Non ricordo l’ultima volta che ho usato i soldi in contanti. Dai miei estratti conto risulta che negli ultimi dodici mesi non ho fatto neanche un prelievo al bancomat. Meglio così, visto che oggi trovarne uno è diventato molto complicato. Prima della pandemia c’erano sette sportelli automatici a cinque minuti a piedi da casa mia. Ora non ce n’è più: quattro erano delle banche e sono scomparsi quando le filiali hanno chiuso, due erano nei supermercati e li hanno tolti, e ce n’era un altro, davanti a un edificio che prima era una banca e ora è un bar: sparito anche quello. Il calo dell’uso del contante è un fenomeno evidente in tutto il mondo sviluppato. Secondo la Uk Finance, l’associazione di categoria britannica del settore, nel 2009 il 58 per cento delle transazioni era in contanti. Oggi è il 9 per cento.
Dal momento che sempre meno persone usano le banconote, verrebbe naturale pensare che ne servano di meno e che, di conseguenza, se ne stampino e se ne mettano in circolazione di meno. Giusto? Sbagliato. Nel Regno Unito ci sono 1.300 sterline in circolazione per abitante, ma la quantità effettiva di contante che teniamo nel portafogli o in casa è un settimo di quella cifra. Il valore complessivo delle banconote in circolazione è in forte crescita da decenni, e non solo nel Regno Unito. Nel 2005, il valore totale dei dollari circolanti era di 759 miliardi. Nel 2015 è salito a 1,38 migliaia di miliardi, che nel 2025 erano diventate 2,395. Come ha scritto Kenneth Rogoff in The curse of cash (La maledizione del contante, 2016), la cosa davvero sconcertante è che “nessuno sa esattamente dove si trova gran parte di quei soldi né a cosa servono”. Secondo Oliver Bullough, nel suo inquietante Everybody loves our dollars (Tutti amano i nostri dollari), nel 2022 uno statunitense medio aveva 418 dollari in contanti, ma in realtà in circolazione c’erano 7.357 per ogni cittadino, uomo, donna o bambino. Ciò significa che una famiglia tipo di quattro persone equivale, sulla carta, a 27.756 dollari in contanti mancanti, l’80 per cento dei quali circola in banconote da cento dollari, il taglio più alto. Sono davvero tanti biglietti da cento non contabilizzati, soprattutto se si considera che la maggior parte delle persone usa molto raramente le banconote di quel taglio, e qualcuno non le ha neanche mai viste.
Nella zona euro circolano 1,552 migliaia di miliardi di euro, e anche qui la metà sono in banconote di grosso taglio, da 100, 200 e 500 euro (il biglietto da 500 euro non viene più stampato dal 2019, ma ha ancora corso legale. Il suo soprannome la dice lunga sul suo uso principale: viene chiamato “bin Laden”).
Dove si trovano, dunque, tutti questi contanti? Chi li usa, e per farne cosa? La risposta di Bullough è sorprendente: nessuno lo sa. I banchieri centrali non sembrano particolarmente interessati alla questione. Per qualsiasi paese è vantaggioso produrre una valuta richiesta in tutto il mondo: al costo di stampare qualche foglio di carta, un’economia avanzata riceve in cambio miliardi di valore in dollari o euro. Si chiama signoraggio, e ai banchieri centrali piace, visto che di fatto è denaro gratuito. La mancanza di curiosità, però, lascia perplessi, soprattutto quando si va a vedere per cosa vengono effettivamente usati tutti quei contanti. Secondo la Financial action task force (Fatf), istituita nel 1989 per combattere i reati finanziari a livello globale, “non sembra irragionevole ipotizzare che la quantità totale di contante trasportato fisicamente per scopi di riciclaggio nel mondo sia dell’ordine delle centinaia di miliardi di dollari”. Questa sembra essere la risposta, sorprendente ma plausibile, al mistero del contante mancante: viene utilizzato in transazioni criminali.
