La sera del 18 febbraio la Deutsch-romantisches orchester (Dro) si è esibita al Funkhaus di Berlino, un ex centro di radiodiffusione riconvertito in un’elegante sala da concerto. Sembrava un concerto classico come tanti, a parte la lista degli invitati, il banchetto da cinque portate e l’evidente contrasto tra il livello dei musicisti e quello della loro direttrice, la giovane e relativamente sconosciuta Marina Quasha.

Poco dopo le 19 Quasha ha raggiunto il podio, ha rivolto al pubblico un minuscolo cenno del capo, poi ha sollevato le mani e ha dato avvio all’ouverture del Rigoletto di Verdi, seguita da arie tratte dalla Tosca e dal Macbeth e, infine, dalla prima sinfonia di Brahms. L’esecuzione tradiva tutta l’inesperienza della direttrice: splendidi assoli individuali soffocati da un impatto sonoro chiassoso e impastato, segno di un controllo ancora acerbo. Frasi che avrebbero avuto bisogno di essere distinte si confondevano tra loro, trascurando le sottili contromelodie che danno profondità alla musica. Le mani di Quasha battevano timidamente il tempo, e i musicisti spesso ignoravano i suoi movimenti. La guardavano appena.

Beatrice Bandiera

Dopo il concerto, invitati e musicisti si sono avviati verso la sala del banchetto, dove li attendevano tre lunghi tavoli apparecchiati con candele sottili, segnaposto scritti a mano e menù raffinati. Nel brusio generale, un musicista si è sperticato in lodi per l’approccio “innovativo” della Dro e la sua capacità di attirare nuovo pubblico, come se non fossimo appena usciti da un concerto su invito seguito da una cena di lusso. Altri, commentando le capacità direttoriali di Quasha, hanno dato un saggio della raffinata arte del non complimento: “È un progetto davvero emozionante”, “Ha qualcosa nel cuore”, “C’è sempre spazio per crescere”. Forse non se la sentivano di sputare nel piatto dove stavano (e stavo) mangiando ostriche Gillardeau n. 3 e caviale al limone. Tra una portata e l’altra, Quasha è passata al mio tavolo e mi ha raccontato che era in partenza per Malta, paese di cui ha chiesto la cittadinanza per poter gareggiare nel salto ostacoli di ippica alle Olimpiadi del 2028. “Come puoi immaginare ha una certa disponibilità economica”, mi ha confidato un invitato non appena si è allontanata.

Più tardi ho inviato la registrazione del concerto a due musicisti di cui mi fido, senza dire chi avesse diretto l’orchestra. Il primo, un pianista, mi ha mandato una lista di sei problemi generali e trentasette criticità più specifiche. “I momenti in cui la musica praticamente si suona da sola andavano bene”, ha commentato, “ma le parti che richiedevano capacità direttoriali lasciavano molto a desiderare”. Il secondo, un affermato direttore d’orchestra, mi ha risposto: “Mi sembra che l’orchestra non si fidi, il tempo oscilla in modo anomalo senza alcun senso musicale. E in molti passaggi cruciali, dove serve qualcuno che guidi la transizione, l’orchestra si scolla”. Nonostante questo, ha aggiunto, si capiva che stavamo ascoltando “uno strumento costoso”.

Molto costoso: Quasha mi ha confidato che il concerto al Funkhaus è costato 250mila euro. Per dare un’idea, nel 2022 il 77 per cento delle orchestre statunitensi aveva un budget annuo inferiore ai 260mila euro. Perché tanta energia, competenza e denaro per un concerto diretto da una quasi esordiente? La risposta è in una tendenza preoccupante e relativamente nuova nella musica classica: l’ascesa del pay-to-play (paga per suonare), esperienze musicali su misura per persone ricchissime.

