La settimana scorsa sono tornato ad Amherst. Erano anni che non ci andavo, da quella volta che ci siamo incontrati. Speravo che mi avresti mandato di nuovo tue notizie; ti ho anche cercato, ma non ti ho visto. Ricordo che durante i pochi minuti del nostro dialogo mi avevi detto con orgoglio che rappresentavi la città di New York, così immagino oggi tu sia di nuovo lì, o magari avevi da fare o non sapevi che ero in città. Mi ricordo bene di te fra la gente in fila per gli autografi, non parlavi con nessuno, avevi un’espressione intensa. Credevo che mi avresti chiesto di leggere un manoscritto o di aiutarti a trovare un agente, invece volevi parlare degli abusi sessuali a cui si allude nei miei libri. Mi hai chiesto, a bassa voce, se fosse successo anche a me.
Vorrei averti detto la verità allora, ma a quei tempi ero troppo spaventato per parlare. Troppo spaventato, troppo vincolato alla mia maschera. Ho risposto con qualche stronzata evasiva. E basta. Ho firmato i tuoi libri. Credevi che avrei detto qualcosa, e quando non l’ho fatto mi è sembrato che tu avessi un’espressione delusa. Ma soprattutto l’aria di chi si sente abbandonato. Avrei potuto dire qualunque cosa, e invece mi sono girato verso la persona in fila dopo di te e ho sorriso. Con la coda dell’occhio ho visto che raccoglievi lo zaino, mettevi via lentamente i tuoi libri e te ne andavi. Appena finito di firmare ho portato il culo lontano da Amherst, da te e dalla tua domanda più in fretta che potevo. Sono scappato come ho sempre fatto. Come se fossi inseguito dalla morte in persona. Per un paio di giorni ho continuato ad agitarmi; temevo di essermi tradito. Ma poi il vecchio riflesso dell’oblio ha avuto il sopravvento. Ho schiacciato giù tutto. Sepolto tutto. Come sempre.
Credevo che mi avresti chiesto di leggere un manoscritto, invece volevi parlare degli abusi sessuali a cui si allude nei miei libri. Mi hai chiesto, a bassa voce, se fosse successo anche a me
Ma non ho mai davvero dimenticato. Né il nostro dialogo, né la tua delusione. Quando hai lasciato l’auditorium con le spalle curve.
So che sono in ritardo di anni, ma mi dispiace di non averti risposto. Mi dispiace di non averti detto la verità. Mi dispiace per te, e mi dispiace per me. Quella verità sarebbe servita a entrambi, sto pensando. Avrebbe potuto salvarmi (e forse salvare anche te) da tante cose. Ma avevo paura. Ho ancora paura – una paura grande come i continenti e l’oceano che li separa – ma parlerò ugualmente, perché, come ci ha insegnato Audre Lorde, il silenzio non mi proteggerà.
Sono stato violentato quando avevo otto anni. Da un adulto di cui mi fidavo completamente.
Dopo avermi violentato mi disse che dovevo tornare il giorno dopo, altrimenti sarei finito “nei guai”.
E poiché ero terrorizzato, e confuso, tornai il giorno dopo e fui violentato di nuovo.
Non ho mai raccontato a nessuno quello che successe, ma oggi lo racconto a te.
Quella violación. Non basterebbero tutte le pagine del mondo per descrivere cosa mi ha fatto. L’intero pianeta potrebbe diventare il mio calamaio, e ancora non sarebbe sufficiente. Quella roba ha spaccato a metà il pianeta della mia persona, mi ha scagliato fuori orbita, nelle regioni dello spazio prive di luce dove non può esistere la vita. Posso dire, sinceramente, que casi me destruyó. Non solo gli stupri, ma anche le conseguenze: la sofferenza, il rancore, il senso di colpa, el asco, il bisogno disperato di nascondere tutto nel silenzio. Mi ha incasinato l’infanzia. Mi ha incasinato l’adolescenza. Mi ha incasinato tutta la vita. Più dell’essere dominicano, più dell’essere un immigrato, anche più delle mie origini africane, quella violenza ha definito la mia persona. Ho consumato più energia a sfuggirla che a vivere. Non capivo perché non mi fossi opposto, perché mi fosse venuta un’erezione durante lo stupro, cosa avessi fatto per meritarmelo. E avevo sempre paura: paura che lo stupro mi avesse “rovinato”, paura di essere “scoperto”, paura paura paura. I “veri” uomini dominicani, dopotutto, non vengono violentati. E se non ero un “vero” uomo dominicano, non ero niente. Lo stupro mi escludeva dalla virilità, dall’amore, da tutto.
Il bambino di prima: difficile da ricordare. Il trauma è un viaggiatore del tempo, un uroboro che si volta indietro e divora tutto ciò che è venuto prima. Rimangono solo frammenti. Ricordo che mi piacevano i codici, il detective Encyclopedia Brown, mangiare i pastelones e farmi lunghe camminate per scoprire cosa c’era oltre il mio quartiere nel New Jersey. Di notte facevo sogni nitidissimi, spesso su _Guerre stellari _e sul mio passato nella Repubblica Dominicana, ad Azua, la mia Tatooine personale. Stavo giusto cominciando a conoscere quel nuovo me stesso anglofono, a diventare suo amico. E poi è scomparso.
Niente più sogni di astronavi, niente più Azua, niente più me stesso. Solo la persistente sensazione di essere sbagliato e l’intollerabile ricordo di venire penetrato con violenza.
A undici anni cominciai a soffrire di depressione e attacchi di rabbia incontrollabile. A tredici smisi di guardarmi allo specchio, e le rare volte che mi capitava di scorgere il mio riflesso indietreggiavo come se fossi stato punto in faccia da una medusa (cosa vedevo? Vedevo il crimine, la mia orribile degradazione, e se qualcuno mi guardava troppo a lungo scappavo o litigavo).
All’età di quattordici anni mi puntai una pistola di mio padre alla tempia (se n’era già andato da qualche anno, ma ci aveva generosamente lasciato alcune delle sue armi da fuoco). Avevo problemi a casa. Avevo problemi a scuola. Avevo sbalzi d’umore che non riuscireste neanche a immaginarvi. Visto che non avevo mai raccontato a nessuno cos’era successo, la mia famiglia dava per scontato che fossi nato così, che fossi un maldito loco. E mentre gli altri ragazzi sperimentavano le cotte e i primi amori, io dovevo affrontare gli invadenti ricordi dello stupro, così strazianti da farmi sbattere la testa contro il muro.
Naturalmente non ho mai cercato alcun tipo di aiuto, alcun tipo di terapia. Come dicevo, non l’ho mai raccontato a nessuno. In una famiglia numerosa come la mia – cinque figli – era facile sparire, anche quando stavi colando a picco. Ricordo che, dopo una delle mie depressioni, mia madre mi consigliò di pregare. Non persi neppure tempo a ridere.
Quando non ero completamente fuori di testa leggevo qualunque cosa mi capitasse sottomano, giocavo a Dungeons & Dragons per giorni di seguito. Cercavo di dimenticare, ma non si dimentica mai. La notte era il momento peggiore, quando arrivavano i sogni. Incubi in cui venivo violentato dai miei fratelli, da mio padre, dai miei insegnanti, da sconosciuti, da ragazzi di cui volevo essere amico. Spesso i sogni erano così sconvolgenti che mi mordevo la lingua, e il mattino dopo sputavo sangue nel lavandino del bagno.
E in men che non si dica mandai tutto a rotoli. Compiti, trimestri, poi interi anni scolastici. Prima fui sbattuto fuori dal programma per studenti dotati della scuola superiore, poi dai corsi di livello avanzato. In classe dormicchiavo o leggevo Stephen King. Alla fine smisi di andarci. Gli amici di scuola si allontanarono, gli amici del quartiere non sapevano più cosa pensare.
