Io lo chiamavo il lago. Da bambino, nel Guatemala degli anni settanta, probabilmente non sapevo neppure come si chiamasse. Ma non m’importava neanche. Bisognava solo guidare una mezz’ora dalla capitale lungo una strada stretta e tortuosa, che immancabilmente mi dava la nausea e mi faceva vomitare, per arrivare al villino del mio nonno libanese sulla riva del lago. Passammo molti fine settimana della mia infanzia lì, tuffandoci dal vecchio moletto di legno, imparando a nuotare nella gelida acqua blu, riesumando dal fondale antichi vasi e reliquie maya, remando sulle tavole da surf mentre i pesciolini neri guizzavano in superficie e a volte cadevano silenziosamente sull’acrilico della tavola. Noi li spingevamo dolcemente in acqua.

Una mattina, al risveglio, trovammo due indios che galleggiavano a pancia sotto nei pressi del moletto di legno. Erano nudi e gonfi. Guerriglieri, disse mio padre, con un tono privo di qualsiasi compassione o misericordia. Ero ancora troppo piccolo per sapere che i militari gettavano nel lago i cadaveri torturati dei loro nemici. Qualche settimana dopo mio nonno vendette il villino.

Una mattina, al risveglio, trovammo due corpi che galleggiavano a pancia sotto nei pressi del moletto di legno. Erano nudi e gonfi. Guerriglieri, disse mio padre

Mio padre ora aveva una guardia del corpo. A casa apparve anche un vigilante: arrivava ogni sera e restava tutta la notte seduto su una panchina vicina al portone, avvolto in un poncho di lana, con un fucile nero in grembo e un thermos di caffè caldo tra le mani. Con il tempo mi abituai a dormire con il rumore delle esplosioni e degli spari. Il conflitto armato tra la guerriglia e l’esercito, che andava avanti da più di dieci anni sulle montagne del paese, si era intensificato ed era arrivato nella capitale.

Un giorno, nell’estate del 1981, ci fu uno scontro in una valle proprio davanti alla mia scuola, nel quartiere Vista Hermosa. L’esercito aveva scoperto che in una casa della valle c’era un rifugio della guerriglia (i giornali l’avrebbero chiamato quartier generale sovversivo) e cominciò a bombardarla alle nove di mattina in punto. I professori ci portarono sotto una specie di tettoia, dove restammo tutto il giorno ad ascoltare le raffiche delle mitragliatrici, le esplosioni dei carri armati e dei lanciabombe, il ronzio degli elicotteri militari che sorvolavano la zona (dopo il fuoco di artiglieria partito da un carro armato, avrebbero detto i giornali, quattordici guerriglieri erano morti schiacciati sotto le macerie: undici uomini e tre donne). Quella stessa sera, mentre mio fratello e io ci preparavamo per andare a letto, mio padre ci disse che avremmo venduto la nostra casa e presto ci saremmo trasferiti negli Stati Uniti. E così fu. Fuggimmo in Florida il giorno dopo il mio decimo compleanno. E velocemente, senza rendermene conto, dimenticai il Guatemala, dimenticai il mio spagnolo nativo (l’inglese, con l’impeto di una nuova matrigna, s’impose subito), dimenticai anche il lago. Finché qualche anno dopo, tornato in vacanza in Guatemala, alla fine degli anni ottanta, conobbi una ragazza.

Era un po’ più piccola di me, e apparteneva a una delle famiglie più ricche del paese. Ricchezza di vecchia data, di proprietà e terre. Ci conoscemmo una sera, a una festa, e il pomeriggio del giorno dopo mi venne a prendere su un’enorme Chevrolet Suburban nera con vetri antiproiettile. Entrambi ci sedemmo sul sedile posteriore e fumammo alcune delle mie prime sigarette mentre l’autista, armato di un revolver calibro 38, guidò per trenta minuti lungo una strada stretta e sinuosa, fin quando non arrivammo al villino della sua famiglia sul lago.

Tutto all’interno sembrava abbandonato. I divani e i tavoli erano coperti da grandi teli. Non c’era nessuna sedia, nessun piatto in cucina, nessuna trapunta sui letti, nessun bicchiere o bottiglia nell’angolo bar. Avevano oscurato le finestre con sacchetti di plastica nera. Ma per quanto il villino sembrasse abbandonato, il lago era ancora peggio.