La musica classica ha sempre vissuto grazie al patrocinio delle élite. Nelle monarchie europee, sovrani e nobili tenevano i musicisti come servitori di lusso. Spesso erano anche loro dei musicisti dilettanti: la competenza musicale era un segno di raffinatezza. Luigi XIV suonava il liuto e la chitarra; Federico II di Prussia, quando non era impegnato a corteggiare il suo valet de chambre, si esercitava al flauto e componeva sonate; ben quattro imperatori asburgici hanno lasciato opere musicali. Nel novecento il mecenatismo è diventato più democratico. Negli Stati Uniti, gli industriali come Andrew Carnegie hanno fatto costruire sale da concerto per migliorare la propria reputazione, ma anche per offrire ai concittadini luoghi dove ascoltare grandi interpreti. In Europa, i governi hanno creato ingegnosi sistemi di finanziamento pubblico per sostenere i musicisti professionisti. La meritocrazia, con tutti i suoi limiti, ha dato un grande contributo al prestigio del settore garantendo che per decenni chiunque facesse carriera nella musica classica fosse estremamente preparato. Magari lo era anche perché aveva i genitori ricchi, o musicisti, o entrambe le cose, ma era comunque preparato.

Le vicende di Florence Foster Jenkins, ricca ereditiera reinventatasi soprano, di Gilbert Kaplan, editore finanziario diventato direttore d’orchestra, e di Paul Sacher, prima direttore d’orchestra e poi magnate del Valium, dimostrano che i ricchi non hanno mai perso il desiderio di cimentarsi in campo musicale. Nell’ultimo decennio, però, abbiamo assistito a una proliferazione impressionante di formule pay-to-play, in una deriva che ricorda i tempi in cui le orchestre erano proprietà dei principi. Queste iniziative permettono a chi ha molto denaro ma scarse capacità musicali d’interpretare il ruolo di compositore o direttore, purché possa pagare. È un fenomeno che nasce quasi naturalmente dalla disuguaglianza estrema della nostra epoca e dalla condizione sempre più precaria della musica classica. Il rischio è che l’arte stessa finisca per modellarsi sui capricci di facoltosi dilettanti.

Gli esempi non mancano. Nel 2012 Alexey Kononenko, ex matematico del misterioso hedge fund Renaissance technologies, ha deciso di reinventarsi come compositore. Kononenko – in arte Alexey Shor – non sa suonare nessuno strumento, conosce a malapena la teoria musicale e i suoi lavori hanno una vena imitativa che farebbe impallidire un modello di intelligenza artificiale, eppure è riuscito a far eseguire le sue opere in tutto il mondo da musicisti di primissimo piano. Shor ha finanziato una quantità incredibile di concerti, festival e concorsi: l’unica condizione è che mettano in programma anche le sue composizioni. Nel maggio scorso l’orchestra dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia ha eseguito a Roma il suo concerto per violino n. 7, diretto da Daniel Harding con Gil Shaham come solista: probabilmente è stata la sua serata più prestigiosa. Per la maggior parte dei compositori professionisti sarebbe un miraggio.

Oppure prendiamo il caso di Susan Lim. Lo scorso maggio, la Royal philharmonic orchestra, il City of London choir e il grande pianista Jean-Yves Thibaudet hanno eseguito una composizione firmata da questa celebre chirurga e sostenitrice dell’ia, che ha ingaggiato dei musicisti professionisti per trasformare le sue idee ancora confuse in un brano musicale. L’opera racconta il viaggio di un leoncino di peluche che, da semplice giocattolo, diventa un compagno senziente: “It’s a beautiful invention / Robotics, artificial intelligence / It’s the new medication” (È una bellissima invenzione / La robotica, l’intelligenza artificiale / È la nuova medicina).

