1. Amare degli sconosciuti

Un mese dopo la nascita di mia figlia, una giovane collega mi ha chiesto di spiegarle cosa significa essere un genitore.

“Non ci riesco”, ho detto. Lei ha saggiamente fatto leva sulla mia vanità, ricordandomi che la mia identità professionale si basava sulla capacità di spiegare idee complesse, quindi non era un po’ triste, anzi quasi patetico, che non fossi capace di spiegare una cosa elementare come la paternità? Ho abboccato.

La gente tende a spiegare la geni­torialità paragonandola ad altre esperienze di vita, ho risposto. Ma la genitorialità non è un concetto che si può scomporre e ricombinare attraverso i paragoni. Non puoi moltiplicare “ho un cucciolo” per “una volta mio nipote di due anni mi ha fatto la cacca addosso ed è stato divertente” e ottenere l’esperienza della genitorialità.

“Sei mai stata a Parigi?”, le ho chiesto. Non c’era mai stata. “Parigi è la mia città preferita”, ho detto. Potresti dire che praticamente a Parigi ci sei stata, perché sei stata a Londra e a Montréal, e in fondo cosa può offrirti Parigi se non una combinazione di “grande capitale europea” e “città francofona dove si mangiano salse burrose”? Ma non è possibile sommare le due esperienze di viaggio e capire davvero cosa significa essere a Parigi. Quindi sotto questo aspetto molto specifico, le ho detto, essere genitori è come Parigi.

Ma per essere molto più concreti, essere genitori non è affatto come Parigi. Immagina di svegliarti ogni giorno nel tuo appartamento sulla rive gauche e scoprire che la città si è magicamente trasformata in una versione alternativa di Parigi. Martedì strade e boulevard non s’incrociano più nei soliti punti. Mercoledì il Louvre si sposta in un altro arrondissement. Giovedì l’Arco di trionfo è a testa in giù e venerdì fluttua nel cielo. Ecco, ora ci siamo. Questo somiglia molto di più a essere genitore. Essere genitore significa essere un turista permanente in una città straniera in continua evoluzione, che per di più è anche casa tua.

La bambina che porti a casa dall’ospedale non è la stessa che dopo due settimane culli tra le braccia per farla addormentare, e quando ha tre mesi la bambina è completamente diversa dalle due precedenti. In senso fenomenologico, crescere un neonato non è come crescere “un” neonato, ma centinaia di neonati, ognuno dei quali sostituisce quello della settimana precedente, pur conservando gli stessi tratti del viso. “La genitorialità ci catapulta improvvisamente in una relazione permanente con uno sconosciuto”, ha scritto Andrew Solomon in Lontano dall’albero (Mondadori 2013). Quasi. La genito­rialità ci catapulta in una relazione permanente con degli sconosciuti, al plurale.

Quando diventi genitore incontri tuo figlio. E poi lo incontri di nuovo. E ancora, giorno dopo giorno. Non smetti mai d’incontrare tuo figlio. È uno dei motivi per cui diventare genitori: avere un figlio significa innamorarsi di mille bellissimi sconosciuti.

Crescere un neonato non è come crescere “un” neonato, ma centinaia di neonati, ognuno dei quali sostituisce quello della settimana precedente, pur conservando gli stessi tratti del viso

2. Sali sulle giostre

Una cosa che non ti dicono sull’essere genitore è che tuo figlio può trasformarti in un mostro. Sono le otto del mattino, il caffè si sta raffreddando, e ti ritrovi a correre intorno al tavolo della cucina con le dita a forma di artigli, la mandibola in avanti, i denti scoperti, i passi pesanti, la voce roca e cavernosa: un orco a caccia della sua preda. E la tua bambina di due anni strilla e cerca di scappare. La afferri per una gamba, la sollevi in aria, la fai dondolare a testa in giù, fingi di morderle la pancia. La rimetti giù e la lasci fare quel gioco in cui fa finta di scappare senza veramente scappare. “Ancora! Ancora!”, ordina. Ma le “r” sono morbide, suona più come “Ancoa! Ancoa!”. La risposta è automatica: la preda chiede, l’orco obbedisce. La faccia del padre si trasforma. Ricompare la faccia del mostro.