L’ultimo anno delle superiori, mentre tutti ricevevano le loro lettere d’ammissione al college, io presi un’altra strada: tentai il suicidio. Era successo che nel pieno di una profonda depressione mi ero preso un’improvvisa sbandata per una con un bel culo che frequentava la mia scuola. Per qualche settimana mi era passata la malinconia, e mi ero convinto che se quella ragazza fosse uscita con me, se mi avesse scopato, sarei guarito da tutti i miei mali. Niente più brutti ricordi. In quel periodo guardavo Excalibur a ripetizione, così ero tutto preso dall’idea di una rigenerazione miracolosa. Quando infine trovai il coraggio di chiederle di uscire e lei rifiutò, mi sembrò che il mondo mi avesse sbattuto la porta in faccia.
Il giorno dopo trangugiai tutti i medicinali avanzati dalla terapia anticancro di mio fratello, tre flaconi di pillole.
Perché quel giorno mi arrivò l’unica lettera di ammissione al college. Ormai ero convinto che non sarei andato da nessuna parte, avevo completamente dimenticato che qualche scuola doveva ancora rispondermi. Ma mentre leggevo quella lettera sentii che la porta del mondo si era riaperta, anche se solo di uno spiraglio.
Non ho mai detto a nessuno di aver tentato il suicidio. Un’altra cosa che ho sepolto in profondità.
Ripeto spesso che il college mi ha salvato. E in parte è vero. Rutgers, ad appena un’ora di autobus da casa mia, era così lontano dalla mia vecchia vita e così pieno di prospettive che per la prima volta da molto tempo provai un vago senso di sicurezza, qualcosa di simile alla speranza. E, che sia stato merito della distanza, del mio inesauribile disprezzo per me stesso o di un disperato istinto di sopravvivenza dopo il tentato suicidio, durante quel primo anno mi trasformai da cima a fondo. Arrivato al terzo anno, dubito che qualunque mio compagno delle superiori mi avrebbe riconosciuto. Correvo, sollevavo pesi, facevo attività politica, uscivo con le ragazze, ero un tipo “popolare”. A Rutgers seppellii non solo lo stupro, ma anche il bambino che lo aveva subìto, e già che c’ero buttai nella fossa anche la mia famiglia, la mia sofferenza, la mia depressione, il mio tentato suicidio. Tutto quel che ero stato prima di Rutgers lo chiusi a chiave dietro un’irremovibile maschera di normalità.
E, ti dirò, una volta che l’ebbi indossata, nessun potere al mondo sarebbe riuscito a strapparmi quella maschera.
Tuttavia, come può dirti qualunque freudiano, il trauma è più resistente della maschera. Non puoi seppellirlo e non puoi ucciderlo. È lo spettro che non si ferma mai, il fantasma che torna sempre a cercarti. Gli incubi, le intrusioni, il bisogno di nascondersi, i dubbi, la confusione, il senso di colpa, i pensieri suicidi: il fatto che io avessi seppellito il mio quartiere, la mia famiglia, la mia faccia non bastò a farli sparire. Gli incubi, le intrusioni, il bisogno di nascondersi, i dubbi, la confusione, il senso di colpa, i pensieri suicidi mi seguirono. Durante il college. Durante il dottorato. Nella mia vita professionale. Nella mia vita privata (si sono infiltrati anche nella mia scrittura, ma ti stupiresti di quanto sia facile riscrivere la verità).
Poco importava se fuggivo, se realizzavo i miei obiettivi, se stavo con una ragazza: mi seguivano sempre.
Ricordi che durante la nostra chiacchierata ad Amherst ho parlato d’intimità? Credo di aver detto che l’intimità è la nostra unica casa. È molto ironico che io scriva e parli continuamente d’intimità, una cosa che ho sempre sognato e non ho mai avuto la fortuna di raggiungere. Dopotutto, è difficile farsi amare quando ci si rifiuta categoricamente di mostrarsi, quando si resta chiusi dietro una maschera.
Ricordo quando mi misi con la mia prima ragazza, al college. Credevo di avercela fatta: ero salvo. Da quel momento il passato sarebbe stato ufficialmente cancellato, i sogni orribili sarebbero scomparsi. Ma il mondo non funziona così. Io e quella ragazza ci piacevamo sul serio, passavamo tutto il tempo sui nostri lettini dello studentato, ma sai una cosa? Non riuscimmo mai a fare sesso. Neanche una volta. Ero io che non riuscivo. Ogni volta che eravamo sul punto di scopare, venivo lacerato dalle intrusioni, dai nauseanti ricordi della mia violazione. Naturalmente non le raccontai nulla. Dissi solo che volevo aspettare. Lei non credette alle mie scuse, mi chiese quale fosse il problema, ma io non le risposi mai. Mantenni il silenzio. Dopo un anno ci lasciammo.
Pensai che forse con un’altra ragazza sarebbe stato più facile, ma mi sbagliavo. Provai e riprovai e riprovai. Dovetti arrivare al terzo anno di college per perdere la verginità. La vidi per la prima volta a una lezione di scrittura creativa. Era un tesoro di ragazza che era stata hippie poi hardcore, scriveva meravigliosamente e aveva un tatuaggio sulla testa e quando finimmo a letto non mi chiese neanche se ero vergine: si tolse il vestito e successe. Quasi quasi facevo una festa.
Ma avrei dovuto saperlo che non sarebbe stato così facile. Io e J ci frequentammo per due anni, ma io recitavo sempre, mi nascondevo sempre. La maschera era resistente.
Lei senz’altro intuiva che avevo un sacco di casini, ma immagino li attribuisse alla tipica balordaggine da ghetto. Merda, quanto mi amava. Mi portò a casa dai suoi, e mi amarono anche loro. Era la prima famiglia davvero sana con cui entravo in contatto. E questa in teoria era una cosa positiva.
Sbagliato. Più stavamo insieme, più la sua famiglia mi amava, e più lo trovavo intollerabile. C’era un limite al livello d’intimità che una persona come me poteva sopportare, prima di sentire il bisogno di togliersi dalle palle. Avevo lunghi periodi di depressione, bevevo più del solito, soprattutto durante le vacanze, quando tutti erano al colmo della felicità. Un giorno, senza alcun motivo, mi ritrovai a dirle: dobbiamo lasciarci. Non stavo affrettando le cose. Avevo semplicemente raggiunto il limite. Ricordo che la notte prima avevo pianto come una fontana (a quei tempi non piangevo mai). Non volevo lasciarla. Non volevo. Ma non sopportavo di essere amato. Di essere visto.
Dopo di lei frequentai C, che faceva un sacco di lavoro di comunità nella Repubblica Dominicana. E poi B, l’avventista del settimo giorno di St. Thomas. Non funzionò con nessuna delle due. Ma non mollavo.
E per un po’ andò avanti così, dal college al dottorato fino a Brooklyn. Conoscevo ragazze d’intelligenza superiore, uscivo con loro nella speranza che potessero guarirmi, ma poi dentro di me cominciava a crescere la paura, la paura di essere scoperto; quando si aprivano le prime crepe nella maschera, il crescente impulso di scappare, di nascondermi, mi portava davanti a un Rubicone: o allontanavo la novia oppure tagliavo la corda. Cominciai anche ad andare a letto con chi mi capitava. La droga delle relazioni stabili non mi bastava. Mi servivano dosi più forti per impedire alla mia ferita interiore di insorgere e divorarmi. Il negro che non riusciva ad andare a letto con nessuna diventò il negro che andava a letto con tutte.
Mi nascondevo, bevevo, passavo il tempo in palestra; mi davo da fare con altre donne. Creavo case modello, e poi, appena le avevo costruite, le abbandonavo. Classica psicologia del trauma: avvicinamento e fuga, avvicinamento e fuga. Ferendo altre persone nel frattempo. La depressione calava su di me per mesi, e in quel buio l’impulso suicida emergeva pallido e implacabile. Alcuni miei amici avevano una pistola; gli chiesi di non portarla mai quando venivano da me, per nessuna ragione. A volte mi ascoltavano, a volte no.