Questo tema – c’è qualcosa di grosso che si muove sotto gli occhi dei governi e nessuno capisce cosa sta succedendo – è centrale sia in Everybody loves our dollars sia in How to launder money (Come ripulire i soldi) di George Cottrell e Lawrence Burke Files. Bullough è un fuoriclasse del giornalismo investigativo che da anni si occupa di flussi finanziari illeciti. Cottrell e Files sono anche loro esperti in materia, ma sono una coppia piuttosto improbabile. Files è un investigatore finanziario statunitense specializzato in due diligence, cioè la verifica approfondita dei conti, un veterano del settore. Cottrell, invece, è un giovane britannico nato nel 1993, dal curriculum a dir poco movimentato. È cresciuto a Mustique, un’isola dei Caraibi piena di ricconi snob; è stato mandato in collegio in Inghilterra e poi espulso; pare che per un periodo abbia lavorato in banca; nel 2015 è diventato vicetesoriere dell’Ukip di Nigel Farage; l’anno dopo è stato arrestato all’aeroporto O’Hare di Chicago dall’agenzia del fisco statunitense e accusato di 21 reati legati al riciclaggio di denaro. Si è dichiarato colpevole di un solo capo d’imputazione, ha scontato otto mesi in un carcere federale, è tornato a lavorare in politica, questa volta per il Brexit party, e oggi vive in Montenegro, anche se continua a farsi vedere spesso accanto a Farage. Gestisce una società chiamata Geostrategy, il cui sito sfoggia l’impagabile motto “La reputazione si costruisce mattone dopo mattone”. How to launder money non è un capolavoro, ma è pieno di dettagli succosi; insieme al ben più solido Everybody loves our dollars ci aiuta, se non a capire davvero cosa sta succedendo (nessuno lo sa, a parte i riciclatori stessi), almeno a esplorare le zone d’ombra più note.
La prima riguarda l’ordine di grandezza del riciclaggio. Jason Sharman, professore di Cambridge citato da Bullough, parla di “fantastilioni”, una sintesi abbastanza chiara dello stato attuale delle conoscenze in materia. Un’ipotesi più informata, formulata da Michel Camdessus, ex direttore del Fondo monetario internazionale, colloca il fenomeno tra il 2 e il 5 per cento del pil globale. Nella stima più conservativa, sarebbero duemila miliardi di dollari, come l’intera economia russa. La stima più alta è cinquemila miliardi, quanto l’economia tedesca, la terza al mondo (Cottrell e Files propendono per la stima più elevata). Se fosse un settore dell’economia, il riciclaggio di denaro sarebbe la terza industria più grande del pianeta, subito dopo il mercato immobiliare commerciale e prima dei fondi pensione.
Com’è possibile che si sappia così poco di un fenomeno così esteso? Per rispondere basta guardare alla storia della Fatf, che è la massima autorità dell’antiriciclaggio o Aml (anti-money laundering). Se pensate che le sigle siano già troppe, preparatevi: l’attività antiriciclaggio della Fatf ha prodotto una cascata di misure regolamentari come Kyc (know your customer, conosci il tuo cliente), Sar (suspicious activity reports, informazioni su attività sospette), Ctr (currency transaction reports, informazioni su transazioni di valuta), Pep (politically exposed person, persona esposta politicamente) e molte altre. Se il tutto vi suona tragicomicamente burocratico e procedurale, è perché lo è. Le dimensioni dell’apparato normativo sono la spia di un fallimento colossale. I paesi ricchi, nel tentativo di ridurre i flussi finanziari illeciti, hanno concentrato le energie sull’unica cosa che possono vedere e controllare: i trasferimenti e le transazioni che avvengono all’interno del sistema finanziario ufficiale. Bullough usa una metafora perfetta: la Fatf è come un ubriaco che cerca le chiavi sotto un lampione, non perché le ha perse lì ma perché è l’unico posto dove riesce a vedere qualcosa.
