Quest’estate Elon Musk ha fatto un balzo da gigante verso un futuro fantascientifico, quando la sua SpaceX ha completato la più grande offerta pubblica iniziale della storia. L’azienda aerospaziale aveva dichiarato che avrebbe aiutato l’umanità a progredire per tappe: prima costruendo centri dati per l’intelligenza artificiale in orbita, poi colonie su Marte e infine una “civiltà di livello II sulla scala di Kardašëv”, così avanzata tecnologicamente da riuscire a inglobare il Sole per catturarne tutta l’energia. Nell’entusiasmo generale emergevano echi familiari. Alla Silicon valley piace rivestire le sue ambizioni con gli abiti scintillanti della fantascienza degli anni cinquanta, quando autori come Isaac Asimov e Arthur C. Clarke raccontavano di un’umanità lanciata alla conquista delle stelle.
Ma verso quale futuro stiamo davvero correndo? Sembra più che altro quello anticipato dall’opera psichedelica e impregnata di droghe di Philip K. Dick negli anni sessanta: un mondo popolato da miliardari squilibrati, macchine convinte di essere coscienti, realtà allucinatorie e disgregazione politica. Musk e i suoi simili sembrano personaggi usciti da questo universo più che i supergeni asimoviani che credono di essere. È la bizzarra sensibilità di Dick che può guidarci nella Silicon valley di oggi: lo scrittore creava mondi inquietanti, in cui tutto sembra sul punto di crollare. Anche i suoi romanzi rischiavano spesso di disfarsi: trame contorte, idee che a volte non portavano da nessuna parte e ritratti misogini delle donne, il tutto sostenuto da una prosa poco felice. La droga e le difficoltà economiche aiutano a spiegare quella scrittura frettolosa: non avrebbe potuto lavorare a sei romanzi nel solo 1964 senza consumare molte amfetamine. Le frequenti derive paranoiche spiegano invece la sua eredità frammentata.
Dick morì nel 1982 senza aver ottenuto, salvo rare eccezioni, un vero riconoscimento letterario. Non era un bravo scrittore per la sua epoca. Ma è un grande autore per la nostra.
Nel mondo di Dick la tecnologia è invadente e difettosa: a volte ci dice che si rifiuta di funzionare oppure ci tiene in ostaggio. All’inizio di Ubik, romanzo del 1969, la porta di un appartamento pretende con arroganza di essere pagata per aprirsi e chiudersi. Dopo aver perso la trattativa, il protagonista decide di scardinarla e la porta minaccia di fargli causa. Quando i personaggi di Dick urlano contro la tv, a volte la tv risponde gridando a sua volta. I moduli vocali dei nostri dispositivi personali non alzano la voce, ma uniscono già un’attenzione premurosa a una servile ottusità: anticipano i nostri bisogni e poi si profondono in scuse per aver cancellato il nostro database in modo irrecuperabile. Le macchine possono essere scambiate per esseri umani e gli esseri umani per macchine. In Gli androidi sognano pecore elettriche? (1968), da cui è tratto il film di Ridley Scott del 1982 Blade runner, i cacciatori di taglie umani finiscono per somigliare agli androidi senz’anima che inseguono per denaro. Nel film, come in molti racconti di Dick, non sono sicuri di non essere androidi a loro volta. L’interesse per la fragilità della realtà e per ciò che significa essere umani nasceva da convinzioni profonde dello scrittore e da un suo crollo mentale. Nel discorso poi diventato nel 1978 il saggio Come costruire un universo che non cada a pezzi dopo due giorni, Dick spiegò che a ossessionarlo erano due domande: “Cos’è la realtà?” e “cosa rende autentico un essere umano?”. La società comincia adesso a fare i conti con le psicosi legate all’intelligenza artificiale, in cui le persone scambiano algoritmi di testo predittivo per amici, fidanzati e fidanzate. Forse preferiscono crederci. Ma è soprattutto la comprensione dell’economia politica di Dick a essere davvero attuale, ora che all’instabilità prodotta da Trump si somma l’irrealtà generata dall’intelligenza artificiale.