Non so come, ma riuscivo ancora a scrivere: di un giovane dominicano che, diversamente da me, era stato molestato in modo non grave. Uno che non poteva mantenere una relazione perché era uno scopatore troppo accanito. In pratica stavo creando una perfetta storia di copertura. E visto che noi fratelli afrolatini siamo sempre visti dalla società come pericoli sessuali, pochissimi lettori notarono ciò che era scritto tra le righe della mia narrativa: che i fratelli afrolatini sono spesso sessualmente in pericolo.
Poco prima di finire il dottorato e trasferirmi a Brooklyn pubblicai il mio primo racconto, su un ragazzino dominicano che va a trovarne un altro che ha avuto la faccia mangiata da un maiale, e lungo la strada subisce un’aggressione sessuale (sul serio). E poi, con un folle rovescio di fortuna, vinsi la lotteria degli scrittori: grazie a quel racconto trovai un agente, ottenni un contratto, uscii sul New Yorker, pubblicai il mio primo libro, Drown, che vendette pochissimo ma mi procurò più pubblicità di quanta un giovane scrittore dovrebbe mai avere. Chiunque altro avrebbe cavalcato quell’onda di fortuna fino al tramonto, ma non andò così. Era chiaro che volevo essere conosciuto, in qualche modo, e morivo dalla voglia di avere una vera faccia, ma quando finalmente arrivò il momento non ci riuscii; mi strinsi la maschera ancora più forte. Dopo Drown sarei potuto restare a New York, e invece fuggii a Syracuse, dove non smette mai di nevicare e dove l’isolamento mi serrò tra le sue fauci. Smisi completamente di scrivere.
Gli anni che passai senza scrivere avrebbero potuto contenere intere carriere letterarie. Nel frattempo incontrai S. Se lo slogan “nero è bello” avesse avuto una rappresentante, sarebbe stata lei; S avrebbe buttato via mille anni di famiglia per far funzionare la nostra storia. Non servì a niente; non riuscimmo mai a fare sesso. Le intrusioni colpivano sempre dove faceva più male. Finché non ci provavo, non sapevo mai con chi ci sarei riuscito e con chi no. S trovò un altro e finì per sposarlo. Io conobbi altre donne. Passarono gli anni. Non mi tolsi mai la maschera; non chiesi mai aiuto.
Nessuno può nascondersi per sempre. A un certo punto, quello che prima nascondeva la verità smette di funzionare. Non hai più scappatoie, non hai più vie d’uscita, non hai più stratagemmi, non hai più fortuna. Alla fine il passato ti trova.
Successe che incontrai una persona: Y. Nel romanzo che pubblicai undici anni dopo Drown, diedi al mio narratore, Yunior, un amore supremo di nome Lola, perché nella vita reale io avevo un amore supremo di nome Y. Lei era la _femme matador _dei miei sogni. Una ragazza cresciuta a Washington Heights e uscita da una scuola statale, che si faceva un gran mazzo, non si sottraeva mai a una lite e ballava così divinamente che Ochún le faceva un baffo.
Tra noi c’era un’intesa pazzesca. Come se i nostri antenati facessero il tifo per noi. Io ero il nerd dominicano che lei aveva sempre sognato. Me lo disse proprio. Non aveva idea. Sprofondai nella sua famiglia, e lei sprofondò nella mia. E sua madre… Dios mío, quanto mi voleva bene la señora. Ero il figlio che non aveva mai avuto. E prima di poter dire “scappa” avevo creato un altro dei miei romanzi d’amore, solo che questo era più elaborato e folle di tutti i precedenti. Comprammo un appartamento insieme a Harlem. Ci fidanzammo a Tokyo. Parlavamo dei figli che avremmo avuto. Ricominciai perfino a scrivere. Negri che non avevo mai visto si dichiaravano orgogliosi della nostra relazione. Due dominicani “di successo” usciti dal ghetto che si amavano? Una cosa rara e preziosa quanto una ciguapa.
Naturalmente c’erano presagi di guai. Passavo almeno sei mesi all’anno depresso e/o sballato o ubriaco. Riuscivamo a fare sesso ma non di frequente: le intrusioni erano sempre in agguato, un infernale ménage a tre bloccauccello.
Sesso o non sesso, la “amavo” più di quanto avessi mai amato chiunque altra. Le raccontai perfino, in un momento di debolezza, che nel mio passato era successo qualcosa.
E poiché la “amavo” più di quanto avessi mai amato chiunque altra, e poiché le avevo rivelato quel che le avevo rivelato sul mio passato, la tradivo più di quanto avessi mai tradito chiunque altra.
Conoscevo un sacco di uomini che avevano una doppia vita. Merda, anche mio padre, per il perenne rammarico della mia famiglia. Ed ecco che anch’io seguivo il destino paterno. Avevo una doppia vita come un personaggio dei fumetti.
Y conosceva tutte le parti del mio vero io che ero capace di mostrare. Conviveva con la depressione, con la rabbia per l’incapacità di scrivere e con i rari momenti di levità e chiarezza. Le altre donne vedevano soprattutto la mia maschera, prima che sparissi senza farmi più sentire.
Ma nessuna maschera è così resistente. Nessuno ci sa fare così tanto con l’altro sesso. Nessuno è così stupido in amore. Un giorno Y mi chiese dov’ero stato e non gradì la mia risposta. Doveva avere dei sospetti già da un po’, soprattutto dopo che una donna era scoppiata a piangere quando l’avevo salutata a un mio reading. Y decise di ficcare il naso tra le mie email, e visto che non mi ero mai sbattuto a scegliere le password né a cancellare i vecchi messaggi, impiegò meno di cinque minuti per trovare quello che stava cercando.
Un cuore spezzato può distruggere un mondo. È quello che fece il suo. Distrusse il suo mondo e il mio.
Un’altra donna mi avrebbe ammazzato per principio, ma Y si limitò a stampare tutti gli scambi di email fra me e le mie altre ragazze, tutti i miei tentativi di seduzione del cazzo, tutte le foto, poi fece rilegare le prove dei miei tradimenti e quando tornai a casa da uno dei miei viaggi me le porse.
Quando mi resi conto di cosa mi aveva dato, persi conoscenza.
Che è quello che tende a succedere quando il mondo finisce.
Qualche mese dopo vinsi il premio Pulitzer per un romanzo narrato da un fratello dominicano che perde la donna dominicana dei suoi sogni perché non riesce a smettere di tradirla. Quando scoprii di avere vinto il premio, il mio primo pensiero non fu “ce l’ho fatta”, ma “forse ora resterà con me”.
Invece no. Dopo qualche altro mese, Y si chiarì le idee e mi sbatté fuori dalla sua vita. Si tenne l’appartamento, l’anello, la sua famiglia, i nostri amici. A me toccò Boston. Non la rividi mai più.
Quando ero bambino, imparai che i dinosauri erano così grandi che se ricevevano un colpo mortale il loro sistema nervoso se ne accorgeva solo dopo un po’. Lo stesso successe a me. Dopo aver perso Y mi trasferii definitivamente a Cambridge, e per circa un anno cercai di “farmela passare”. Per un breve periodo pensai seriamente di stare bene. La maschera era esplosa in mille frammenti, ma io cercavo ancora di indossarla come se niente fosse. Sarebbe stato ridicolo, se non fosse stato tragico. Cercai di usare il sesso per riempire lo squarcio che mi ero aperto nel cuore, ma non funzionò. Questo non m’impedì di provarci.