L’acqua non era più di un blu profondo ma di un marrone scuro, simile al cioccolato. In superficie galleggiava una schiuma grigia. Non c’era nessuno, da nessuna parte. Nessuno nuotava. Nessuno pescava. Nessuno navigava su una barca a motore o a vela. Nessun bambino della capitale passava lì il fine settimana. Nessuno dissotterrava reliquie maya dal fondale, nessun indio le vendeva sulla riva. Mi misi a osservare gli altri villini e pensai che, più che abbandonati, erano resti di altri tempi.

Si stava facendo notte. Il profilo dei vulcani in lontananza si distingueva a malapena. I pipistrelli volavano a pelo d’acqua e sulle nostre teste. Arrivammo a piedi al moletto di legno, e mi sorprese sentire l’odore di qualcosa che stava marcendo. Subito capii che quello che stava marcendo era il lago stesso. Dissi alla ragazza qualcosa sul cattivo odore. Ma lei si mise a ridere, si tolse i vestiti e si tuffò nuda in acqua.

Stavo guidando verso il mare. O cercavo di farlo. Avevo appena compiuto 25 anni ed ero arrivato alla conclusione che assolutamente nulla nella mia vita aveva senso.

davide bonazzi

Ero tornato da un paio d’anni in Guatemala, dopo aver preso una laurea in ingegneria all’università del North Carolina. Avevo vissuto negli Stati Uniti più di dieci anni, ma sempre con un visto studentesco, e quando gli studi finirono finì anche il mio tempo laggiù, e mi vidi costretto a tornare in un paese che non conoscevo, in una cultura che non era la mia, in una lingua che parlavo a malapena (l’inglese era diventato la mia prima lingua). Cominciai a lavorare come ingegnere, anche se ero sempre in preda a un sentimento di grande frustrazione e di profonda angoscia, che con il passare del tempo non fece che aumentare. Non appartenevo a quel posto. Ma non appartenevo neanche a nessun altro luogo. A nessun paese. Mi sentivo disorientato. Non solo fisicamente, ma anche emotivamente e spiritualmente (l’incontro con la letteratura sarebbe arrivato solo qualche anno dopo, una cosa che forse, in un senso più che metaforico, mi salvò la vita).

Ed eccomi lì, a fuggire da qualcosa in una Saab color zaffiro che mi aveva prestato un amico. Volevo arrivare al mare, forse nel giorno peggiore per provarci. Quasi tutte le strade della città erano chiuse per ragioni di sicurezza, a causa della cerimonia ufficiale che si sarebbe svolta quella settimana: dopo 36 anni di guerra interna, i militari e i guerriglieri avrebbero finalmente firmato un accordo di pace. Il paese era pieno di osservatori internazionali, presidenti, ambasciatori, giornalisti. Fui costretto a prendere un’altra via d’uscita dalla città: la strada stretta e sinuosa che, dopo aver girato attorno al lago, arriva al mare.

Ma anche quella strada, scoprii più tardi, era bloccata. Non dalla cerimonia nella capitale, ma da una folla di persone curiose che si erano radunate sulla riva del lago. Parcheggiai sulla strada e uscii dalla macchina.

La riva era un lenzuolo argentato di piccoli pesci morti.

Era ancora lì. Non se n’era andato, quando tutti gli altri se n’erano andati. Anche il suo villino, seppur vecchio e malconcio, era lì, e lui continuava a fargli compagnia ogni fine settimana. Come un capitano che si rifiuta di abbandonare la sua nave mentre va a picco. O come uno di quei soldati giapponesi che vagarono per decine di anni, sempre con le loro uniformi addosso, in cerca del nemico, perché nessuno si ricordò di dirgli che la guerra era finita.

Era stato il mio pediatra negli anni settanta. Poi era diventato un noto antropologo. Adesso, quando stavo per compiere 46 anni, era il bisnonno di mio figlio.