Io e mia figlia abbiamo fatto questo gioco più o meno un migliaio di volte. Niente, nella mia vita, avrebbe potuto prepararmi a questa messinscena tra cacciatore e preda, né alla gioia che mi dà. In generale, non sono uno che ama i mostri. Gli amici che hanno avuto figli prima di me non mi hanno mai preso da parte per dirmi all’orecchio: “Ah, un’altra cosa: dovrai continuamente far finta di essere un mostro”. Eppure ho la sensazione di essere nato per giocare a questo gioco, proprio come mia figlia.

Essere genitore è tutto quello che ti hanno detto: confusione, panico, gioia, tristezza, ansia, noia e di nuovo ansia. Dietro questi stati d’animo passeggeri c’è però un sentimento più profondo, per il quale non esiste una parola adatta. È la sensazione di ritrovarti all’improvviso a giocare al gioco più antico del mondo, un gioco che sai che hanno fatto miliardi di persone prima di te. Non c’è nulla, nell’essere genitori, che non sia un cliché. Questo è un inconveniente non da poco per gli sventurati che provano a scrivere dei saggi sull’argomento. Ma allo stesso tempo, per me è anche un balsamo esistenziale: sono fatto per questo e questo è fatto per me.

In un certo senso la vita è come essere chiusi in un luna park da cui non puoi uscire. Il parco non ha uno scopo preciso. È semplicemente lì, e tu ci sei dentro. Sali sulle giostre e a un certo punto si spengono le luci. Innamorarsi è una giostra, costruire amicizie profonde è una giostra, il sesso è una giostra: sono tutte esperienze che sono state costruite per noi, fatte per essere vissute. E poi, in alto, c’è un ottovolante tortuoso e vertiginoso che domina su tutto il parco e si chiama “avere un figlio”. Essere genitori non è niente di speciale, è solo un’altra giostra del parco. Ma è lì, è stata costruita per noi, e noi siamo fatti per salirci.

Ecco un secondo motivo per diventare genitori. Si entra nel luna park una volta sola, quindi tanto vale salire sulle giostre.

3. Un altro modo

“Il neonato non esiste”, ha detto una volta lo psicologo Donald Woods Winnicott. “Se provi a descrivere un neonato, scoprirai che stai descrivendo un neonato e qualcun altro”: un genitore, una tata, un fratello maggiore. “Il neonato non può esistere da solo: è fondamentalmente parte di una relazione”.

Questa frase mi è sempre piaciuta: “Il neonato non esiste”. Ma in realtà la stessa logica si estende anche agli adulti. Se provi a descrivere qualcuno, non ti metti a elencare le cose che fa quando è solo e nessuno lo guarda. Descriverai com’è quella persona in relazione a te o a qualcuno che conosci. “Derek è un buon amico?”, chiederai ai miei amici. “Derek è un buon fratello?”, chiederai a mia sorella. “Derek è uno scrittore noioso?”, chiederai ai miei lettori. Uno psicologo come Winnicott potrebbe essere tentato di formulare questo principio dandogli una sfumatura esistenziale: l’individuo non esiste. Ma credo che sia più vera la versione più concreta: ogni individuo è la somma delle sue relazioni.

C’è un’altra frase che mi piace molto, dal romanzo di David Gilbert. Due uomini entrano in un pub e vedono la madre: “I fratelli si ricomposero, tornati di nuovo figli”. Quanto è vero, e quanto è strano. C’è un piacere un po’ imbarazzante nel vedere un vecchio amico insieme ai suoi genitori. Il volto che s’irrigidisce o si ammorbidisce, la schiena che s’incurva o si raddrizza. La presenza dei genitori ricrea un figlio, lo trasforma di nuovo in un figlio.

C’è un lato triste in tutto questo: quando stavo con mia madre io ero una persona diversa, e mia moglie non la conoscerà mai; mia moglie era una persona speciale quando stava con sua madre, e io non la conoscerò mai.

Adesso però siamo genitori. Mia moglie, che non mi conoscerà mai come figlio, mi conoscerà sempre come padre. E io, che non conoscerò mai mia moglie come figlia, la conoscerò sempre come madre. Ecco il terzo motivo per diventare genitore: dà alle persone che ami un altro modo per conoscerti. ◆ fas

Derek Thompson è un giornalista statunitense. Lavora per il mensile The Atlantic. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è Creare successi. La scienza della popolarità nell’era delle distrazioni (Roi Edizioni 2018). Questo articolo è uscito sulla piattaforma online Substack con il titolo “On being a dad”.

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1658 di Internazionale, a pagina 96. Compra questo numero | Abbonati