Beatrice Bandiera

Anche le opportunità di pay-to-conduct (pagare per dirigere) stanno diventando sempre più comuni. A giugno il fondatore di un’azienda tecnologica Mandle Cheung ha sborsato 400mila dollari per dirigere la Toronto symphony orchestra nella seconda sinfonia di Mahler. A novembre, Richard Grenell, già presidente del Kennedy center sotto l’amministrazione Trump, ha diretto in modo piuttosto impacciato la National symphony orchestra in un’esecuzione dell’inno nazionale. L’esibizione era in realtà una pubblicità per l’iniziativa di raccolta fondi del centro, che invitava i donatori a salire sul podio in cambio di contributi sostanziosi. “Con una donazione importante, potrete dirigere l’inno nazionale al @kencen: un’esperienza indimenticabile, irripetibile!”, recitava il post sui social. E poi c’è la Deutsch-romantisches orchester di Quasha a Berlino, una città di quasi quattro milioni di abitanti che già ospita quattro orchestre sinfoniche professionali a tempo pieno e tre orchestre d’opera stabili.

Tutta questa produzione artistica simulata ha qualcosa di disturbante. I concerti sembrano in tutto e per tutto normali: sono i musicisti professionisti a compensare le mancanze dei ricchi dilettanti. L’effetto complessivo è difficile da definire all’inizio, ma la sostanza è che i ricchi si stanno costruendo un mondo della musica classica tutto loro, dove gli anni di studio intenso, la competizione serrata e la precarietà che i musicisti affrontano per arrivare ai massimi livelli contano meno dell’avere accesso a fiumi di denaro.

Di solito servono generazioni per accumulare una fortuna tale da trasformare un’orchestra nel proprio giocattolo personale, ma avere le giuste conoscenze nei circoli della politica statunitensi può accelerare molto il processo. Il nonno di Marina Quasha, William Quasha, faceva l’avvocato nelle Filippine. Il suo nome compare nell’inchiesta di Jonathan Kwitny del 1987, The crimes of patriots (I crimini dei patrioti), in quanto consigliere del generale LeRoy Manor. Il generale finì coinvolto nel caso del crollo della banca australiana Nugan Hand dopo aver ammesso di aver accettato illegalmente depositi nelle Filippine per conto di una banca che sembrava tanto una copertura della Cia per operazioni di riciclaggio, vendita di armi e narcotraffico. Manor aveva rapporti con la famiglia del cleptocrate filippino Ferdinand Marcos, appoggiato dagli Stati Uniti: secondo Kwitny era lui a condurre le trattative con Marcos per garantire la permanenza delle basi militari statunitensi nel paese.

Il figlio di William, Alan Quasha, descritto dal New York Times come “un miliardario schivo”, dirige una vasta rete di attività che fanno capo alla Quadrant management, un’azienda di private equity. Recentemente la Quadrant è finita sotto i riflettori perché un’inchiesta ha rivelato che finanziava la ExThera medical, un’azienda promotrice di una terapia di filtraggio del sangue dall’efficacia non dimostrata e proposta a pazienti oncologici in fase terminale. I malati erano poi ricoverati in stato di semiabbandono in una clinica ad Antigua. Secondo l’inchiesta sei dei venti pazienti coinvolti sono morti.

Marina Quasha, che ha vent’anni, è cresciuta tra Aspen e le Bahamas. Da bambina ha studiato pianoforte, violino, viola e violoncello. Su incoraggiamento del padre si è laureata in business e finanza a Ginevra, poi intorno al 2022 ha cominciato a prepararsi per le audizioni in pianoforte alla Royal academy of music di Londra, ma alla fine ha dovuto rinunciare per una tendinite al polso. Però ha trovato subito un’altra strada: una settimana prima dell’infortunio, mi ha raccontato, aveva ascoltato per la prima volta la registrazione della quinta sinfonia di Mahler diretta da Claudio Abbado. “Ecco cosa voglio fare nella vita”, si è detta, e si è buttata sulla direzione d’orchestra, studiando prima con Oliver Hagen, docente alla Juilliard school, un prestigioso conservatorio privato di New York, poi con il direttore Gianluca Marcianò, che l’ha avuta come assistente ai suoi concerti in Spagna, in Italia, nel Regno Unito e in Oman. Quando gli ho chiesto un giudizio sulla giovane direttrice, Marcianò mi ha risposto: “Bisogna considerare che ha cominciato da pochissimo”.