Perdetti settimane, mesi, anni (due). E poi un giorno mi svegliai e non riuscii letteralmente ad alzarmi dal letto. Mi era piombato addosso un arcipelago di dolore, un mare color vino pieno di sofferenza. Un giorno, in preda all’alcol, tentai di buttarmi dalla finestra dell’appartamento di un mio amico all’ultimo piano, nella Repubblica Dominicana. Lui mi afferrò prima che mettessi il piede sullo sgabello e non mi mollò finché non smisi di tremare.
Nel mondo della terapia si dice che spesso devi toccare il fondo prima di cercare aiuto. Non è sempre così, ma lo è stato sicuramente per me. Ho dovuto perdere quasi tutto e anche di più. E anche di più. Prima di decidermi a tendere la mano.
Sono stato fortunato. Avevo amici pronti a intervenire. Grazie all’università avevo una buona assicurazione sanitaria. Trovai una bravissima analista. Aveva già avuto pazienti come me, e si dedicò alla mia guarigione. Ci vollero anni – anni duri, estenuanti – ma alla fine riuscì a raccattare quel che restava di me. Credo che non avesse mai incontrato nessuno tanto restio alla psicoterapia. Opponevo una continua resistenza. Ma non smisi di andare, e lei non si arrese.
Dopo lunghi sforzi e molte battute d’arresto, pian piano mi fece togliere la maschera. Non per sempre, ma abbastanza a lungo perché riuscissi a respirare, a vivere. E quando fui finalmente pronto a tornare nel luogo dove ero stato distrutto, lei rimase al mio fianco, mi tenne per mano e non mi lasciò mai solo.
Avevo sempre pensato che se mai fossi tornato in quel luogo, in quell’isola dove ero naufragato, non sarei più riuscito a scappare; sarei stato trascinato a fondo e annientato. Eppure, ironia delle ironie, quel che mi aspettava su quell’isola non era il mio annientamento ma quasi il contrario: la mia salvezza.
In quel periodo scrissi pochissimo. Più che altro sottolineavo passaggi dei miei libri preferiti. Questa frase, in particolare, la cerchiai almeno una decina di volte: “Poi l’oscurità mi prese, e mi allontanai dal pensiero e dal tempo, e vagai lontano su strade che non dirò”.
Una volta, prima di perdere le speranze, facevo uno stupido sogno in cui la storia si poteva salvare, io e Lola eravamo a letto insieme come ai vecchi tempi, con il ventilatore acceso, il fumo dell’erba che fluttuava sopra di noi, e io cercavo finalmente di pronunciare le parole che potevano salvarci.
Ma prima di riuscirci, mi svegliavo. Avevo la faccia coperta di sudore, e capivo che il mio sogno non si sarebbe mai avverato.
Sono passati quasi dieci anni dalla Caduta. Non sono più quello di prima. Non sono né il fratello che non riesce a toccare una ragazza né lo stronzo che va a letto con tutte. Vado dall’analista due volte alla settimana. Non bevo (tranne in Giappone, dove ogni tanto mi concedo una birra). Non ferisco le persone con le mie bugie o le mie scelte, e quando posso cerco di farmi perdonare; mi assumo le mie responsabilità. Sono arrivato alla conclusione che non si finisce mai di riparare.
Ho anche una relazione, e lei sa tutto del mio passato. Le ho raccontato cosa mi è successo.
L’ho raccontato a lei, e l’ho raccontato ai miei amici. Anche a quelli più tosti. L’ho raccontato a tutti, e vaffanculo alle conseguenze.
Tante cose sono cambiate. Ma alcune no. Ci sono ancora momenti in cui la depressione mi martella e i mesi mi scivolano via sotto il naso, in cui si ripresentano i pensieri suicidi. La scrittura non è tornata, non proprio. Ma i periodi buoni cominciano a superare quelli cattivi. Ogni anno mi sento meno morto, sento che sto rientrando fra i vivi. Le intrusioni sono diminuite, e quando arrivano non mi sconvolgono più come prima. Ogni tanto faccio ancora quei sogni orribili, e sono ancora schifosi di brutto, ma almeno ho le risorse per affrontarli.
Eppure, malgrado i miglioramenti, sento che qualcosa d’importante, qualcosa di essenziale, continua a sfuggirmi. L’impulso di nascondermi, di stare a distanza dai miei colleghi, dagli altri scrittori, dai miei studenti, dal cerchio della vita è rimasto straordinariamente forte. Durante i discorsi che ho tenuto in varie università e conferenze, mi è capitato di fare commenti sui danni intergenerazionali che la violenza sessuale sistemica ha inflitto alle comunità della diaspora africana, alla mia comunità. Ma io ho mai rivelato di essere stato vittima di una violenza sessuale? Ho buttato lì qualche frase evasiva ogni tanto, ma niente che potesse portare a qualcosa, nessuna affermazione definitiva.
Nelle ultime settimane, quell’assillante sensazione d’incompiutezza ha continuato a crescere, insieme alla vecchia paura: la paura che qualcuno possa scoprire che da bambino sono stato violentato. Non è un caso che abbia da poco cominciato il giro promozionale di un libro per bambini, e d’un tratto mi ritrovi continuamente circondato da ragazzini e debba discutere della mia infanzia più di quanto abbia mai fatto. Mi sono ritrovato a mentire, a parlare di un bambino che non è mai esistito. Un bambino che non controlla di avere chiuso a chiave la porta della camera da letto quattro volte per notte, che non si morde a sangue la lingua. Le storie di copertura stanno tornando. Certe volte al mattino mi sento addirittura la faccia rigida.
E poi a uno dei miei incontri – questa volta al Brattle theatre, a Cambridge – una ragazza è uscita dalla fila per gli autografi e ha cominciato a ringraziarmi per il mio romanzo, per uno dei suoi personaggi principali, Beli. Beli, la severa madre dominicana che ha subìto catastrofici abusi sessuali per tutta la vita.
Io ho avuto una vita come la sua, ha detto la ragazza, e poi, senza preavviso, è scoppiata in lacrime. Voleva dirmi qualcos’altro, ma era troppo sconvolta ed è scappata. Avrei potuto cercare di fermarla. Avrei potuto gridarle anch’io anch’io. Avrei potuto pronunciare le parole: anch’io sono stato violentato.
Ma non ne ho avuto il coraggio. Mi sono girato verso la persona in fila dopo di lei e ho sorriso.
E la sai una cosa? Dietro la maschera mi sono sentito bene. Mi sono sentito a casa.
Penso a te, X. Penso alla donna del Brattle. Penso al silenzio; penso alla vergogna, penso alla solitudine. Penso al dolore che ho causato. Penso a tutti gli anni e a tutta la vita che ho perso per l’impulso di nascondermi, per la paura e la sofferenza. Ma soprattutto penso a come mi sono sentito nel pronunciare quelle parole davanti alla mia analista, tanti anni fa; nel raccontare alla mia partner, ai miei amici, che ero stato violentato. E a come mi sento nel pronunciarle qui, dove il mondo intero – tu compresa – può sentirle.
Toni Morrison ha scritto: “Quando le cose morte tornano in vita, fanno sempre male”. In spagnolo diciamo che quando un bambino nasce gli viene data la luce. Ed è così che mi sento nel pronunciare queste parole, X. Sento che ho avuto una seconda possibilità di ricevere la luce.
Ieri notte ho sognato ancora. Non era un brutto sogno. Ero giovane. Un bambino. Nessuno mi aveva ancora fatto del male. Un aereo lanciava volantini che annunciavano una serata con Jack Veneno, e noi bambini di Villa Juana correvamo in giro a raccoglierli, in preda all’entusiasmo.
