Siamo sicuri che la scomparsa delle nazioni o addirittura delle civiltà rientri in un processo storico che sarebbe inutile cercare di fermare? Forse potrei evitare questi ragionamenti e semplicemente godermi le vacanze estive con i piedi nella calda sabbia del Maine.
Voglio vedere i miei figli diventare poliglotti, almeno bilingui. Ma bilingui per davvero, non come la stragrande maggioranza dei funzionari federali canadesi. È importante che i miei eredi siano bravi nella loro lingua madre, ma mi sembra fondamentale che padroneggino anche l’inglese. Così mi sono dedicato a questo progetto, animato dalla folle speranza di renderli autonomi per la nostra estate negli Stati Uniti. Ma nonostante decine di ore di Peppa Pig e Harry Potter in versione originale e un ascolto sfrenato dei classici di Snoop Dogg non c’è stato niente da fare. Damn it!
Ci esortano a celebrare tutte le lingue del mondo, mentre le nostre si riducono sempre di più. Usiamo parole pensate altrove, parole che ci dividono
Preadolescente, ossessionato dalle Bmx e da Capitan Harlock, frequentavo il mio vicino e amico Stéphane, che dedicava la sua immaginazione alle varie specialità di hockey su ghiaccio e alle figurine dell’hockey. Sospesi nel limbo di una pubertà nascente, non chiedevamo niente a nessuno, e comunque nessuno aveva niente da offrirci.
Poi, per tutta l’estate, dal fondo dell’autobus due bellezze con maglioni Vuarnet e Converse spaiate, quindi ragazze avviate a un percorso attivo e costante verso la popolarità, cominciarono a stuzzicarci, ci seguivano al parco e per strada. Per tutte quelle vacanze estive, che queste ragazze resero interminabili, ci apostrofavano e ci tallonavano senza mai smettere di volerci parlare. Ma noi non capivamo niente di quello che dicevano!
Si erano inventate una lingua, o l’avevano ereditata da altre ragazze del gruppo in fondo all’autobus, chissà! Un gergo oscuro, un dialetto in cui l’inglese e il francese inciampavano in sillabe ripetute e nomi in codice. Punteggiata di risate complici, la loro logorrea sembrava procurargli una profonda soddisfazione. Ma oltre a essere confuso ero anche, lo ammetto, un po’ impressionato. Era una rivoluzione del linguaggio, un’evoluzione dei rapporti umani a cui non avevo accesso? O semplicemente un gioco per coltivare l’esclusività del gruppo e il suo senso di superiorità?
Trent’anni dopo provo ancora lo stesso disagio. Ma quello che era durato solo un’estate in un angolo sperduto del mio paese, ora si estende nel tempo e nella lingua. Ci vengono imposti termini contorti, pronomi, concetti astratti che mescolano il costruttivismo europeo alla tratta di esseri umani degli statunitensi, siamo inondati da un multiculturalismo canadese che di fatto annega ogni velleità di interculturalismo quebecchese, con il suo confronto tra diverse identità. Ci esortano a celebrare tutte le lingue e le culture del mondo, mentre le nostre si riducono sempre di più. Sempre meno padroni di quel che diciamo in casa nostra, ci prendiamo in giro con parole pensate altrove, per i contesti di altre nazioni, parole che ci dividono, ci allontanano gli uni dagli altri, e rinchiudono in logiche identitarie.
Paradosso inquietante: mentre fioriscono le polemiche, si complicano i rapporti sociali e la nostra lingua è messa a dura prova in mille modi, assistiamo al crollo delle roccaforti mediatiche, proprio quelle che avrebbero potuto, e dovuto, aiutarci a comprendere la nostra epoca. I principali gruppi editoriali, sia privati sia pubblici, tagliano centinaia di posti di lavoro, i quotidiani regionali fermano definitivamente le rotative e perfino le briciole digitali di un’informazione che spesso somiglia più alla cronaca o alla propaganda che al giornalismo si vedono bloccate dalle voraci multinazionali dietro gli immancabili social media. Reti sociopatiche dove la camera dell’eco e gli algoritmi ci rafforzano le nostre posizioni ideologiche, dove idee e ideali sono spacciati per fatti e realtà indiscutibili, anche se hanno basi scientifiche meno solide di un castello di sabbia costruito dai miei figli.
E questo trasforma il senso delle parole, che sono riassegnate o vietate. Ne compaiono di nuove, che servono troppo spesso a condannare, rosari di anatemi e altri neologismi, proliferazioni di “fobie” in cui è l’odio a prevalere sulla diffidenza o sulla paura iniziali.
Il tutto condito da un accento “globale”, of course. Come diceva il compagno Lenin, fategli mangiare la parola, finiranno per ingoiare la cosa. Ma di queste parole ne abbiamo piene le tasche, e talvolta ci vanno pure di traverso.
