Era l’inizio del 1991 quando vennero di nuovo a prendere mio padre. Le volte prima ero troppo piccola per ricordare qualcosa, ma allora avevo quasi sei anni e la mia memoria era abbastanza forte, i suoni e le immagini di quel giorno mi avrebbero perseguitato per sempre. Vivevamo nel quartiere di Adhamiya, nella zona est di Baghdad, vicino al fiume Tigri, in una casetta che mio padre aveva costruito dopo un altro periodo passato in prigione. Stavo giocando con i bambini del quartiere quando una macchina accostò. Era un’auto civile, e i due uomini all’interno non indossavano la divisa. Uno di loro scese e con estrema naturalezza, come se avessi dovuto sapere chi era, mi chiese di andare a chiamare mio padre. “Baba, il tuo amico ti vuole!”, gridai dalla porta, senza entrare in casa per non rischiare di perdere gli ultimi preziosi minuti di gioco.

Un attimo dopo apparve mio padre, la mano alzata in un gesto di saluto. “Mi dia un momento per cambiarmi”, disse all’uomo, quasi fosse piacevolmente sorpreso di vederlo. “Non ce n’è bisogno”, rispose l’uomo, “ci vorrà solo qualche minuto”. Ma mia madre, che aveva immaginato questo momento infinite volte, recuperò rapidamente gli abiti che voleva mio padre. Lui si cambiò proprio lì davanti a noi, con calma e senza esitare, mentre gli uomini aspettavano con impazienza e gli dicevano di sbrigarsi. Prima di andarsene, mio padre mi salutò con un bacio.

Non ricordo la reazione di mia madre mentre l’auto si allontanava velocemente, se scoppiò in lacrime o ingoiò il dolore fingendo che andasse tutto bene, ma ora so che si chiedeva se avremmo più rivisto mio padre. La polizia segreta praticava con entusiasmo la tattica dello specchietto per le allodole. “Qualche minuto”, nel loro linguaggio, poteva significare qualunque cosa, da pochi infernali giorni di interrogatori fino a una vita in carcere. O anche, con la stessa probabilità, la morte. Mia madre conosceva bene la tattica perché una volta l’avevano usata con lei. Era successo nel dicembre del 1984, quando avevano arrestato tutta la mia famiglia. Io non ricordo quel giorno perché avevo solo quattro mesi, ma mia madre mi ha raccontato che l’ufficiale incaricato dell’arresto le aveva ordinato di lasciarmi sul pavimento mentre la portavano via e le aveva assicurato, mentendo, che sarebbe tornata presto. Le si spezza ancora la voce quando ne parla. “Cosa ti sarebbe successo se gli avessi creduto?”, dice. “Se ti avessi lasciato?”.

È una domanda che ha tormentato anche me. Forse sarei morta lì per terra. O forse i vicini avrebbero sentito i miei strilli e sarebbero venuti a salvarmi. Invece mia madre convinse l’ufficiale e mi portò con lei. Era un azzardo. Non sapeva dove stavamo andando né per quanto tempo. Per di più lei era curda, una cittadina di seconda classe agli occhi del regime, ed era sposata con un sovversivo. Poco prima che gli uomini della sicurezza venissero ad arrestarci, erano stati catturati altri dissidenti e mio padre aveva progettato di portarci via dal paese passando per il Kurdistan. Era riuscito a raggiungere la frontiera, ma le autorità erano state allertate ed era dovuto tornare indietro. Perciò i colpi alla porta quel giorno non erano inattesi.

Nella Repubblica della Paura creata da Saddam Hussein, gli iracheni si dividevano tra chi difendeva gli assurdi capricci del dittatore senza neppure pensarci e chi restava in silenzio e sopravviveva cercando di rendersi invisibile. E poi c’erano le persone come mio padre, i ribelli, che si opponevano al regime attivamente e con grandi rischi, non solo per sé ma anche per tutti quelli che amavano. Come per tutti i tiranni, le punizioni collettive erano un tratto distintivo della strategia di sopravvivenza di Hussein. Ovunque la resistenza alzasse la testa, si abbatteva il pesante martello della legge. In questo modo il regime moltiplicava i suoi nemici e alimentava i rancori che in seguito sarebbero esplosi nella guerra civile. Anche se, a 17 anni dal rovesciamento di Hussein, mentre tanti giovani iracheni insorgono contro il governo corrotto e incompetente che l’ha rimpiazzato, per me il suo lascito più duraturo non sono le divisioni che ha creato ma l’impulso a trascenderle. Il mondo può aver rinunciato all’Iraq cancellandolo come una causa persa ma io, dal punto di osservazione privilegiato di persona marchiata fin dall’infanzia come nemica dei tiranni, ribelle per diritto di nascita, vedo l’esatto contrario. Vedo la speranza.