Non ricordo quasi nulla di quel bambino, ma per un breve istante sono ancora lui, e lui è me. ◆ sp
Ciao X. La settimana scorsa sono tornato ad Amherst. Erano anni che non ci andavo, da quella volta che ci siamo incontrati. Speravo che mi avresti mandato di nuovo tue notizie; ti ho anche cercato, ma non ti ho visto. Ricordo che durante i pochi minuti del nostro dialogo mi avevi detto con orgoglio che rappresentavi la città di New York, così immagino oggi tu sia di nuovo lì, o magari avevi da fare o non sapevi che ero in città. Mi ricordo bene di te fra la gente in fila per gli autografi, non parlavi con nessuno, avevi un’espressione intensa. Credevo che mi avresti chiesto di leggere un manoscritto o di aiutarti a trovare un agente, invece volevi parlare degli abusi sessuali a cui si allude nei miei libri. Mi hai chiesto, a bassa voce, se fosse successo anche a me. Mi hai colto completamente di sorpresa. Vorrei averti detto la verità allora, ma a quei tempi ero troppo spaventato per parlare. Troppo spaventato, troppo vincolato alla mia maschera. Ho risposto con qualche stronzata evasiva. E basta. Ho firmato i tuoi libri. Credevi che avrei detto qualcosa, e quando non l’ho fatto mi è sembrato che tu avessi un’espressione delusa. Ma soprattutto l’aria di chi si sente abbandonato. Avrei potuto dire qualunque cosa, e invece mi sono girato verso la persona in fila dopo di te e ho sorriso. Con la coda dell’occhio ho visto che raccoglievi lo zaino, mettevi via lentamente i tuoi libri e te ne andavi. Appena finito di firmare ho portato il culo lontano da Amherst, da te e dalla tua domanda più in fretta che potevo. Sono scappato come ho sempre fatto. Come se fossi inseguito dalla morte in persona. Per un paio di giorni ho continuato ad agitarmi; temevo di essermi tradito. Ma poi il vecchio riflesso dell’oblio ha avuto il sopravvento. Ho schiacciato giù tutto. Sepolto tutto. Come sempre. Ma non ho mai davvero dimenticato. Né il nostro dialogo, né la tua delusione. Quando hai lasciato l’auditorium con le spalle curve. So che sono in ritardo di anni, ma mi dispiace di non averti risposto. Mi dispiace di non averti detto la verità. Mi dispiace per te, e mi dispiace per me. Quella verità sarebbe servita a entrambi, sto pensando. Avrebbe potuto salvarmi (e forse salvare anche te) da tante cose. Ma avevo paura. Ho ancora paura – una paura grande come i continenti e l’oceano che li separa – ma parlerò ugualmente, perché, come ci ha insegnato Audre Lorde, il silenzio non mi proteggerà. Ciao X. Sì, è successo anche a me. Sono stato violentato quando avevo otto anni. Da un adulto di cui mi fidavo completamente. Dopo avermi violentato mi disse che dovevo tornare il giorno dopo, altrimenti sarei finito “nei guai”. E poiché ero terrorizzato, e confuso, tornai il giorno dopo e fui violentato di nuovo. Non ho mai raccontato a nessuno quello che successe, ma oggi lo racconto a te. E a chiunque altro voglia ascoltare. Quella violación. Non basterebbero tutte le pagine del mondo per descrivere cosa mi ha fatto. L’intero pianeta potrebbe diventare il mio calamaio, e ancora non sarebbe sufficiente. Quella roba ha spaccato a metà il pianeta della mia persona, mi ha scagliato fuori orbita, nelle regioni dello spazio prive di luce dove non può esistere la vita. Posso dire, sinceramente, que casi me destruyó. Non solo gli stupri, ma anche le conseguenze: la sofferenza, il rancore, il senso di colpa, el asco, il bisogno disperato di nascondere tutto nel silenzio. Mi ha incasinato l’infanzia. Mi ha incasinato l’adolescenza. Mi ha incasinato tutta la vita. Più dell’essere dominicano, più dell’essere un immigrato, anche più delle mie origini africane, quella violenza ha definito la mia persona. Ho consumato più energia a sfuggirla che a vivere. Non capivo perché non mi fossi opposto, perché mi fosse venuta un’erezione durante lo stupro, cosa avessi fatto per meritarmelo. E avevo sempre paura: paura che lo stupro mi avesse “rovinato”, paura di essere “scoperto”, paura paura paura. I “veri” uomini dominicani, dopotutto, non vengono violentati. E se non ero un “vero” uomo dominicano, non ero niente. Lo stupro mi escludeva dalla virilità, dall’amore, da tutto. Il bambino di prima: difficile da ricordare. Il trauma è un viaggiatore del tempo, un uroboro che si volta indietro e divora tutto ciò che è venuto prima. Rimangono solo frammenti. Ricordo che mi piacevano i codici, il detective Encyclopedia Brown, mangiare i pastelones e farmi lunghe camminate per scoprire cosa c’era oltre il mio quartiere nel New Jersey. Di notte facevo sogni nitidissimi, spesso su Guerre stellari e sul mio passato nella Repubblica Dominicana, ad Azua, la mia Tatooine personale. Stavo giusto cominciando a conoscere quel nuovo me stesso anglofono, a diventare suo amico. E poi è scomparso. Niente più sogni di astronavi, niente più Azua, niente più me stesso. Solo la persistente sensazione di essere sbagliato e l’intollerabile ricordo di venire penetrato con violenza. A undici anni cominciai a soffrire di depressione e attacchi di rabbia incontrollabile. A tredici smisi di guardarmi allo specchio, e le rare volte che mi capitava di scorgere il mio riflesso indietreggiavo come se fossi stato punto in faccia da una medusa (cosa vedevo? Vedevo il crimine, la mia orribile degradazione, e se qualcuno mi guardava troppo a lungo scappavo o litigavo). All’età di quattordici anni mi puntai una pistola di mio padre alla tempia (se n’era già andato da qualche anno, ma ci aveva generosamente lasciato alcune delle sue armi da fuoco). Avevo problemi a casa. Avevo problemi a scuola. Avevo sbalzi d’umore che non riuscireste neanche a immaginarvi. Visto che non avevo mai raccontato a nessuno cos’era successo, la mia famiglia dava per scontato che fossi nato così, che fossi un maldito loco. E mentre gli altri ragazzi sperimentavano le cotte e i primi amori, io dovevo affrontare gli invadenti ricordi dello stupro, così strazianti da farmi sbattere la testa contro il muro. Naturalmente non ho mai cercato alcun tipo di aiuto, alcun tipo di terapia. Come dicevo, non l’ho mai raccontato a nessuno. In una famiglia numerosa come la mia – cinque figli – era facile sparire, anche quando stavi colando a picco. Ricordo che, dopo una delle mie depressioni, mia madre mi consigliò di pregare. Non persi neppure tempo a ridere. Quando non ero completamente fuori di testa leggevo qualunque cosa mi capitasse sottomano, giocavo a Dungeons & Dragons per giorni di seguito. Cercavo di dimenticare, ma non si dimentica mai. La notte era il momento peggiore, quando arrivavano i sogni. Incubi in cui venivo violentato dai miei fratelli, da mio padre, dai miei insegnanti, da sconosciuti, da ragazzi di cui volevo essere amico. Spesso i sogni erano così sconvolgenti che mi mordevo la lingua, e il mattino dopo sputavo sangue nel lavandino del bagno. E in men che non si dica mandai tutto a rotoli. Compiti, trimestri, poi interi anni scolastici. Prima fui sbattuto fuori dal programma per studenti dotati della scuola superiore, poi dai corsi di livello avanzato. In classe dormicchiavo o leggevo Stephen King. Alla fine smisi di andarci. Gli amici di scuola si allontanarono, gli amici del quartiere non sapevano più cosa pensare. L’ultimo anno delle superiori, mentre tutti ricevevano le loro lettere d’ammissione al college, io presi un’altra strada: tentai