Nell’agosto 2024, durante il festival di Lucerna, Marina Quasha è entrata in contatto con i Berliner philharmoniker, una delle più importanti orchestre sinfoniche del mondo. Sull’accaduto ci sono versioni contrastanti. Quasha mi ha detto che il comitato dei professori d’orchestra, l’organo che rappresenta i musicisti, l’ha invitata a lavorare con loro. L’orchestra ha smentito, sostenendo che è stata Quasha a chiedere di poter assistere alle prove. “È pratica comune che, su richiesta, gli studenti di direzione possano osservare le nostre prove”, ha dichiarato un rappresentante dei Berliner. Quasha sembrava convinta che la stessero preparando per la direzione musicale, un incarico precluso anche ad alcuni dei migliori direttori del pianeta. “Presumo che vogliano trovare qualcuno che prenda il posto del loro direttore musicale quando lascerà e che preferiscano formare in casa il sostituto invece di andarlo a cercare altrove”, mi ha detto. “E volevano qualcuno con un profilo economico-manageriale, non musicale, perché si sono resi conto di trovarsi in una situazione economicamente complicata e di doversene tirare fuori”. “Non è vero”, ha replicato un rappresentante dell’orchestra.

Nell’estate 2025 Quasha ha smesso di frequentare i Berliner; nell’intervista mi ha parlato di una separazione piuttosto burrascosa. Poco dopo è spuntata quasi dal nulla la Deutsch-romantisches orchester, o “orchestra romantica tedesca”. “I Berliner philharmoniker sono un po’ seccati per il fatto che me ne sono andata e ho portato via alcuni dei loro musicisti”, mi ha detto. Anche qui l’orchestra ha smentito, e anche se nella formazione di Quasha suonano alcuni ex Berliner, nessuno di loro li ha lasciati esplicitamente per entrare nella Dro. Quando le ho chiesto conto di questa discrepanza, Quasha ha preferito non commentare, ritirando anche le aspre critiche rivolte precedentemente all’orchestra. “Ho troppo rispetto per loro per voler sembrare minimamente critica”, mi ha detto. “Il lavoro che ho fatto con loro è stato un periodo di apprendistato preziosissimo, per il quale sono davvero grata”. È vero che la Dro paga i suoi musicisti più dei sostituti che lavorano con i Berliner, ma Quasha non vuole rivelare le cifre esatte: “Non è educato parlare di soldi e di numeri, e non si dovrebbe mai parlare del proprio stipendio”.

Sembrava un concerto classico come tanti, a parte la lista degli invitati, il banchetto da cinque portate e il contrasto tra il livello dei musicisti e quello della loro direttrice, Marina Quasha

La Dro ha tenuto il suo primo concerto lo scorso ottobre alla Philharmonie, la sede dei Berliner philharmoniker, con la partecipazione di Wenzel Fuchs, clarinetto solista dell’orchestra berlinese. E chi era il promotore ufficiale dell’evento? La Quadrant management. Quasha mi ha spiegato di non avere alcun legame con le attività del padre. A suo dire, il progetto è finanziato da una lista di donatori completamente anonimi e perlopiù statunitensi. “Di solito è gente di New York o della California, che lavora negli affari, nella finanza, spesso imprenditori che hanno guadagnato molto in un anno e non vogliono pagare troppe tasse”, mi ha detto poco dopo il concerto di febbraio, pur ammettendo che tutti i donatori facevano parte della cerchia del padre. “Gli ho detto: ‘Voglio fondare un’orchestra’”, racconta. “E lui mi ha risposto: ‘Forse conosco qualcuno che sarebbe interessato a finanziarla’”. Dalla famiglia, oltre al sostegno economico indiretto, Quasha ha ricevuto anche un incoraggiamento personale. “Mi sento molto fortunata ad avere dei genitori che credono davvero in quello che faccio, considerando che per molti musicisti il supporto familiare non è affatto scontato”.