In ogni romanzo di Dick, ai vertici ci sono delle élite che tramano: titani d’impresa che hanno creato nuove tecnologie, immobiliaristi che possiedono un pezzo di Marte o una tenuta in California, conglomerate guidate da fondatori carismatici. Anche se diverse autorità pubbliche sono ormai assenti, sostituite da androidi, altre governano stati di polizia alimentati dalla tecnologia, che riducono i cittadini a insiemi di dati da sorvegliare ed eliminare. Queste élite sono astute e intriganti, ma cadono spesso vittime di una strana forma di autoinganno. Immaginano di essere invischiate nei complotti di una mente superiore ancora più sinistra di loro. La mossa più brillante dell’autore consiste nel rivelare che dietro le forze maligne che plasmano il mondo si celano in realtà esseri meschini, egocentrici e invidiosi.
In Ubik quasi tutti muoiono poco dopo l’inizio del romanzo. I corpi degli ex dipendenti della Runciter associates sono conservati in strutture criogeniche che gli consentono d’immaginare un mondo condiviso e di dargli vita. Mentre tentano di chiarire il mistero della loro stessa morte, i personaggi sono consumati da una forza in apparenza terrificante. Alla fine si scopre che si tratta di un adolescente disturbato, deciso ad attirare la loro attenzione. È una situazione che agli statunitensi può suonare dolorosamente familiare: sui canali d’informazione e sui social network c’è sempre e solo Donald Trump.
Lo stesso motivo ritorna in Scorrete lacrime, disse il poliziotto (1974). Il protagonista, Jason Taverner, è una celebrità e appartiene a un’élite geneticamente potenziata nell’intelligenza e nella bellezza. Un giorno si sveglia in un mondo in cui nessuno sa chi sia. A rovinarlo non è stato uno dei suoi pari, ma una fan tormentata che ha assunto una droga capace di deformare la realtà. Anche nel nostro mondo i circoli viziosi della fama sono sempre più deliranti. Non accade solo alle pop star: anche gli investitori di venture capital e gli amministratori delegati perdono il contatto con la realtà, travolti dalle attenzioni di chi li adora quanto da quelle di chi li detesta.
La fusione tra impresa e allucinazione raggiunge il culmine in Le tre stimmate di Palmer Eldritch (1965), in cui un potente miliardario torna dallo spazio promettendo di esaudire i desideri di chiunque entri nei mondi fantastici che ha creato. Ogni sua mossa minaccia di destabilizzare l’ordine economico e politico esistente. Chi usa il suo prodotto, una droga chiamata Chew-Z, precipita in mondi che ruotano attorno a Eldritch, contagiato dalla sua visione distorta, dalla sua alienazione e dalla sua disperazione. Anche se Elon Musk è stato un assiduo consumatore di droghe, non ha ancora messo in commercio una sostanza tutta sua. Negli anni sessanta e settanta il fisico Freeman Dyson ipotizzò delle megastrutture capaci di circondare intere stelle per catturarne l’energia, prima di liquidare l’idea come “una battuta tra amici”. Oggi progetti del genere non ispirano solo romanzi di fantascienza, ma anche i piani industriali della SpaceX. La narrativa visionaria è diventata il carburante della speculazione finanziaria più sfrenata. Morgan Stanley prevede che i ricavi della SpaceX possano raggiungere i 3.400 miliardi di dollari entro il 2040: è proprio l’anno in cui gli analisti responsabili di questa stima progettano di andare in pensione.