Angelo Monne

Nel 1984 non eravamo certo l’unica famiglia in prigione, ma dovevamo essere una delle più numerose. Oltre ai miei genitori e a me, i servizi di sicurezza avevano arrestato anche i miei nonni materni e nove tra zie e zii, quattro dei quali erano minorenni. Ci separarono: gli uomini furono mandati ad Abu Ghraib, a ovest di Baghdad, e le donne dall’altra parte della città, ad Al Rashad. Mia madre era un’universitaria di 23 anni, angosciata e spaventata, che improvvisamente si trovava ad affrontare l’immane responsabilità di prendersi cura di una neonata in una prigione squallida e sovraffollata. Mi ha raccontato che in quei primi terribili giorni da detenuta mi tenne sempre in braccio, per paura che potessero portarmi via da lei. Naturalmente era anche preoccupata che il pavimento lurido del carcere potesse essere un rischio per la sua bambina.

Si abituò a lottare ogni giorno per farci sopravvivere entrambe, ma quella non era la sua unica priorità. Era anche decisa a darmi un’infanzia felice. Nell’anno e mezzo seguente interpretò il ruolo di madre con un ottimismo e un’energia infiniti, facendo l’impossibile perché la situazione in cui ci trovavamo non ostacolasse il mio sviluppo o infangasse le mie prime impressioni del mondo. Ho detto le mie prime parole e fatto i miei primi passi sotto il tetto di Al Rashad. La prima cosa che ho mangiato, a parte il latte, è stata la sbobba del carcere, che mia madre chiamava allegramente “gnam gnam morbida”. Le altre detenute erano “sorellone” e “ziette”. Al posto dei giocattoli e dei libri illustrati ricorreva alla sua fervida immaginazione per tenermi allegra e impegnata, inventando storie fantastiche sul mondo oltre le sbarre, o almeno una sua versione addolcita, con case accoglienti, foreste e fiumi lussureggianti e un’affettuosa popolazione di gatti e uccelli.

Il mondo reale ovviamente era molto più brutto. Centinaia di migliaia di iracheni persero la vita nell’orribile guerra di Hussein contro l’Iran, che si trascinò per otto anni. Il bilancio delle vittime era così pesante che furono arruolati e mandati al fronte anche i ragazzini. E non era solo l’esercito iraniano a uccidere gli iracheni. Temendo una rivolta interna, il regime cominciò ad arrestare chiunque fosse anche solo vagamente sospettato di simpatizzare con il nemico. Perfino raccontare una barzelletta su Saddam Hussein era considerato un tradimento. Per quanto si sforzasse, mia madre non poteva mettermi completamente al riparo da quella realtà. La sua manifestazione più visibile erano le guardie, i macho in divisa verde scuro che spadroneggiavano ad Al Rashad senza compassione né umanità. Strillavo terrorizzata ogni volta che li vedevo, il che serviva solo a farli infuriare, e urlavano a mia madre di farmi stare zitta. Man mano che il regime diventava più paranoico, Al Rashad si riempiva oltre la sua capienza. Alla fine il carcere era talmente sovraffollato che mia madre e io fummo trasferite in un reparto che ospitava le detenute condannate a morte. Mia madre ricorda ancora i volti di quelle giovani ribelli.