il suicidio. Era successo che nel pieno di una profonda depressione mi ero preso un’improvvisa sbandata per una con un bel culo che frequentava la mia scuola. Per qualche settimana mi era passata la malinconia, e mi ero convinto che se quella ragazza fosse uscita con me, se mi avesse scopato, sarei guarito da tutti i miei mali. Niente più brutti ricordi. In quel periodo guardavo Excalibur a ripetizione, così ero tutto preso dall’idea di una rigenerazione miracolosa. Quando infine trovai il coraggio di chiederle di uscire e lei rifiutò, mi sembrò che il mondo mi avesse sbattuto la porta in faccia. Il giorno dopo trangugiai tutti i medicinali avanzati dalla terapia anticancro di mio fratello, tre flaconi di pillole. Non funzionò. Sai perché non ci riprovai il giorno dopo? Perché quel giorno mi arrivò l’unica lettera di ammissione al college. Ormai ero convinto che non sarei andato da nessuna parte, avevo completamente dimenticato che qualche scuola doveva ancora rispondermi. Ma mentre leggevo quella lettera sentii che la porta del mondo si era riaperta, anche se solo di uno spiraglio. Non ho mai detto a nessuno di aver tentato il suicidio. Un’altra cosa che ho sepolto in profondità. Ripeto spesso che il college mi ha salvato. E in parte è vero. Rutgers, ad appena un’ora di autobus da casa mia, era così lontano dalla mia vecchia vita e così pieno di prospettive che per la prima volta da molto tempo provai un vago senso di sicurezza, qualcosa di simile alla speranza. E, che sia stato merito della distanza, del mio inesauribile disprezzo per me stesso o di un disperato istinto di sopravvivenza dopo il tentato suicidio, durante quel primo anno mi trasformai da cima a fondo. Arrivato al terzo anno, dubito che qualunque mio compagno delle superiori mi avrebbe riconosciuto. Correvo, sollevavo pesi, facevo attività politica, uscivo con le ragazze, ero un tipo “popolare”. A Rutgers seppellii non solo lo stupro, ma anche il bambino che lo aveva subìto, e già che c’ero buttai nella fossa anche la mia famiglia, la mia sofferenza, la mia depressione, il mio tentato suicidio. Tutto quel che ero stato prima di Rutgers lo chiusi a chiave dietro un’irremovibile maschera di normalità. E, ti dirò, una volta che l’ebbi indossata, nessun potere al mondo sarebbe riuscito a strapparmi quella maschera. La maschera era resistente. Tuttavia, come può dirti qualunque freudiano, il trauma è più resistente della maschera. Non puoi seppellirlo e non puoi ucciderlo. È lo spettro che non si ferma mai, il fantasma che torna sempre a cercarti. Gli incubi, le intrusioni, il bisogno di nascondersi, i dubbi, la confusione, il senso di colpa, i pensieri suicidi: il fatto che io avessi seppellito il mio quartiere, la mia famiglia, la mia faccia non bastò a farli sparire. Gli incubi, le intrusioni, il bisogno di nascondersi, i dubbi, la confusione, il senso di colpa, i pensieri suicidi mi seguirono. Durante il college. Durante il dottorato. Nella mia vita professionale. Nella mia vita privata (si sono infiltrati anche nella mia scrittura, ma ti stupiresti di quanto sia facile riscrivere la verità). Poco importava se fuggivo, se realizzavo i miei obiettivi, se stavo con una ragazza: mi seguivano sempre. Ricordi che durante la nostra chiacchierata ad Amherst ho parlato d’intimità? Credo di aver detto che l’intimità è la nostra unica casa. È molto ironico che io scriva e parli continuamente d’intimità, una cosa che ho sempre sognato e non ho mai avuto la fortuna di raggiungere. Dopotutto, è difficile farsi amare quando ci si rifiuta categoricamente di mostrarsi, quando si resta chiusi dietro una maschera. Ricordo quando mi misi con la mia prima ragazza, al college. Credevo di avercela fatta: ero salvo. Da quel momento il passato sarebbe stato ufficialmente cancellato, i sogni orribili sarebbero scomparsi. Ma il mondo non funziona così. Io e quella ragazza ci piacevamo sul serio, passavamo tutto il tempo sui nostri lettini dello studentato, ma sai una cosa? Non riuscimmo mai a fare sesso. Neanche una volta. Ero io che non riuscivo. Ogni volta che eravamo sul punto di scopare, venivo lacerato dalle intrusioni, dai nauseanti ricordi della mia violazione. Naturalmente non le raccontai nulla. Dissi solo che volevo aspettare. Lei non credette alle mie scuse, mi chiese quale fosse il problema, ma io non le risposi mai. Mantenni il silenzio. Dopo un anno ci lasciammo. Pensai che forse con un’altra ragazza sarebbe stato più facile, ma mi sbagliavo. Provai e riprovai e riprovai. Dovetti arrivare al terzo anno di college per perdere la verginità. La vidi per la prima volta a una lezione di scrittura creativa. Era un tesoro di ragazza che era stata hippie poi hardcore, scriveva meravigliosamente e aveva un tatuaggio sulla testa e quando finimmo a letto non mi chiese neanche se ero vergine: si tolse il vestito e successe. Quasi quasi facevo una festa. Ma avrei dovuto saperlo che non sarebbe stato così facile. Io e J ci frequentammo per due anni, ma io recitavo sempre, mi nascondevo sempre. La maschera era resistente. Lei senz’altro intuiva che avevo un sacco di casini, ma immagino li attribuisse alla tipica balordaggine da ghetto. Merda, quanto mi amava. Mi portò a casa dai suoi, e mi amarono anche loro. Era la prima famiglia davvero sana con cui entravo in contatto. E questa in teoria era una cosa positiva. Sbagliato. Più stavamo insieme, più la sua famiglia mi amava, e più lo trovavo intollerabile. C’era un limite al livello d’intimità che una persona come me poteva sopportare, prima di sentire il bisogno di togliersi dalle palle. Avevo lunghi periodi di depressione, bevevo più del solito, soprattutto durante le vacanze, quando tutti erano al colmo della felicità. Un giorno, senza alcun motivo, mi ritrovai a dirle: dobbiamo lasciarci. Non stavo affrettando le cose. Avevo semplicemente raggiunto il limite. Ricordo che la notte prima avevo pianto come una fontana (a quei tempi non piangevo mai). Non volevo lasciarla. Non volevo. Ma non sopportavo di essere amato. Di essere visto. Perché?, mi chiese. Perché? E io non seppi cosa rispondere. Dopo di lei frequentai C, che faceva un sacco di lavoro di comunità nella Repubblica Dominicana. E poi B, l’avventista del settimo giorno di St. Thomas. Non funzionò con nessuna delle due. Ma non mollavo. E per un po’ andò avanti così, dal college al dottorato fino a Brooklyn. Conoscevo ragazze d’intelligenza superiore, uscivo con loro nella speranza che potessero guarirmi, ma poi dentro di me cominciava a crescere la paura, la paura di essere scoperto; quando si aprivano le prime crepe nella maschera, il crescente impulso di scappare, di nascondermi, mi portava davanti a un Rubicone: o allontanavo la novia oppure tagliavo la corda. Cominciai anche ad andare a letto con chi mi capitava. La droga delle relazioni stabili non mi bastava. Mi servivano dosi più forti per impedire alla mia ferita interiore di insorgere e divorarmi. Il negro che non riusciva ad andare a letto con nessuna diventò il negro che andava a letto con tutte. Mi nascondevo, bevevo, passavo il tempo in palestra; mi davo da fare con altre donne. Creavo case modello, e poi, appena le avevo costruite, le abbandonavo. Classica psicologia del trauma: avvicinamento e fuga, avvicinamento e fuga. Ferendo altre persone nel frattempo. La depressione calava su di me per mesi, e in quel buio