I giovani sono più attivi dei loro telefoni. Quando ci si prende il tempo di ascoltarli, e di parlargli con attenzione, la connessione si stabilisce in fretta. Da una quindicina d’anni ho la fortuna di entrare in migliaia di classi: in Giappone, in Tunisia, in Francia, ma soprattutto qui, in Québec. In quegli immensi cubi di cemento dall’aria carceraria che chiamiamo scuole superiori, ho vissuto veri e propri momenti di grazia letteraria. Ma ho anche provato scoraggiamento.
È proprio in queste classi, dopo i laboratori di scrittura, che ho ascoltato le poesie più toccanti: dichiarazioni d’amore, rivelazioni, deliri surreali e propositi di farla finita. Sì, l’assistente sociale ha talvolta preso il posto del poeta. Questi giovani sono brillanti, tormentati, politicizzati, con un grande appetito per la letteratura e la lingua, quando sono trasmesse con passione e verità. Quando anche noi dimostriamo di amarla. Quando si crea un legame d’intimità tra loro e la lingua.
Eppure, in una decina d’anni, una curiosità più o meno marcata per la nostra cultura si è trasformata in indifferenza, e in certi ambienti perfino in una forma di scherno. Introiettato, interiorizzato, il disprezzo arriva spesso da giovani nati in Québec. Non sempre, ma spesso.
Però ci sono anche adolescenti, di ogni origine, che manifestano un vero interesse per la nostra storia e la nostra cultura. Avidi di sfumature, non si lasciano ingannare da commiserazioni artificiali e da riscritture dogmatiche. Il Québec è particolare, più colonizzato che colonizzatore. Non bisogna dimenticare che in queste terre sono stati impiccati più patrioti che schiavi.
I giovani sono più attivi dei loro telefoni, che però rimangono accesi in permanenza: sottomissione volontaria più o meno consapevole al martellamento costante delle molteplici piattaforme multimiliardarie che si contendono il loro tempo intellettuale disponibile per infilare il massimo di pubblicità tra video sempre più brevi e sempre più intensi che chiamano sfacciatamente “contenuti”. Ecco il vero avversario, il nemico: è questo schermo che sostiene di essere una finestra sul mondo, l’ennesima trappola del business globalizzato. E i ragazzi ci sprecano sempre più tempo.
Con le nostre parole, la nostra arte viva e l’amore per la nostra lingua dobbiamo strappare i loro sguardi dallo schermo, mente pochi clic di distanza gli mettono a disposizione le peggiori sciocchezze e le migliori opere del mondo. Una sfida ardua.
Da quattrocento anni abitiamo e coltiviamo un angolo d’America impregnato di una particolarità fondamentale. Questa lingua che modella i nostri rapporti umani, il nostro modo di pensare e di sognare si chiama ormai francese quebecchese. Incarnata solo dal due per cento degli abitanti di questo vasto continente, è una lingua distinta con i suoi particolarismi, i suoi neologismi, i suoi prestiti dalle lingue delle Prime nazioni, le sue parole desuete in Europa ma ancora in uso qui. Il nostro francese non è superiore ma nemmeno inferiore al francese della Francia, del Belgio, del Mali o di qualsiasi altro luogo. E soprattutto non deve strisciare davanti all’inglese, fosse anche con l’accento del re d’Inghilterra, di Oprah Winfrey o di un colonizzato di casa nostra ben contento di esserlo.
L’inglese contamina la nostra lingua. Un fenomeno normale e inevitabile, questione di geografia, di demografia, di economia. Nella galoppante globalizzazione dei mercati i cui effetti nefasti sono moltiplicati dall’atomizzazione delle comunità, potremmo guardare le cose con un po’ più di distacco. Sì, l’inglese prevale come lingua del commercio, e tanto meglio se i nostri figli lo imparano presto, ma per commerciare bisogna anche avere qualcosa da offrire, qualcosa di diverso. La rarità crea valore. Ma la nostra differenza, questo vantaggio fondamentale che dovremmo usare come una risorsa, si trasforma per molti in uno svantaggio, in un imbarazzo, in una vergogna.
Non c’è vergogna a essere come si è. Ce ne dovrebbe essere nel lasciarsi morire. Avere la zampa in trappola è una cosa, leccare la trappola scodinzolando è un’altra. Un calo rapido e sostanziale di cittadini francofoni interessa il Québec, soprattutto, e non sorprende, Montréal. Se gli anglofoni vogliono imparare il francese, lingua ufficiale della loro terra d’accoglienza (o perfino della loro terra natale), e se da parte nostra gli diamo i mezzi per impararlo, non c’è nessun problema. Ma se preferiscono vivere in Québec parlando solo in inglese, se non gli diamo le risorse necessarie per una vera francesizzazione, il problema c’è: una minaccia diretta alla sopravvivenza della nostra cultura, quella di mia madre, di suo padre, dei miei vicini e di tutti coloro che hanno lottato per vivere, lavorare e prosperare in francese nel Québec.