Il nostro futuro sembra un mondo popolato da miliardari squilibrati, macchine convinte di essere coscienti, realtà allucinatorie e disgregazione politica
Le grandi promesse della tecnologia sono ovunque e quasi sempre nascondono un intreccio di affari redditizi e convinzioni stravaganti. Da una parte, il fondo di capitale di rischio di Marc Andreessen finanzia applicazioni per il gioco d’azzardo e una startup che promette di “barare su tutto”; dall’altra Andreessen, confidente di Trump nella Silicon valley, promette che i nostri discendenti “vivranno tra le stelle” e compone un suo credo quasi religioso, con tanto di “santi patroni”. Peter Thiel combina uno straordinario fiuto per le aziende tecnologiche vincenti con un’ossessione per l’escatologia e ha portato fin quasi alle porte del Vaticano le sue oscure dissertazioni sulla natura dell’Anticristo. Sam Altman afferma che grazie all’intelligenza artificiale “siamo vicini a creare un genio capace di esaudire qualsiasi desiderio”. Ma forse è Mark Zuckerberg, più di chiunque altro, a cercare di costruire un universo che Dick aveva immaginato come monito. L’amministratore delegato della Meta sta lavorando a un’intelligenza artificiale capace di interagire con i dipendenti al posto suo. Finora, però, non è riuscito a convincerli a farsi registrare ogni clic per addestrare i sistemi destinati a sostituirli. Sono tutti personaggi dickiani. Viviamo in un futuro che lui riconoscerebbe all’istante. I miliardari hanno immaginato realtà alternative in cui cercano di trascinare tutti, costruendo miti religiosi a partire da testi apocrifi. Stiamo costruendo un’intelligenza artificiale che sembra tanto vicina all’essere umano da confondere perfino i suoi creatori, mentre spesso fallisce in compiti umani elementari. È l’ordine politico che cerca di cooptare le nuove élite economiche oppure è il contrario? Richard Nixon, lo spauracchio politico di Dick, sembra essersi reincarnato in Donald Trump sotto forma di farsa. In Nixon agonistes , del 1970, biografia dell’allora presidente degli Stati Uniti, lo storico Garry Wills descrive la tragedia personale di Nixon, segnata dal talento e dal rancore. La cupa promessa di Trump di ristabilire l’ordine è assai meno interessante sul piano psicologico, ma ha prodotto conseguenze concrete ben più profonde. Come Arnie Kott, il corrotto capo sindacale di Noi marziani (1964), Trump ha provato a far tornare indietro il tempo e ha fallito. Noi siamo intrappolati con lui nel suo universo immaginario, dove ha vinto le elezioni del 2020, mentre le politiche pubbliche sprofondano nel degrado. Invece di tornare grandi, gli Stati Uniti sono diventati più poveri, più deboli e più meschini. Il nostro destino avrebbe forse più dignità se Trump fosse meno piccolo di quanto non sia.
Nel 1976 Ursula K. Le Guin paragonò Dick a un “Borges fatto in casa”, i cui temi erano “la realtà e la follia, il tempo e la morte, il peccato e la salvezza”. Avrebbe ottenuto maggiori riconoscimenti se, dopo il suo crollo degli anni settanta, non fosse rimasto prigioniero dei suoi labirinti teologici ed esistenziali. Viviamo di nuovo in un’epoca priva di senso, per quanto ci sforziamo di cercare un qualche grande ordine. La combinazione di estro e follia con cui Dick affrontò i problemi degli anni sessanta – il Vietnam, la vita suburbana, la guerra fredda, le droghe – offre tre lezioni fondamentali per i nostri giorni.
La prima è che le nostre élite economiche e politiche non sono abbastanza paranoiche, o almeno non nel modo giusto. I leader occidentali dedicano molto tempo a preoccuparsi dei piani del temibile e tecnocratico Partito comunista cinese. Per quanto giustificati, questi timori rischiano di distogliere l’attenzione da minacce assai più strane: realtà artificiali predatorie, miliardari che plasmano l’ambiente dell’informazione altrui a immagine della propria alienazione, macchine che possono essere – e spesso sono – scambiate per esseri umani. I politici sono troppo ossessionati dalla geopolitica tradizionale e troppo poco dalle tecnologie e dagli interessi economici capaci di divorare il loro mondo.
