fatto arrabbiare gli agricoltori o li avrebbe messi sulla difensiva. Invece è esattamente l’opposto. Loro in questo modo si sentono considerati”.

Fare a pezzi il sistema

In Kansas i democratici si sono chiesti a lungo quale fosse il modo migliore per intercettare il malcontento popolare: costruire una campagna dal basso o puntare su un candidato forte imposto dall’alto? In Nebraska, invece, sembra che molti siano pronti a fare a pezzi il sistema bipartitico. Considerati gli scenari elettorali incerti in entrambi gli stati, per capire come si può convogliare tutta quella rabbia rurale nella campagna di un candidato capace di unire e apparentemente predestinato, devo attraversare di nuovo il Missouri e tornare in Iowa.

Seguo Rob Sand attraverso la regione nordoccidentale dello stato in quattro tappe del suo tour di cento assemblee pubbliche. È la nona volta che Sand visita ogni singola contea dell’Iowa, una tradizione cominciata durante la sua prima campagna per essere eletto revisore dei conti dello stato, nel 2018. Molti colleghi democratici lo vedono come un futuro leader nazionale del partito, ma Sand fa di tutto per sottolineare il suo passato da indipendente. Di certo il suo sorriso disinvolto e il suo talento per le battute nei comizi fanno passare inosservati i calcoli strategici. Di fronte praticamente a qualsiasi domanda, sembra riuscire a calibrare una risposta di buon senso per accontentare la fetta di pubblico più vasta possibile. Quando prima di un evento gli chiedo del pesantissimo indebitamento dei piccoli agricoltori, Sand risponde che “il novanta per cento del reddito agricolo va al dieci per cento delle aziende agricole”, ma invece di parlare di come invertire questa concentrazione della ricchezza che è stata chiaramente dannosa per gli agricoltori, lui spiega che è necessario “creare più supporto per i sistemi alimentari locali e regionali”.

Sand è informale ed evasivo anche quando qualcuno dal pubblico gli chiede della moratoria sulla costruzione di nuovi data center approvata dalla contea locale. “Nelle cose che sono per lo più positive, ci sono sempre dei cattivi esempi, e nelle cose che sono per lo più negative, ci sono sempre buoni esempi”, risponde. Pur essendo contrario ai data center, che “consumano tutta la nostra acqua, fanno aumentare le bollette della luce e rendono tutto più costoso per noi”, si dice a favore di uno “sviluppo intelligente”, che per esempio “permetta di riciclare l’acqua invece di estrarne continuamente dalle nostre falde”. Insomma, le cose buone sono buone, quelle cattive sono cattive. Chi potrebbe avere qualcosa da ridire?

Lo spostamento di Sand verso il centro sembra lontano anni luce dalla crociata contro i grandi gruppi economici di Dan Osborn o dai sermoni per la giustizia sociale di Adam Hamilton, ma in Iowa sta funzionando. Tutti i comizi di Sand cominciano con America the beautiful, una delle più celebri canzoni patriottiche statunitensi. C’è qualcosa di stucchevole, ma noto con sorpresa che in genere quasi tutti nella sala si uniscono al coro.

Nell’ultimo evento della giornata, a Sioux Center, Sand fa uno dei suoi pochi riferimenti espliciti alle divisioni dell’era Trump chiedendo ai presenti: “C’è qualcuno qui che vuole rendere di nuovo divertente la festa del ringraziamento?”. La reazione è una risata generale, ma Sand torna subito serio, e chiede: “Com’è possibile che l’appartenenza di partito abbia preso il posto dei nostri valori?”. Più tardi una coppia di anziani mi si avvicina, raggiante per l’incontro a cui ha appena assistito. Chiedo quando è stata l’ultima volta che si sono sentiti così entusiasti per un democratico; l’uomo esita un attimo, poi picchia a terra con il suo bastone e grida: “Obama!”.

Se Sand può contare sul forte sostegno del Partito democratico, i candidati populisti della regione possono fare affidamento solo sulle loro forze. Nel suo ambulatorio, Coover mi racconta di una telefonata a un altro veterinario per mandargli un cavallo da curare. Dopo aver discusso di lavoro per un minuto, il collega gli ha chiesto della sua candidatura al congresso. “Mi fa: ‘Non puoi candidarti come democratico’. E io gli dico: ‘Certo che sì!’”. A quel punto l’altro è andato su tutte le furie: “Allora penso che la tua anima sia posseduta dai demoni”. Coover scoppia a ridere. “Mi ha attaccato il telefono in faccia!”. Poi, asciugandosi le lacrime, sfodera un sorriso malizioso: “Alla fine mi ha mandato dei soldi. È la verità, non ti sto dicendo cazzate”. ◆ fdl

Kyle Paoletta è un giornalista statunitense. Ha scritto American oasis: finding the future in the cities of the southwest (Pantheon 2025).

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Questo articolo è uscito sul numero 1689 di Internazionale, a pagina 42. Compra questo numero | Abbonati