Questa nazione è vulnerabile, minoritaria su un continente anglofono di un pianeta anglofilo. Questa lingua che è una ricchezza ai nostri occhi e alle nostre orecchie, che cerchiamo di proteggere con timide leggi più o meno applicate, diventa presto un fastidio per i paladini della virtù sempre pronti a riconoscere le minoranze colonizzate, purché non sventolino una bandiera del Québec. Sono voti facili da ottenere per i federalisti, ma per riprendere le parole molto chiare di Boucar Diouf, senegalese che vive nel Québec, “mettendosi dal lato ‘aperto e tollerante’ della forza, si ottengono dei dividendi politici”.
I numeri parlano chiaro. Quand’è che l’accumulo di statistiche, di aneddoti e di fatti di cronaca diventa un fatto di società, una realtà sociologica osservabile da tutti, anche da chi intenzionalmente non vuole vedere? Il francese arretra come lingua parlata in casa e sul lavoro, i reclami all’Oqlf (l’ufficio quebecchese della lingua francese) segnalano una difficoltà crescente a farsi servire in francese, i giovani francofoni preferiscono spesso parlarsi in inglese tra loro e la cultura quebecchese viene denigrata nelle nostre stesse istituzioni.
Canti del cigno o grida di guerra, le nostre voci devono farsi sentire. Bisogna investire massicciamente nella francesizzazione. Formare più insegnanti, mobilitare i migliori, mettere soldi, molti soldi, e tempo, molto tempo, per accogliere e integrare i nuovi arrivati. Francesizzare e integrare dovrebbero essere le parole d’ordine dello stato, una priorità nazionale. Non si chiede al governo un balzo in avanti in fisica quantistica o una conquista spaziale, ma solo di arginare la cancellazione della nazione offrendo corsi di cultura e lingua francese. È un’evidenza, la base senza la quale non si può costruire un futuro comune. Questi corsi sono sempre stati troppo pochi rispetto alla domanda, e diventano sempre più insufficienti.
Questa grande corrente chiara come l’acqua non sorprende nessuno. Eppure denunciarla e cercare di affrancarsene, di recuperare un po’ di potere per assicurare la semplice sopravvivenza di una nazione, che i federalisti canadesi pretendono comunque di riconoscere ufficialmente, farebbe dei nazionalisti quebecchesi dei veri xenofobi. Ci tengono la testa sott’acqua, e s’infastidiscono nel vedere che ci dibattiamo per evitare l’annegamento. Come disse qualche decennio fa il primo ministro dell’epoca René Lévesque, “mentre gli altri hanno dei poteri, noi per consolarci ci fabbrichiamo un equivalente artificiale con parole, luoghi comuni o strumenti senza potere”.
Intanto, qui nel Maine, due paffute gemelle hanno adescato i miei figli con dei monopattini e un caratteristico chiosco di limonate. I loro genitori, molto simpatici, gli hanno permesso di stringere effimere amicizie di vacanza. Poche settimane di giochi, spiagge e pizze al formaggio extra sono bastate a trasmettere ai miei figli più vocabolario inglese di tutti i programmi e le lezioni improvvisate che gli ho imposto con fatica durante l’anno.
S’impara con il contatto costante, con l’immersione. Si impara ancora più facilmente nel piacere e nell’incontro con la gente del posto.
Nel multiculturalismo canadese dobbiamo rispettare l’approccio interculturale del Québec. Francesizzare, francesizzare e francesizzare, ancora e ancora, sempre meglio! Rendere i musei, la letteratura e la cultura il più possibile accessibili, al maggior numero di persone possibile. Incontrarsi! Al di là del paese da costruire, dobbiamo preservare la nostra unicità, il francese come lingua ufficiale ed effettiva in Québec. Parlarla ovunque, celebrarla spesso.
Ovviamente queste sono solo mie opinioni. Ma la polifonia dei discorsi è sempre benvenuta, anche se non condivido tutte le affermazioni né tutte le proposte su cui potremmo fare leva per garantire il nostro futuro.
Tanto meglio. Più saremo numerosi a dibattere, a riflettere e a discutere della nostra lingua, della sua bellezza, delle sue debolezze e del suo destino, meglio sarà: aiuterete questa lingua ancora viva e vivace a rifiutarsi di tacere. E rifiutarsi di tacere è la cosa veramente essenziale. ◆ adr
David Goudreault vive in Canada, nella provincia del Québec. È scrittore, poeta e lavoratore sociale. In Italia ha appena pubblicato il romanzo Bestia di mamma (Marcos y Marcos). Questo articolo è l’introduzione di Ta langue!, una raccolta di interventi sulla lingua francese del Québec curata da Goudreault. Il titolo originale è De la sémantique à la plage.
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Questo articolo è uscito sul numero 1683 di Internazionale, a pagina 90. Compra questo numero | Abbonati