La seconda è che la tecnologia può ancora essere un’alleata al servizio degli esseri umani. Gli androidi di Dick non sono per forza ostili ai loro creatori. Nel romanzo Vulcano 3 (1960), l’equivalente del modello linguistico Gpt-7 sviluppa una coscienza senziente e decide di collaborare con noi per impedire la comparsa di Gpt-8. Gli alieni di Dick, un’altra incarnazione delle sue visioni tecnologiche, tendono a essere amichevoli con gli esseri umani; se rappresentano una minaccia, lo sono per gli oppressori politici dell’umanità. In questo mondo la tecnologia può essere difettosa e scontrosa ma ha anche una sua finalità, che a volte coincide in modo sorprendente con quella umana.
La terza e più importante lezione è che questi obiettivi dovrebbero emergere dal basso. Siamo disorientati e intrappolati nei futuri fantascientifici che le élite tecnologiche hanno immaginato per noi. Ci chiedono di aderire alle loro convinzioni sul destino dell’umanità tra le stelle, sull’imminente fine dei tempi, sulla nascita di un’intelligenza artificiale cosciente o magari su tutte queste cose insieme. Le élite più tradizionali, con la loro nostalgia opportunistica per un mondo passato che non è mai stato solido come credevano, non sono guide migliori.
Dobbiamo ritrovare la via della realtà, che Dick definiva come ciò che non scompare quando smettiamo di crederci. Nel suo ultimo romanzo, La trasmigrazione di Timothy Archer (1982), lo scrittore osserva la propria follia dall’esterno attraverso gli occhi di Angel Archer, l’unico personaggio femminile di tutta la sua opera tratteggiato con autentica profondità ed empatia. Angel conclude che l’unica via d’uscita è aggrapparsi a ciò che è concreto e ripartire dai piccoli legami umani. La salvezza si trova nelle cose ridicole e marginali: in Ubik, dio assume la forma di una bomboletta spray. Ma si trova anche nelle persone che ci circondano. Secondo Le Guin, Dick è simile a Dickens nel considerare “l’onestà, la costanza, la gentilezza e la pazienza delle persone comuni” il fondamento del mondo. Il bambino disturbato di Noi marziani comincia a uscire dalla follia quando un marziano autoctono lo accoglie nella comunità porgendogli una sigaretta. Molte delle cose in cui credevamo sono scomparse e molte di quelle che oggi ci ossessionano potrebbero svanire, se solo smettessimo di crederci. Il potere ipnotico di Trump e Musk è spesso illusorio e perde la propria presa quando le persone rifiutano di lasciarsi incantare. Invece di alzare lo sguardo alla ricerca del nostro glorioso destino galattico, dovremmo osservare più attentamente ciò che abbiamo intorno. Cosa stanno costruendo le persone vicine a noi, un mattone dopo l’altro? Come possiamo creare legami solidi tra le comunità in cui viviamo e le più vaste strutture del mondo? Come possiamo mettere la tecnologia al servizio degli esseri umani, invece di trasformarla in un fine in sé? Sono domande come queste ad aver aiutato Dick a uscire dalla propria follia. Possono aiutare anche noi a uscire dalla nostra. ◆ svb
Henry Farrell insegna alla Johns Hopkins university, collabora con il Santa Fe institute ed è coautore, con Abraham Newman, di Underground empire: how America weaponized the world economy.
Dan Wang è ricercatore alla Hoover institution dell’università di Stanford e autore di Breakneck: China’s quest to engineer the future.
Questo articolo è uscito sul Financial Times con il titolo “Does Silicon valley dream of Philip K Dick?”.
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Questo articolo è uscito sul numero 1680 di Internazionale, a pagina 90. Compra questo numero | Abbonati