l’impulso suicida emergeva pallido e implacabile. Alcuni miei amici avevano una pistola; gli chiesi di non portarla mai quando venivano da me, per nessuna ragione. A volte mi ascoltavano, a volte no. Non so come, ma riuscivo ancora a scrivere: di un giovane dominicano che, diversamente da me, era stato molestato in modo non grave. Uno che non poteva mantenere una relazione perché era uno scopatore troppo accanito. In pratica stavo creando una perfetta storia di copertura. E visto che noi fratelli afrolatini siamo sempre visti dalla società come pericoli sessuali, pochissimi lettori notarono ciò che era scritto tra le righe della mia narrativa: che i fratelli afrolatini sono spesso sessualmente in pericolo. Poco prima di finire il dottorato e trasferirmi a Brooklyn pubblicai il mio primo racconto, su un ragazzino dominicano che va a trovarne un altro che ha avuto la faccia mangiata da un maiale, e lungo la strada subisce un’aggressione sessuale (sul serio). E poi, con un folle rovescio di fortuna, vinsi la lotteria degli scrittori: grazie a quel racconto trovai un agente, ottenni un contratto, uscii sul New Yorker, pubblicai il mio primo libro, Drown, che vendette pochissimo ma mi procurò più pubblicità di quanta un giovane scrittore dovrebbe mai avere. Chiunque altro avrebbe cavalcato quell’onda di fortuna fino al tramonto, ma non andò così. Era chiaro che volevo essere conosciuto, in qualche modo, e morivo dalla voglia di avere una vera faccia, ma quando finalmente arrivò il momento non ci riuscii; mi strinsi la maschera ancora più forte. Dopo Drown sarei potuto restare a New York, e invece fuggii a Syracuse, dove non smette mai di nevicare e dove l’isolamento mi serrò tra le sue fauci. Smisi completamente di scrivere. Gli anni che passai senza scrivere avrebbero potuto contenere intere carriere letterarie. Nel frattempo incontrai S. Se lo slogan “nero è bello” avesse avuto una rappresentante, sarebbe stata lei; S avrebbe buttato via mille anni di famiglia per far funzionare la nostra storia. Non servì a niente; non riuscimmo mai a fare sesso. Le intrusioni colpivano sempre dove faceva più male. Finché non ci provavo, non sapevo mai con chi ci sarei riuscito e con chi no. S trovò un altro e finì per sposarlo. Io conobbi altre donne. Passarono gli anni. Non mi tolsi mai la maschera; non chiesi mai aiuto. E per un po’ il centro resse. Per un po’. Nessuno può nascondersi per sempre. A un certo punto, quello che prima nascondeva la verità smette di funzionare. Non hai più scappatoie, non hai più vie d’uscita, non hai più stratagemmi, non hai più fortuna. Alla fine il passato ti trova. Successe che incontrai una persona: Y. Nel romanzo che pubblicai undici anni dopo Drown, diedi al mio narratore, Yunior, un amore supremo di nome Lola, perché nella vita reale io avevo un amore supremo di nome Y. Lei era la femme matador dei miei sogni. Una ragazza cresciuta a Washington Heights e uscita da una scuola statale, che si faceva un gran mazzo, non si sottraeva mai a una lite e ballava così divinamente che Ochún le faceva un baffo. Tra noi c’era un’intesa pazzesca. Come se i nostri antenati facessero il tifo per noi. Io ero il nerd dominicano che lei aveva sempre sognato. Me lo disse proprio. Non aveva idea. Sprofondai nella sua famiglia, e lei sprofondò nella mia. E sua madre… Dios mío, quanto mi voleva bene la señora. Ero il figlio che non aveva mai avuto. E prima di poter dire “scappa” avevo creato un altro dei miei romanzi d’amore, solo che questo era più elaborato e folle di tutti i precedenti. Comprammo un appartamento insieme a Harlem. Ci fidanzammo a Tokyo. Parlavamo dei figli che avremmo avuto. Ricominciai perfino a scrivere. Negri che non avevo mai visto si dichiaravano orgogliosi della nostra relazione. Due dominicani “di successo” usciti dal ghetto che si amavano? Una cosa rara e preziosa quanto una ciguapa. Naturalmente c’erano presagi di guai. Passavo almeno sei mesi all’anno depresso e/o sballato o ubriaco. Riuscivamo a fare sesso ma non di frequente: le intrusioni erano sempre in agguato, un infernale ménage a tre bloccauccello. Sesso o non sesso, la “amavo” più di quanto avessi mai amato chiunque altra. Le raccontai perfino, in un momento di debolezza, che nel mio passato era successo qualcosa. Qualcosa di brutto. E poiché la “amavo” più di quanto avessi mai amato chiunque altra, e poiché le avevo rivelato quel che le avevo rivelato sul mio passato, la tradivo più di quanto avessi mai tradito chiunque altra. La tradivo como un maldito perro. Conoscevo un sacco di uomini che avevano una doppia vita. Merda, anche mio padre, per il perenne rammarico della mia famiglia. Ed ecco che anch’io seguivo il destino paterno. Avevo una doppia vita come un personaggio dei fumetti. Y conosceva tutte le parti del mio vero io che ero capace di mostrare. Conviveva con la depressione, con la rabbia per l’incapacità di scrivere e con i rari momenti di levità e chiarezza. Le altre donne vedevano soprattutto la mia maschera, prima che sparissi senza farmi più sentire. La maschera era resistente. Ma nessuna maschera è così resistente. Nessuno ci sa fare così tanto con l’altro sesso. Nessuno è così stupido in amore. Un giorno Y mi chiese dov’ero stato e non gradì la mia risposta. Doveva avere dei sospetti già da un po’, soprattutto dopo che una donna era scoppiata a piangere quando l’avevo salutata a un mio reading. Y decise di ficcare il naso tra le mie email, e visto che non mi ero mai sbattuto a scegliere le password né a cancellare i vecchi messaggi, impiegò meno di cinque minuti per trovare quello che stava cercando. Un cuore spezzato può distruggere un mondo. È quello che fece il suo. Distrusse il suo mondo e il mio. Un’altra donna mi avrebbe ammazzato per principio, ma Y si limitò a stampare tutti gli scambi di email fra me e le mie altre ragazze, tutti i miei tentativi di seduzione del cazzo, tutte le foto, poi fece rilegare le prove dei miei tradimenti e quando tornai a casa da uno dei miei viaggi me le porse. Quando mi resi conto di cosa mi aveva dato, persi conoscenza. Che è quello che tende a succedere quando il mondo finisce. Qualche mese dopo vinsi il premio Pulitzer per un romanzo narrato da un fratello dominicano che perde la donna dominicana dei suoi sogni perché non riesce a smettere di tradirla. Quando scoprii di avere vinto il premio, il mio primo pensiero non fu “ce l’ho fatta”, ma “forse ora resterà con me”. Invece no. Dopo qualche altro mese, Y si chiarì le idee e mi sbatté fuori dalla sua vita. Si tenne l’appartamento, l’anello, la sua famiglia, i nostri amici. A me toccò Boston. Non la rividi mai più. Quando ero bambino, imparai che i dinosauri erano così grandi che se ricevevano un colpo mortale il loro sistema nervoso se ne accorgeva solo dopo un po’. Lo stesso successe a me. Dopo aver perso Y mi trasferii definitivamente a Cambridge, e per circa un anno cercai di “farmela passare”. Per un breve periodo pensai seriamente di stare bene. La maschera era esplosa in mille frammenti, ma io cercavo ancora di indossarla come se niente fosse. Sarebbe stato ridicolo, se non fosse stato tragico. Cercai di usare il sesso per riempire lo squarcio che mi ero aperto nel cuore, ma non funzionò. Questo non m’impedì di provarci. Perdetti settimane, mesi, anni (due). E poi un giorno mi svegliai e non riuscii letteralmente ad alzarmi dal letto. Mi