Tre giorni dopo la fine del coprifuoco, fu chiaro che nessuno aveva intenzione di uscire. Per ragioni sconosciute, le persone preferivano rimanere in casa, da sole o con la loro famiglia, forse semplicemente felici di starsene alla larga dagli altri. Dopo aver trascorso tanto tempo in casa, ormai erano tutti abituati: non andare al lavoro, non andare al centro commerciale, non vedersi con un amico per un caffè, non ricevere per strada un abbraccio inatteso e indesiderato da una compagna del corso di yoga.

Il governo lasciò alla gente ancora qualche giorno per adattarsi, ma quando fu ovvio che le cose non sarebbero cambiate, non ebbe scelta. Le forze di polizia e dell’esercito cominciarono a bussare alle porte ordinando alle persone di uscire.

Christian Dellavedova

Dopo centoventi giorni d’isolamento, non è sempre facile ricordare con precisione che lavoro facevi. E non si può dire che non ti sforzi. Era sicuramente qualcosa in cui erano coinvolte tante persone arrabbiate che non sopportavano l’autorità. Una scuola, forse? O un carcere? Hai un vago ricordo di un ragazzino smilzo con un accenno di baffi che ti lancia una pietra. Forse eri assistente sociale in una casa famiglia?

Rimani fermo sul marciapiede davanti al tuo palazzo, i soldati che ti hanno scortato fuori ti fanno segno di muoverti. Così ti muovi. Ma non sei sicuro di dove stai andando. Guardi il telefono in cerca di qualcosa che possa aiutarti a chiarire le idee. Vecchi appuntamenti, chiamate perse, indirizzi segnati negli appunti.

Per strada le persone ti passano accanto correndo, alcune sembrano realmente in preda al panico. Anche loro non ricordano dove dovrebbero andare o, se lo ricordano, non sanno più come arrivarci o cosa fare andando lì.

Muori dalla voglia di una sigaretta, ma hai lasciato il pacchetto a casa. Quando i soldati si sono presentati di colpo da te e ti hanno urlato di uscire, hai avuto appena il tempo di prendere le chiavi e il portafoglio, dimenticando perfino gli occhiali da sole. Potresti provare a tornare indietro, ma i soldati sono ancora in giro, a bussare spazientiti alle porte dei tuoi vicini.

Così cammini fino al negozietto all’angolo e scopri di avere solo una moneta da cinque shekel nel portafoglio. Il ragazzo alto alla cassa, che puzza di sudore, ti strappa di mano il pacchetto che ti ha appena dato: “Te lo tengo da parte”. Quando chiedi se puoi pagare con la carta di credito, ghigna come se la tua fosse una battuta. La sua mano ha toccato la tua riprendendo le sigarette, era pelosa come un ratto. Sono passati centoventi giorni dall’ultima volta che qualcuno ti ha toccato.

Il cuore ti batte all’impazzata, l’aria ti fischia attraverso i polmoni e non sei sicuro di farcela. Vicino allo sportello del bancomat è seduto un uomo con gli abiti sporchi, accanto ha una ciotola di metallo. Ricordi bene cosa dovresti fare in questo caso. Lo superi frettolosamente, e quando ti dice con voce spezzata che non mangia da due giorni, guardi nella direzione opposta, evitando con maestria di incrociare il suo sguardo. Non c’è nulla da temere. È come andare in bicicletta: il corpo ricorda tutto, e il cuore che si era ammorbidito quando eri solo tornerà di pietra in men che non si dica. ◆ fs

Etgar Keret è uno scrittore israeliano. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è Un intoppo ai limiti della galassia (Feltrinelli 2019). Questo racconto fa parte del Decameron project del New York Times, una raccolta ispirata al Decamerone di Boccaccio con 29 racconti scritti durante la pandemia. È uscito con il titolo Outside.

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Questo articolo è uscito sul numero 1383 di Internazionale, a pagina 104. Compra questo numero | Abbonati