Fummo improvvisamente rilasciate nella primavera del 1986, poco prima del mio secondo compleanno. Due anni dopo, la guerra con l’Iran finì in uno stallo. E nel 1990 Hussein schierò l’esercito in Kuwait. La sua sconfitta per mano di una coalizione guidata dagli Stati Uniti fu un segnale di speranza per molti iracheni, soprattutto per gli sciiti del sud e per i curdi del nord, a cui era negato ogni diritto. Sembrava che l’odiato regime si stesse finalmente sbriciolando. Su pressione del presidente statunitense George H.W. Bush, la furia contro il regime sfociò in una rivolta, e nel giro di poche settimane i ribelli presero il controllo di quasi tutte le diciotto province del paese, tranne quattro. Sembrava solo questione di tempo prima che il regime cadesse, ma poi Washington ritirò il suo appoggio. Apparentemente preoccupato che una conquista sciita di Baghdad potesse rafforzare l’Iran, Bush adottò una politica che consentì alle forze fedeli a Hussein di annientare i ribelli dall’alto, con gli elicotteri d’assalto, abbandonando il popolo iracheno a un regime consumato e assetato di vendetta.

Nella Repubblica della Paura creata da Saddam Hussein, gli iracheni si dividevano tra chi difendeva i capricci del dittatore e chi stava in silenzio. Poi c’erano le persone come mio padre

Fu l’ipotesi che mio padre si sarebbe unito agli sventurati rivoluzionari a far tornare a casa nostra i servizi di sicurezza nella primavera del 1991. Lo portarono via per cinque mesi. Mia madre, mia sorella minore e io tentammo molte volte di andare a trovarlo, senza successo. Le guardie della prigione ci costringevano ad aspettare per ore all’aperto sotto il sole cocente solo per informarci, alla fine, che i detenuti quel giorno non potevano ricevere visite. Riuscimmo a vederlo solo una volta. Ricordo che rimasi sconvolta da com’era magro e fragile e che lui continuò a sorridere e scherzare, per calmare l’atmosfera suppongo. Aveva un aspetto ancora peggiore quando lo rilasciarono. La nostra famiglia allargata si riunì a casa nostra per festeggiare la sua libertà. Anche se somigliava a malapena all’uomo che ricordavo, quando varcò la soglia mi aggrappai a lui, determinata a non mollarlo. In seguito mi raccontò che in quel preciso momento, anche se era debole e spossato, decise che per noi era arrivato il momento di lasciare il paese.

L’occasione si presentò alcuni mesi dopo, quando Hussein aprì brevemente le frontiere per facilitare un esodo di massa dei suoi avversari politici. I voli civili erano vietati in Iraq, così prendemmo un pull­man per la Giordania. Dopo circa 18 mesi e molti altri viaggi raggiungemmo Copenaghen, la nostra destinazione finale. Fu un passaggio traumatico, da una patria di sangue e disordini a un paese generalmente considerato tra i più felici del mondo, due realtà totalmente diverse che ora avrei dovuto riconciliare in qualche modo.

Molte cose cambiarono dopo la nostra partenza. Gli statunitensi tornarono. Hussein cadde. Ci fu una guerra civile. Quando raggiunsi i vent’anni, l’Iraq della mia infanzia era stato sepolto nella polvere. Oggi, ogni volta che torno a Baghdad mi sento una straniera che cammina per le strade, incapace di spegnere quella vocina nella testa che mi ricorda continuamente che non penso e non mi comporto come le persone di qui. Tutti quegli anni di caos le hanno cambiate proprio come la pace ha cambiato me. Quando guardo le zie, gli zii e i cugini che non hanno mai lasciato l’Iraq e penso a tutto quello che hanno sopportato – la violenza, le persecuzioni, lo stigma della storia di resistenza politica della mia famiglia – non posso fare a meno di sentirmi privilegiata per averlo evitato. A volte mi dico che dovrei liberarmi del passato e andare avanti con gratitudine, perché la vita mi ha concesso una seconda occasione.

Ma c’è qualcosa che mi spinge sempre a tornare in Iraq, un singolo filo di tessuto connettivo che il tempo e la distanza non sembrano in grado di spezzare. Negli ultimi tempi questa spinta è più forte che mai, in particolare dall’ottobre scorso, il mese in cui i giovani iracheni hanno preso nelle loro mani il destino del paese. Le proteste a favore della democrazia erano divampate spesso in Iraq dopo la primavera araba, ma questa volta il movimento aveva abbastanza slancio da minacciare lo status quo. Ho seguito con attenzione le notizie mentre la rivolta si diffondeva. In tutto il paese decine di migliaia di manifestanti scendevano nelle strade di Baghdad e di altre grandi città gridando “Vogliamo una patria!”. Uno slogan che prorompeva da un rancore ormai incancrenito per la corruzione dilagante, che in seguito all’occupazione statunitense aveva ridotto gran parte della popolazione a una povertà insormontabile. Il loro senso d’ingiustizia è stato solo confermato dalla reazione brutale del regime. Centinaia di manifestanti pacifici sono stati uccisi nella repressione, e non solo dalle truppe governative, ma anche dalle decine di milizie, gruppi politici e paramilitari stranieri che si sono precipitati per sfruttare il caos e fare i propri interessi.