Il problema è che il riciclaggio non avviene quasi mai sotto la luce del lampione. Non passa attraverso trasferimenti visibili nel sistema finanziario ufficiale. Somiglia un po’ al doping nello sport, dove l’efficacia dei controlli è sempre in ritardo rispetto ai sistemi escogitati dai truffatori. Non sappiamo cosa stanno facendo in questo momento i riciclatori più abili, sappiamo solo quello che hanno fatto quelli meno abili, che si sono fatti scoprire. Siamo come ubriachi che cercano le chiavi in un parcheggio enorme illuminato da una sola torcia: l’unica cosa che riusciamo a sapere è se qualcun altro, per puro caso, ha perso le sue.
Gli esempi più banali riguardano spesso quello che in gergo viene chiamato placement: il momento in cui il flusso di denaro illecito entra nel sistema finanziario. Il metodo più ovvio è farlo passare per attività che incassano molti soldi in contanti: casinò, imprese edili, saloni di manicure, barbieri. Cottrell e Files usano una formula efficace: “Di norma servono tre saloni di manicure per riciclare i soldi di un bordello”. Alla base, il meccanismo è semplice: s’incassano pagamenti in contanti, si mescolano ai flussi illeciti e si versa tutto in banca come se nulla fosse.
Ma il riciclaggio può diventare anche molto più creativo. Immaginiamo un esempio: vivo a Porto Rico, compro un biglietto della lotteria e vinco. Prima di incassare il premio, incontro un criminale che si offre di ricomprare il mio biglietto in contanti, pagandolo più del valore della vincita. Io intasco più soldi, lui ricicla il denaro depositando in banca una vincita apparentemente legittima. Oppure sono un artigiano cinese che fa vasi di porcellana. Un criminale mi commissiona un falso antico. Il pezzo viene spedito nel Regno Unito, dove il nostro uomo costruisce una storia fittizia: l’oggetto è intestato a un trust privato “per tutelare la riservatezza del proprietario”. In realtà il proprietario è lui. Il trust mette il vaso all’asta, il criminale fa rilanciare il prezzo da un prestanome e poi lo ricompra lui stesso, a una cifra astronomica. A quel punto rimpatria il falso in Cina. Il governo cinese incoraggia il rientro di opere d’arte di alto valore e concede agevolazioni fiscali a chi le riporta nel paese: così il nostro truffatore non solo ricicla il denaro e lo sposta all’estero, ma ottiene anche uno sconto fiscale. Perché proprio la Cina? Perché il governo applica controlli rigidissimi e molto accurati che impediscono di trasferire all’estero più di cinquantamila dollari l’anno. Risultato: il riciclaggio cinese è diventato un settore talmente vasto, sofisticato e ramificato da essersi meritato delle sigle tutte sue: Cubs (chinese underground banking system, sistema bancario sotterraneo cinese) e Ivts (informal value transfer system, sistema informale di trasferimento di valori). E perché proprio la porcellana? Perché, come spiegano Cottrell e Files, l’età di “giada, dipinti, libri, metalli e simili può essere verificata con test non distruttivi”, quella della porcellana no.
Il riciclaggio cinese opera anche attraverso una serie di oscure attività legate al gioco d’azzardo. Il denaro non viene portato all’estero in contanti, ma attraverso trasferimenti di crediti che passano per i casinò fuori dalla Cina. “Affidare il controllo dei debiti e della loro riscossione alla criminalità organizzata è stato enormemente redditizio per tutti”, scrive Bullough. C’è però un lato del riciclaggio cinese decisamente meno oscuro, persino un po’ comico. Un esempio è il Bicester village, un centro commerciale di lusso dell’Oxfordshire amatissimo dai turisti che è una delle principali vie attraverso cui i gruppi criminali cinesi ripuliscono il denaro. Il meccanismo è semplice e geniale: una gang cinese di trafficanti spedisce droga nel Regno Unito; i pusher la vendono e incassano soldi in contanti; consegnano quei contanti a studenti cinesi; loro comprano beni di lusso al Bicester village; poi rispediscono la merce in Cina; la merce viene rivenduta e il ricavato torna ai trafficanti.