Eravamo seduti uno accanto all’altro su due sedie da spiaggia davanti al lago – lui, come sempre, e nonostante avesse più di novant’anni, in un costume a mutanda troppo piccolo – mentre aspettavamo che si raffreddasse un po’ l’acqua vulcanica dell’idromassaggio. Mi aveva appena raccontato di quando, nel luglio 1982, era stato sequestrato da un gruppo di soldati vestiti da civili all’uscita della sua clinica (la sala d’attesa, ricordo, era piena non solo di bambini ricchi della buona società della capitale, ma anche di bambini poveri e indigeni, che lui curava senza farsi pagare). I soldati lo avevano fatto salire con la forza su una jeep militare e l’ avevano portato in caserma. Alcuni dei suoi figli erano guerriglieri e vivevano in clandestinità, e il presidente Efraín Ríos Montt (che poi sarebbe stato processato e condannato per crimini contro l’umanità e genocidio) voleva ottenere informazioni per scovarli. Lui non sapeva nulla. Non poteva dirgli nulla e non gli disse nulla, pur subendo diverse e prolungate torture (uno dei soldati, mi raccontò, si presentava nella sua cella tutte le notti e gli allentava i ferri a cui era incatenato in silenzio, in segreto, perché potesse dormire meglio; in seguito il soldato gli avrebbe confessato che era stato uno dei tanti bambini che aveva curato gratis). Dopo più di un mese di sequestro, e in gran parte a causa della pressione di attivisti dei diritti umani e delle organizzazioni internazionali, soprattutto della Croce Rossa, i militari lo liberarono.

Il lago davanti a noi adesso era verde opaco. Verde pisello. Mi parve più vuoto o forse più piccolo, come se con gli anni si fosse ristretto. La puzza era quasi insopportabile.

Al mio fianco, sulla sedia da spiaggia, lui continuava a controllare l’ora sul suo orologio digitale. Sapevo perché. Il bar apriva a mezzogiorno.

Gli chiesi della situazione attuale del lago. Lui era lì da cinquant’anni. Era stato un testimone della sua popolarità come meta di vacanze, e anche della sua tragedia. Aveva visto la costruzione e la distruzione di tutti i villini sulla riva. Aveva visto l’acqua blu e cristallina diventare verde, densa e fetida. Aveva visto scomparire tutti i pesciolini neri.

È nella sua tappa finale, mi disse. Per due ragioni principali. In primo luogo, sono anni che nel lago confluiscono i prodotti chimici e i pesticidi usati da tutte le proprietà delle vicinanze. E in secondo luogo ci sono le acque nere e i rifiuti industriali della capitale che arrivano fin qui attraverso fiumi e fiumiciattoli: circa trecento tonnellate all’anno. Sta subendo un processo di eutrofizzazione, mi spiegò, che è l’eccesso di minerali e nutrienti, ed è per questo che l’acqua si è riempita di alghe ed è diventata verde. E d’interramento, l’inquinamento dovuto ai detriti trascinati dall’acqua.

Parlava con voce clinica, senza emozione: come un medico che parla del suo paziente.

Mi disse che, in fondo, tutto si riassumeva in un problema di negligenza umana e istituzionale. Mi disse che secondo gli esperti il lago si sarebbe asciugato del tutto in poche decine d’anni, una cosa che a lungo termine sarebbe stata catastrofica per l’ecosistema della regione. E nel frattempo, aggiunse, gli indigeni locali hanno perso il loro modello di vita e di sostentamento, non una casa delle vacanze. Sospirò e si alzò, lentamente, quasi dolorosamente. Con un mezzo sorriso, annunciò che il bar era aperto, ed entrò a prendere un paio di whisky.

Io restai sulla sdraio a guardare l’acqua verde davanti a me, cercando di ricordare il blu notturno di un tempo. Il cielo era sereno. Il sole era tiepido e gradevole. Lontano, dall’altra parte del lago, riuscii a malapena a riconoscere quello che era stato il villino di mio nonno. Il tetto di tegole di argilla rossa, il prato verde che scendeva fino all’acqua, gli alberi di eucalipto che avevo aiutato a piantare sulla terra nera della riva, il vecchio molo di legno. Guardando quel molo, ricordai la preghiera segreta e proibita che da piccolo sussurravo prima di tuffarmi in acqua. Come uno scongiuro, o come una sorta d’incantesimo. Avevo paura di trovare nell’acqua il corpo senza vita che galleggiava del piccolo Salomón, il figlio primogenito di mio nonno, il fratello maggiore di mio padre, o quello che sarebbe stato il fratello maggiore di mio padre, che era annegato nel lago quando aveva cinque anni, proprio lì, in quella stessa acqua, vicino a quello stesso molo. Non ritrovarono mai il suo cadavere. O così almeno dicevano a me. ◆ fr

Eduardo Halfon

è uno scrittore guatemalteco. Il suo ultimo libro pubblicato in italiano è Oh ghetto amore mio (Giuntina 2017). Questo articolo è uscito sulla rivista colombiana El Malpensante con il titolo El lago.

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Questo articolo è uscito sul numero 1354 di Internazionale, a pagina 80. Compra questo numero | Abbonati