La filosofia alla base della Dro è un insieme piuttosto eterogeneo d’idee, che riflette sia l’estetica eccentrica di Quasha sia la sua mentalità orientata agli affari. Il suo idolo è Herbert von Karajan, imperioso direttore musicale dei Berliner philharmoniker dal 1956 al 1989, ma l’acustica della loro grande sala da concerto, costruita per lui, non le piace. Trova che “molta musica contemporanea sia troppo atonale e priva di melodia”. Sa bene che, come direttrice, ha ancora parecchio lavoro da fare. Ma ha intenzione di continuare a dirigere regolarmente la Dro “perché così posso costruire nel tempo il suono che ho in mente”.

Nella sua visione la Dro dovrebbe funzionare come una sorta di club esclusivo. L’illuminazione le è venuta parlando con suo padre. “‘Alan’, gli ho detto, ‘forse abbiamo avuto sempre una concezione sbagliata dell’orchestra. Dovremmo considerarla più come un marchio di lusso, almeno negli aspetti che riguardano il business plan e il marketing’”, mi ha raccontato. All’atto pratico, significherebbe “invitare sempre le stesse persone, in modo da creare una comunità”. Con il tempo, aggiunge, i concerti-banchetti del gruppo dovrebbero attirare artisti, imprenditori e sportivi.

La Dro sta progettando di costruire una propria sala da concerto “all’avanguardia”, per una cifra intorno ai due milioni di euro. Quando ho parlato con Quasha, i lavori erano previsti per metà marzo, nei pressi del Funkhaus, con l’obiettivo di aprire già a settembre. La sala dovrebbe essere costruita nel classico stile rettangolare a “scatola da scarpe” e avere uno spazio speciale di lusso, come quello degli stadi: “Una stanza di vetro affacciata sul palco da cui si possono aprire le finestre e sentire tutto”, ha spiegato Quasha. “Potrebbe essere carino creare una sorta di spazio in stile ristorante, così la gente può sedersi, mangiare e guardare il concerto”, ha proseguito. Le ho chiesto se non ci fosse il rischio di distrarre dalla musica. “Dipende da cosa si mangia, secondo me”, ha risposto. “Se è una bistecca grande, che richiede attenzione e impegno, forse è meglio di no. Ma se sono tapas leggere, finger food, piccoli assaggi, allora è più facile. Dei mini-toast al formaggio sarebbero perfetti, o anche delle crocchette di pollo”.

La tempistica sembrava decisamente ambiziosa: al momento dell’intervista mancavano poche settimane all’avvio del cantiere, e le autorità del quartiere berlinese dove sarebbe dovuta sorgere la sala non avevano mai sentito parlare del progetto. Quasha non è stata in grado di dirmi il nome dell’architetto e mi ha rimandato a Jan Urbiks e Andreas Allen, che gestiscono un piccolo studio specializzato di produzione audio e un’agenzia creativa, la Urbiks music. Il 10 marzo, i due hanno chiarito che stavano trattando con alcune sedi già esistenti per trasformarle in sale da concerto, “entrando in uno spazio già costruito e realizzando la struttura all’interno”, ha spiegato Urbiks. Quando l’ho ricontattata ad aprile Quasha mi ha detto che l’apertura della sala era stata spostata al 2030 o 2031.

In ogni caso, lei vuole accelerare: l’obiettivo è passare a quattro concerti al mese, come una vera orchestra professionale. Allen la descrive come una che “fa succedere le cose in fretta, senza farsi frenare dagli ostacoli”. Questa retorica dell’efficienza, della velocità e del rinnovamento ricorda il modo in cui la Silicon valley smantella e riconfeziona i servizi pubblici per rivenderli come prodotti suoi. Anche la Dro, in fondo, propone una versione patinata e glamour di qualcosa che esiste già. “Alla fine, tutto è busi­ness”, mi ha detto Quasha. “Specialmente un’orchestra”.