Questo tipo di attività riguarda l’intero mercato dei beni di lusso. Bullough, per esempio, ha chiesto a un suo contatto nella polizia di parlargli degli orologi di marca, uno dei sistemi notoriamente più efficaci per spostare valore monetario. La risposta è lapidaria: “Direi che l’80 per cento del commercio di orologi di lusso è riciclaggio. Ed è ovvio il perché. Uno può andarsene in giro con una borsa piena di contanti e farsi notare da tutti, oppure portare lo stesso valore al polso e non dare nell’occhio”. Tutto questo resta invisibile all’apparato moderno dell’antiriciclaggio, che continua a concentrarsi sul denaro che passa attraverso il sistema finanziario ufficiale.
Il riciclaggio basato sul commercio (trade-based money laundering) funziona più o meno allo stesso modo. Bullough immagina il caso di un narcotrafficante messicano che contrabbanda la merce oltre il confine con gli Stati Uniti. Un tempo la droga in questione era tipicamente marijuana, poi cocaina, oggi è quasi sempre fentanyl, economico da produrre e facilissimo da nascondere. La droga è venduta negli Stati Uniti in cambio di contanti, che servono per acquistare, per esempio, macchine agricole. Le macchine sono spedite in Messico, perfettamente mimetizzate nel flusso dei 2,2 miliardi di dollari di merci che attraversano ogni giorno il confine: sono 800 miliardi di dollari all’anno. Un volta tornato in Messico, il trafficante rivende i macchinari e incassa pesos puliti. In pratica, ha trasformato la droga in depositi bancari legittimi, senza lasciare traccia di quelle transazioni finanziarie che l’apparato Aml/Kyc/Ctr/Sar dovrebbe intercettare.
È un meccanismo ingegnoso e, in un certo senso, è anche la storia della banca moderna. Furono i Medici, originariamente mercanti di tessuti, a introdurre la pratica di scambiare merci con crediti. Non a caso, molte banche contemporanee nascono come compagnie commerciali: la Lloyds operava nel ferro, la NatWest nei tessuti, la Lehman Brothers nel cotone e così via. L’economia globale di oggi offre una varietà infinita di sistemi per nascondere il movimento del denaro nei flussi del commercio. Porti franchi, depositi doganali, zone di libero scambio, polizze di carico falsificate, sottofatturazione, sovrafatturazione: ogni elemento di questa infrastruttura crea opportunità per camuffare i flussi illeciti all’interno del commercio, sterminato e quasi sempre legale, delle merci fisiche. A questo si aggiunge l’intero armamentario di trucchi dei riciclatori: società di comodo sparse in più giurisdizioni, titolarità occulte, catene di documenti che si perdono in studi legali o contabili chiusi da decenni. È quasi un miracolo che qualche flusso illecito riesca ancora a essere intercettato.
Alcune delle tecniche più sofisticate per aggirare i controlli della Fatf non cercano di sfuggire alla legge ma la manipolano dall’interno, sfruttando i suoi stessi ingranaggi. Come sempre, gli unici esempi che conosciamo sono quelli in cui la truffa è stata scoperta. È ragionevole pensare che ce ne siano molti altri. Il caso più famoso è quello della “lavanderia russa” dei primi anni dieci del duemila. Il meccanismo si basava su dei giudici corrotti in Moldova che emettevano sentenze per obbligare società “fallite” a saldare debiti inesistenti. Le società erano fittizie, naturalmente, e il pagamento dei loro debiti serviva a trasferire denaro nelle banche dei presunti creditori in Lettonia. Una sentenza che ordina il pagamento di un debito legale? Per qualsiasi banca, sono soldi puliti. Nessuno sa con certezza quanto abbia fruttato questo sistema, ma le stime oscillano tra i venti e gli ottanta miliardi di dollari.
Una truffa ancora più colossale che opera attraverso i sistemi statali è la carousel fraud o “frode carosello”, nota anche con l’acronimo Mtic (missing trader intra-community, detta anche “società cartiera intracomunitaria”). È un sistema che sfrutta una caratteristica dell’Unione europea: gli scambi transfrontalieri non sono soggetti a iva. Ecco come funziona.