All’inizio, vedendo tutte queste fazioni rivali che si arrampicavano sulle spalle dei dimostranti per arraffare una fetta di torta, non ho potuto fare a meno di pensare che il movimento era stato traviato. Ancora una volta sembrava che i giovani iracheni fossero usati come carne da cannone in una lotta di potere geopolitica che avrebbe solo inasprito le penose condizioni che li avevano spinti in strada.

Poi mi sono resa conto di non aver colto il punto della questione. Ad aprirmi gli occhi è stata una foto che ha circolato sui social network. Ritraeva un ragazzino a una manifestazione, molto probabilmente a Baghdad. Era accucciato sull’asfalto con una piccola bandiera irachena stretta al petto e un panino smozzicato in mano, come se si fosse preso una pausa dalla protesta per recuperare le forze. I suoi occhi stanchi, gli abiti e i piedi sporchi facevano pensare che fosse lontano da casa da giorni, perso nella foschia dei gas lacrimogeni durante la ribellione pacifica. Sembrava avere 13 o 14 anni, ed era sicuramente troppo giovane per aver assistito al collasso dell’ultimo regime. Non aveva visto cantare e danzare gli iracheni nelle strade, inconsapevoli dei giorni bui che li attendevano, ignari del fatto che i loro liberatori, quegli “ambasciatori di buona volontà” con carri armati e tute mimetiche, avrebbero distrutto le loro città, preso il controllo del loro petrolio, installato un nuovo governo corrotto quanto il vecchio e acceso la miccia di una guerra settaria. Era abbastanza giovane, in altri termini, da avere ancora speranza, da rischiare la vita per un sogno infranto. Teneva alta la torcia della libertà che un tempo avevano innalzato i miei genitori e, fendendo la stessa oscurità, stava proseguendo la lotta per esorcizzare questa casa degli orrori, per fare in modo che un giorno tutti gli iracheni possano avere un luogo sulla terra da chiamare casa. La sua fede era l’unica cosa che contava.

L’Iraq può essere il paese d’origine riportato sul mio passaporto, ma non è mai stato casa mia. Hussein ha fatto in modo che non lo fosse. Per quanto lo riguardava, la mia famiglia non aveva posto in Iraq. Eravamo traditori. Il nemico. Il posto a cui appartenevamo era il carcere. Perciò io faccio risalire le mie radici ad Al Rashad. Forse non avrò mai un paese da chiamare mio, ma sarò sempre una prigioniera che è diventata libera. Il mio posto sarà sempre tra chi non ha un posto: i ribelli, i distruttori di tiranni. Il mio posto è con mio padre e mia madre, con le mie “sorelle” e “zie” che morirono ad Al Rashad, con il ragazzino della foto dai piedi sporchi e gli occhi iniettati di sangue, con i giovani iracheni che trionfano nel loro ottimismo, che insistono per una vita di pace in un paese che da mezzo secolo conosce solo la guerra, e la cui speranza è la nostra unica speranza. Il mio posto è con i ribelli perché solo loro mi danno la fiducia che un giorno i bambini di Baghdad andranno a scuola senza paura, potranno tenere insieme le loro famiglie e le famiglie allargate, e non soffriranno più perché una milizia li abbandona o una setta li minaccia o un dittatore vuole soffocarli con il gas. Il mio posto è con i ribelli di questa generazione e delle generazioni passate, anche se le parti del conflitto qualche volta si sono scambiate di posto, con gli oppressi di ieri che diventano gli ingiusti di oggi. In ogni caso, sono sempre dalla parte dei ribelli. ◆ gc

Hawra al Nadawi è una scrittrice irachena. È nata a Baghdad nel 1984. Vive a Londra. Questo articolo è uscito sul New York Times Magazine con il titolo They came for my father nearly 30 years ago. It still haunts me.

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Questo articolo è uscito sul numero 1382 di Internazionale, a pagina 104. Compra questo numero | Abbonati