Tutti questi grandi progetti stridono con la situazione sempre più precaria delle orchestre tradizionali. Berlino, storicamente un rifugio per le arti, nel 2025 ha tagliato il 12 per cento dei fondi alla cultura, e altri tagli sono all’orizzonte. Nel Regno Unito gli ultimi interventi di bilancio hanno messo in crisi una lunga lista di ensemble storici e di altissimo livello. Negli Stati Uniti, la Boston symphony orchestra ha visto crollare del 40 per cento le vendite di biglietti negli ultimi vent’anni. La direttrice artistica della Portland opera, Alfrelynn Roberts, mi ha detto recentemente che la compagnia potrebbe essere costretta a produrre la prossima stagione senza scenografie. E la Metropolitan opera di New York è arrivata a chiedere inutilmente soldi ai sauditi – e ora sta cercando di vendere i suoi Chagall – per coprire un buco contabile.

Per lo meno, Quasha offre ad alcuni musicisti degli ingaggi ben pagati. Il problema è che i progetti pay-to-play per ricchi dilettanti rischiano di compromettere e di svuotare dall’interno l’unica cosa che, nel mondo della musica classica, ancora funziona: la valorizzazione dell’eccellenza artistica. Il pericolo è anche politico: governi a corto di risorse, come quello tedesco, potrebbero osservare iniziative come la Dro e pensare che non vale più la pena di finanziare la rete pubblica delle sue 129 orchestre professionali, unica al mondo per ampiezza e diversità, se c’è qualche riccone disposto a pagarsi la propria.

Dal punto di vista estetico, le conseguenze sono ancora più drammatiche. Se Quasha e quelli come lei mettono in piedi un sistema parallelo in cui comanda il portafoglio, la meritocrazia perde definitivamente la sua centralità. Sarebbe la conferma di ciò che gli scettici hanno sempre sospettato: che la musica classica, più che un’arte sublime, è un parco giochi per le élite. E sarebbe un’ingiustizia spaventosa per i tanti giovani direttori che lavorano con competenza, sotto pressioni enormi e per compensi irrisori, nella speranza che il loro talento basti almeno per sopravvivere. Ma è una pessima notizia anche per noi ascoltatori. La musica prodotta in un sistema del genere è infinitamente più scadente rispetto a quella che nasce quando i ricchi restano sullo sfondo e i migliori, pur tra mille ostacoli, riescono a emergere. L’oligarchia rovina tutto, perfino la prima sinfonia di Brahms; ammesso, naturalmente, che ci mettano nella lista degli invitati per farcela ascoltare.

Come il concerto di febbraio, anche la prova della Deutsch-romantisches orchester a marzo aveva un’aria stranamente mediocre, nonostante la grande dovizia di mezzi. Erano stati messi a disposizione dell’orchestra sistemi audio talmente sensibili da isolare i singoli strumenti, video stereoscopici compatibili con le tecnologie di realtà virtuale più avanzate e ancora più musicisti di primo piano rispetto a febbraio. C’è però una cosa che il denaro non può comprare: il ritmo. Quasha ha provato e riprovato il solo di fagotto alla battuta 56 del terzo movimento della quinta sinfonia di Čajkovskij, un passaggio dove c’è una sincope un po’ insidiosa. Per quanto si sforzasse, non riusciva a far seguire il suo tempo ai musicisti.

“Stiamo correndo”, ha detto.

L’hanno provata da capo.

“Ancora non ci siamo, ma ci stiamo avvicinando”.

I musicisti hanno fatto segno di sì con la testa. L’avevano suonata esattamente allo stesso modo. ◆ fas

Jeffrey Arlo Brown è un giornalista che vive a Berlino. Collabora con Van Magazine, un giornale indipendente che si occupa di musica classica. Questo articolo è uscito su The Baffler, un giornale di critica culturale statunitense, con il titolo “We bought an orchestra”.

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Questo articolo è uscito sul numero 1670 di Internazionale, a pagina 94. Compra questo numero | Abbonati