Immaginate due società controllate in segreto dalle stesse persone. Quando la società A importa telefoni e li vende alla società B, applica a B l’iva sulla transazione. Se la società B esporta quei telefoni, può chiedere allo stato il rimborso dell’iva pagata alla società A. Il sistema funziona solo se gli importi corrispondono: l’iva versata da A deve essere uguale a quella recuperata da B. Il trucco sta nel fatto che A sparisce senza versare l’iva dovuta, ma B chiede comunque il rimborso. In questo modo i titolari occulti delle due società intascano un bonus pari all’iva sul valore di ogni spedizione. Più telefoni vendono a se stessi, più guadagnano. Il camion carico di telefoni, a quel punto, non deve far altro che girarsi e rifare il percorso da capo. È un po’ complicato ma, come dice Bullough, “tutto ciò che serve ricordare è che importando telefoni nel Regno Unito, facendoli rimbalzare tra due società di comodo ed esportandoli di nuovo, i criminali incassano denaro gratis. E possono ripetere l’operazione all’infinito”. Un carosello.
I sistemi più elementari di frode carosello sono abbastanza facili da individuare, una volta che le autorità capiscono cosa cercare. Così le tecniche criminali si sono fatte sempre più sofisticate, con catene di società incaricate di far circolare la merce. Molte di queste società filtro sono aziende del tutto legittime, ignare di essere coinvolte in una frode gigantesca. Altri sistemi prevedono movimenti simultanei di merci in entrambe le direzioni, mescolando transazioni reali e operazioni fittizie, e inserendo “società cartiere” in altri paesi per rendere la traccia documentale ancora più difficile da ricostruire. C’è il caso di una frode nata nella comunità asiatica di Stoke-on-Trent che poi si è diffusa prima nel Regno Unito e infine in tutta l’Ue. Uno dei truffatori, Nasser Ahmed, di Bristol, è finito addirittura nella lista delle persone più ricche del Sunday Times del 2006, con un patrimonio di 151 milioni di sterline. Un anno prima, nel 2005, era scappato dal tribunale pochi minuti prima della sentenza di colpevolezza; da allora non si sa più nulla di lui.
La frode carosello è una storia di luci e ombre. Il Regno Unito ha investito ingenti risorse economiche e intellettuali per contrastarla, e oggi la pratica è molto meno diffusa di un tempo. Il problema, però, è che non è scomparsa: si è semplicemente spostata nell’Ue. La falla strutturale dell’iva rimane, e l’Unione è stata fin troppo compiacente nel non affrontarla. Come osserva l’Europol, il Mtic costa agli stati dell’Unione cinquanta miliardi di euro all’anno ed è la forma di reato più redditizia dell’area, ben oltre le capacità delle autorità nazionali di tenerla sotto controllo.
Il riciclaggio non passa attraverso il sistema finanziario ufficiale. È un po’ come il doping nello sport, dove l’efficacia dei controlli è sempre in ritardo rispetto ai sistemi dei truffatori
È una situazione davvero incredibile. Eppure si fa di tutto per contrastarla; il problema è che non funziona nulla. Tutti gli sforzi si concentrano sull’apparato delle normative antiriciclaggio, che si limitano a monitorare le transazioni finanziarie all’interno del sistema. Questo è il primo difetto. Il secondo è che tale apparato ha creato una serie d’incentivi perversi. Le banche hanno l’obbligo di segnalare qualsiasi operazione apparentemente sospetta e rischiano multe, e a volte anche procedimenti penali, se lasciano passare per errore una transazione fraudolenta. Per il sistema bancario il lavoro di controllo non ha alcun vantaggio, solo rischi. E così, inevitabilmente, si segnala tutto ciò che può sembrare lontanamente sospetto.