era piombato addosso un arcipelago di dolore, un mare color vino pieno di sofferenza. Un giorno, in preda all’alcol, tentai di buttarmi dalla finestra dell’appartamento di un mio amico all’ultimo piano, nella Repubblica Dominicana. Lui mi afferrò prima che mettessi il piede sullo sgabello e non mi mollò finché non smisi di tremare. Nel mondo della terapia si dice che spesso devi toccare il fondo prima di cercare aiuto. Non è sempre così, ma lo è stato sicuramente per me. Ho dovuto perdere quasi tutto e anche di più. E anche di più. Prima di decidermi a tendere la mano. Sono stato fortunato. Avevo amici pronti a intervenire. Grazie all’università avevo una buona assicurazione sanitaria. Trovai una bravissima analista. Aveva già avuto pazienti come me, e si dedicò alla mia guarigione. Ci vollero anni – anni duri, estenuanti – ma alla fine riuscì a raccattare quel che restava di me. Credo che non avesse mai incontrato nessuno tanto restio alla psicoterapia. Opponevo una continua resistenza. Ma non smisi di andare, e lei non si arrese. Dopo lunghi sforzi e molte battute d’arresto, pian piano mi fece togliere la maschera. Non per sempre, ma abbastanza a lungo perché riuscissi a respirare, a vivere. E quando fui finalmente pronto a tornare nel luogo dove ero stato distrutto, lei rimase al mio fianco, mi tenne per mano e non mi lasciò mai solo. Avevo sempre pensato che se mai fossi tornato in quel luogo, in quell’isola dove ero naufragato, non sarei più riuscito a scappare; sarei stato trascinato a fondo e annientato. Eppure, ironia delle ironie, quel che mi aspettava su quell’isola non era il mio annientamento ma quasi il contrario: la mia salvezza. In quel periodo scrissi pochissimo. Più che altro sottolineavo passaggi dei miei libri preferiti. Questa frase, in particolare, la cerchiai almeno una decina di volte: “Poi l’oscurità mi prese, e mi allontanai dal pensiero e dal tempo, e vagai lontano su strade che non dirò”. E poi c’era questo brano del mio romanzo: Una volta, prima di perdere le speranze, facevo uno stupido sogno in cui la storia si poteva salvare, io e Lola eravamo a letto insieme come ai vecchi tempi, con il ventilatore acceso, il fumo dell’erba che fluttuava sopra di noi, e io cercavo finalmente di pronunciare le parole che potevano salvarci. ––– ––– ––– Ma prima di riuscirci, mi svegliavo. Avevo la faccia coperta di sudore, e capivo che il mio sogno non si sarebbe mai avverato. Mai, mai. Sono passati quasi dieci anni dalla Caduta. Non sono più quello di prima. Non sono né il fratello che non riesce a toccare una ragazza né lo stronzo che va a letto con tutte. Vado dall’analista due volte alla settimana. Non bevo (tranne in Giappone, dove ogni tanto mi concedo una birra). Non ferisco le persone con le mie bugie o le mie scelte, e quando posso cerco di farmi perdonare; mi assumo le mie responsabilità. Sono arrivato alla conclusione che non si finisce mai di riparare. Ho anche una relazione, e lei sa tutto del mio passato. Le ho raccontato cosa mi è successo. L’ho raccontato a lei, e l’ho raccontato ai miei amici. Anche a quelli più tosti. L’ho raccontato a tutti, e vaffanculo alle conseguenze. Non lo avrei mai creduto possibile. Tante cose sono cambiate. Ma alcune no. Ci sono ancora momenti in cui la depressione mi martella e i mesi mi scivolano via sotto il naso, in cui si ripresentano i pensieri suicidi. La scrittura non è tornata, non proprio. Ma i periodi buoni cominciano a superare quelli cattivi. Ogni anno mi sento meno morto, sento che sto rientrando fra i vivi. Le intrusioni sono diminuite, e quando arrivano non mi sconvolgono più come prima. Ogni tanto faccio ancora quei sogni orribili, e sono ancora schifosi di brutto, ma almeno ho le risorse per affrontarli. Eppure… Eppure, malgrado i miglioramenti, sento che qualcosa d’importante, qualcosa di essenziale, continua a sfuggirmi. L’impulso di nascondermi, di stare a distanza dai miei colleghi, dagli altri scrittori, dai miei studenti, dal cerchio della vita è rimasto straordinariamente forte. Durante i discorsi che ho tenuto in varie università e conferenze, mi è capitato di fare commenti sui danni intergenerazionali che la violenza sessuale sistemica ha inflitto alle comunità della diaspora africana, alla mia comunità. Ma io ho mai rivelato di essere stato vittima di una violenza sessuale? Ho buttato lì qualche frase evasiva ogni tanto, ma niente che potesse portare a qualcosa, nessuna affermazione definitiva. Nelle ultime settimane, quell’assillante sensazione d’incompiutezza ha continuato a crescere, insieme alla vecchia paura: la paura che qualcuno possa scoprire che da bambino sono stato violentato. Non è un caso che abbia da poco cominciato il giro promozionale di un libro per bambini, e d’un tratto mi ritrovi continuamente circondato da ragazzini e debba discutere della mia infanzia più di quanto abbia mai fatto. Mi sono ritrovato a mentire, a parlare di un bambino che non è mai esistito. Un bambino che non controlla di avere chiuso a chiave la porta della camera da letto quattro volte per notte, che non si morde a sangue la lingua. Le storie di copertura stanno tornando. Certe volte al mattino mi sento addirittura la faccia rigida. E poi a uno dei miei incontri – questa volta al Brattle theatre, a Cambridge – una ragazza è uscita dalla fila per gli autografi e ha cominciato a ringraziarmi per il mio romanzo, per uno dei suoi personaggi principali, Beli. Beli, la severa madre dominicana che ha subìto catastrofici abusi sessuali per tutta la vita. Io ho avuto una vita come la sua, ha detto la ragazza, e poi, senza preavviso, è scoppiata in lacrime. Voleva dirmi qualcos’altro, ma era troppo sconvolta ed è scappata. Avrei potuto cercare di fermarla. Avrei potuto gridarle anch’io anch’io. Avrei potuto pronunciare le parole: anch’io sono stato violentato. Ma non ne ho avuto il coraggio. Mi sono girato verso la persona in fila dopo di lei e ho sorriso. E la sai una cosa? Dietro la maschera mi sono sentito bene. Mi sono sentito a casa. Penso a te, X. Penso alla donna del Brattle. Penso al silenzio; penso alla vergogna, penso alla solitudine. Penso al dolore che ho causato. Penso a tutti gli anni e a tutta la vita che ho perso per l’impulso di nascondermi, per la paura e la sofferenza. Ma soprattutto penso a come mi sono sentito nel pronunciare quelle parole davanti alla mia analista, tanti anni fa; nel raccontare alla mia partner, ai miei amici, che ero stato violentato. E a come mi sento nel pronunciarle qui, dove il mondo intero – tu compresa – può sentirle. Toni Morrison ha scritto: “Quando le cose morte tornano in vita, fanno sempre male”. In spagnolo diciamo che quando un bambino nasce gli viene data la luce. Ed è così che mi sento nel pronunciare queste parole, X. Sento che ho avuto una seconda possibilità di ricevere la luce. Ieri notte ho sognato ancora. Non era un brutto sogno. Ero giovane. Un bambino. Nessuno mi aveva ancora fatto del male. Un aereo lanciava volantini che annunciavano una serata con Jack Veneno, e noi bambini di Villa Juana correvamo in giro a raccoglierli, in preda all’entusiasmo. Non ricordo quasi nulla di quel bambino, ma per un breve istante sono ancora lui, e lui è me. ◆ sp
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Questo articolo è uscito sul numero 1255 di Internazionale, a pagina 106. Compra questo numero | Abbonati