Nel Regno Unito tutto questo si collega al debanking (debancarizzazione): chiunque sia associato non solo alla criminalità ma anche a un’attività politica di qualsiasi tipo non può avere un conto bancario. Nel 2023 molti hanno riso sotto i baffi alla notizia che Nigel Farage era stato debancarizzato. In realtà c’era poco da ridere: il fenomeno colpisce tanto la sinistra e il centro quanto la destra. Basta chiedere a qualunque associazione benefica musulmana o alle organizzazioni che sostengono l’Ucraina. Tra il 2016 e il 2022 il numero di conti chiusi ogni anno nel Regno Unito è passato da 45.091 a 343.350. Le banche non sono tenute a fornire alcuna motivazione e non esiste una procedura per contestare la chiusura. Una notizia che ha ricevuto molta meno attenzione del dovuto è arrivata nell’estate del 2023: Jeremy Hunt, all’epoca ministro delle finanze britannico, l’anno precedente si era visto rifiutare l’apertura di un conto presso una banca online britannica. Secondo lui, è successo perché era classificato come “persona esposta politicamente”. Se un sistema di regole diventa così rigido da impedire a un ministro di aprire un conto in banca, è evidente che qualcosa non funziona.
La normativa è vasta e complicata, e le sanzioni per chi non la applica sono salatissime. Il risultato è che, solo negli Stati Uniti, le banche presentano diecimila informative su attività sospette al giorno: 3,8 milioni di segnalazioni l’anno. È semplicemente impossibile per le autorità occuparsi di tutti questi casi. Di fatto, segnalare un numero simile di attività equivale a non segnalarne nessuna. Un altro grande difetto è proprio nelle dimensioni del sistema: tutto questo costa cifre enormi. Secondo la società di ricerca LexisNexis, il processo di far rispettare le norme costa 206 miliardi di dollari all’anno a livello globale. Una montagna di soldi per un sistema che cerca nel posto sbagliato, non funziona nemmeno quando guarda nel posto giusto e crea enormi attriti con chi rispetta la legge, e poi finisce per pagarne il prezzo. I processi sono fortemente intrusivi (Bullough si chiede giustamente come mai c’è così poca attenzione per le possibili violazioni della privacy commesse quando ti danno delle informazioni su attività sospette), creano ostacoli burocratici per cittadini e imprese, e non fanno ciò che dovrebbero fare: impedire il riciclaggio di denaro.
Che fare, allora? Bullough avanza tre proposte. Una si basa su un cambio radicale nell’approccio legale alle droghe: un tema enorme e a mio avviso separato, con il limite evidente che difficilmente porterà progressi in tempi ragionevoli. Lasciandolo da parte, la prima delle altre due proposte è insieme semplice e radicale: eliminare le banconote di grosso taglio. “Chi, a parte la criminalità, sarebbe davvero penalizzato se il biglietto di taglio più alto negli Stati Uniti fosse quello da 20 dollari?”, chiede. “Davvero in Germania tornerebbe il fascismo se fossero ritirate le banconote da 200, 100 e 50 euro?”. Vale la pena di ricordare che l’80 per cento del valore della valuta statunitense è in banconote da 100 dollari, il 70 per cento delle quali circolano all’estero. Come ha detto un assistente commissario di Scotland Yard, “il reddito non tracciabile e non tassabile nelle mani della malavita è la nuova lingua franca della criminalità organizzata. Il filo che unisce Medellín a Mosca è il biglietto da 100 dollari”.
Esistono precedenti di governi che hanno agito in modo deciso su questo fronte. Il più grande esperimento recente di demonetizzazione è avvenuto in India l’8 novembre 2016, quando il governo Modi, senza preavvisi o consultazioni di alcun tipo, ha ritirato da un giorno all’altro le banconote da 500 e 1.000 rupie (cioè all’epoca circa sette e 14 euro). Erano di gran lunga i tagli più usati nel paese, per un valore complessivo di 15,44 migliaia di miliardi di rupie. In quel momento, il 99 per cento degli indiani non pagava l’imposta sul reddito. L’obiettivo era costringere quell’enorme economia sommersa a emergere alla luce del sole. Chiunque possedesse biglietti dei tagli segnalati doveva portarli in banca, dove sarebbero stati sostituiti con nuove banconote. Se aveva molti soldi in contanti, avrebbe dovuto spiegare da dove provenivano. La misura non ha funzionato per una serie di ragioni di cui si discute ancora, ma il motivo principale è che i possessori di denaro illecito hanno trovato dei prestanome disposti a depositare ripetutamente piccole somme. È lo stesso sistema usato dai riciclatori: lo smurfing, cioè affidarsi a più complici per fare tanti piccoli versamenti sotto la soglia di segnalazione. Ma cosa succederebbe se un governo colpisse solo le banconote di grosso taglio, quelle preferite dai criminali professionisti? Un suggerimento al tesoro statunitense e alla Banca centrale europea: c’è un solo modo per scoprirlo: provarci.
L’altra grande proposta di Bullough è destinare alla ricerca parte delle centinaia di miliardi di dollari spesi in controlli. I flussi illeciti, “tra il 2 e il 5 per cento di tutto ciò che circola nell’economia globale”, sono un fenomeno talmente importante nell’ordine mondiale contemporaneo che è inammissibile saperne così poco. E non ho nemmeno citato l’oro, utilizzato di continuo nelle transazioni criminali, per non parlare delle criptovalute, la più grande innovazione recente nel riciclaggio di denaro.
Non è un problema che riguarda solo paesi lontani di cui sappiamo poco. Il Regno Unito è l’epicentro di varie forme di criminalità finanziaria, che ricicla fiumi di denaro sia ai piani alti della City sia ai piani bassi delle nostre strade. Il 30 aprile scorso il Chartered trading standards institute ha pubblicato un rapporto sconvolgente: il 97 per cento dei suoi funzionari è a conoscenza di attività criminali organizzate che operano attraverso esercizi commerciali locali; il 99 per cento ha rilevato un aumento di attività “ad alta intensità di contante” nelle vie principali; e in alcune zone del paese la metà dei minimarket, dei negozi di quartiere e dei rivenditori di sigarette elettroniche, un terzo dei negozi di dolci statunitensi e un fast food su quattro avrebbero legami con la criminalità organizzata. La recente proliferazione di barbieri che accettano solo contanti nelle vie centrali delle città è un esempio piuttosto evidente di questo tipo di riciclaggio. Alla fine dello scorso anno, l’operazione Machinize, che si è concentrata proprio su queste attività, ha portato a 2.700 perquisizioni e 924 arresti. Il riciclaggio di denaro è presente in tutta l’economia britannica, su larga scala, qui e ora. È una vergogna che si faccia così poco per contrastarlo e che se ne sappia così poco. L’ultima parola la lascio a Bullough:
Qualche mese prima della vittoria dei laburisti alle elezioni del 2024, sono andato a prendere un caffè con un consulente strategico in cerca di idee contro i reati finanziari da inserire nel programma del partito. Gli ho detto che serviva assumere più agenti e dargli tempo e spazio per arrestare i criminali.
“Be’, così non ci guadagniamo certo i titoli dei giornali”, mi ha risposto.
Questa è la situazione. Il riciclaggio di denaro è l’attività che rende possibili quasi tutte le forme di criminalità, soprattutto quelle che gli stati dicono di voler combattere con più determinazione: droga e terrorismo. L’apparato messo in piedi per contrastarlo non funziona. Non solo: è enormemente costoso, e crea una serie esasperante di ostacoli e inefficienze per cittadini e imprese che non hanno nulla da nascondere. I governi non intervengono per vari motivi: scavare troppo a fondo nelle zone d’ombra dei propri sistemi finanziari è scomodo, se stampano moneta ci guadagnano e a molti non interessa troppo come vengono usati quei contanti. Ma soprattutto non fanno niente perché, semplicemente, non hanno la minima idea di cosa sta succedendo. ◆ fas
John Lanchester è uno scrittore e giornalista britannico. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è Il muro (Sellerio 2020). Questo articolo è la recensione di due libri: Oliver Bullough, Everybody loves our dollars: how money laundering won (Weidenfeld & Nicolson 2026); George Cottrell e Lawrence Burke Files, How to launder money (Biteback 2026). È uscito sul giornale letterario London Review of Books con il titolo “Squillions”.
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Questo articolo è uscito sul numero 1668 di Internazionale, a pagina 94. Compra questo numero | Abbonati