Era un momento in cui ci si poteva aspettare una reazione emotiva, al limite perfino solenne. Mio padre e il mio primo figlio erano venuti a trovarmi nel reparto terapia intensiva dell’University hospital di Lewisham, nella zona sudest di Londra, per la prima volta da quando mi ero gravemente ammalato. Ero sveglio e parlavo, avevo la voce roca ma parlavo.
Chiamai con un cenno mio padre, che era avvolto nel camice di plastica dei visitatori e non vedeva l’ora di scambiare qualche parola con il figlio maggiore dopo che in ansia mi aveva visto andare via su un un’ambulanza in una tetra sera di settembre. Cos’avevo da dirgli? Quale saluto poteva essere all’altezza di quel ricongiungimento? Riportato al mondo dopo una quasi morte, come avrei annunciato il mio ritorno? “Papà”, dissi. “Per amor del cielo, contatta per telefono il mio agente”.
Oggi ho più rispetto per il potere della follia e il suo incessante martellare alla porta della nostra esistenza. Ora so che quella porta è sempre spalancata
La dice lunga su mio padre e sul suo approccio flemmatico e infinitamente comprensivo a quell’impresa lunga una vita che è fare il genitore (dopotutto, all’epoca avevo 48 anni) il fatto che prese quella ridicola richiesta senza scomporsi minimamente. Un uomo da meno sarebbe rimasto perplesso. Ma lui si limitò ad annuire dicendo: “Senz’altro”.
Suppongo, per collocare questo scambio di battute nel giusto contesto, che si sentisse sollevato già solo dal fatto che fossi in grado di dire qualcosa. Nel luglio 2016, durante un viaggio a Bayreuth per commentare il ciclo dell’_Anello del Nibelungo _di Wagner per Sky Arts avevo cominciato ad avvertire delle violente fitte allo stomaco. Dopo il _Crepuscolo degli dei _– facendo del mio meglio per nascondere quel malessere al mio vicino di posto, Stephen Fry – tornai strisciando a Londra via Monaco di Baviera.
Come un idiota, non puntai dritto al pronto soccorso per confessare che, nell’insieme, avevo la sensazione di morire. Andai invece a farmi visitare da un medico (e perfino questo lo feci controvoglia) che mi prescrisse antibiotici, antiemetici, paracetamolo e mi disse – lo sapete già, vero? – di bere molto.
A settembre, quando il dolore tornò più lancinante che mai, non potei più tentare di scappare: questa volta svenivo appena cercavo di alzarmi in piedi. I miei gatti erano davvero spaventati. Arrivarono i paramedici, che mi trovarono sdraiato sul pianerottolo, mi caricarono sulla barella e mi portarono difilato al pronto soccorso.
Una tac e una gastroscopia – una telecamera giù nel gargarozzo, tutt’altro che divertente – suggerirono un’ulcera perforata. Sarei stato fuori gioco per qualche giorno dopo l’operazione. Ricordo che brontolai, come fanno gli uomini della mia età quando vogliono far sapere di avere in ballo cose importanti che non si possono rimandare.
Ma la mia frustrazione non era troppo sentita. Ormai volevo solo che il dolore passasse. Un allegro anestesista di nome Ax, con splendidi tatuaggi colorati sugli avambracci, mi invitò a contare all’indietro partendo da dieci. Arrivai a sette prima di scivolare in un graditissimo oblio.
Ho un vago ricordo di alcuni strani sogni: un viaggio in Cina, un seminario della Bbc, una conversazione realistica e inquietante in una lussuosa biblioteca sul presunto espianto di organi da mettere in vendita in America. Tutti sogni, sicuramente. Poi, altrettanto bruscamente, mi svegliai.
Quando tornai in me avevo accanto un’infermiera, Sally. “È andata molto bene, Matt”, disse. “E stai molto, molto meglio”. Pausa. “Ma hai dormito più a lungo di quanto ci aspettassimo”. Pausa. “Hai dormito per dieci giorni”.
Ero così felice di non avere dolori e di essere sveglio, che questa rivelazione sbalorditiva non mi sbalordì più di tanto. Mi accorsi di avere una bella fila di graffette al centro dello stomaco, che faceva pensare a una procedura chirurgica più invasiva di quanto avessi previsto. Ma i dieci giorni scomparsi? Be’, cose che capitano. Non potevo farci niente.
Di fatto – ma in larga parte lo avrei saputo molto più tardi – quell’ulcera spaventosa mi aveva salvato la vita. In realtà avevo una sepsi addominale, un’infezione che ha un tasso di mortalità del 75 per cento. Ero stato fortunato, a dire poco: il dolore li aveva costretti ad aprirmi la pancia, e a scoprire l’avvelenamento del sistema. E poi, doppiamente fortunato, il mio brillante chirurgo, Adrian Steger, e la sua équipe mi avevano salvato la vita risparmiandomi la perdita di un arto, che è il prezzo tristemente comune dello shock settico.
Dopo l’operazione, Adrian e i suoi colleghi mi avevano indotto un coma per consentire al cocktail di antibiotici e altri farmaci di svolgere il loro compito di ripulitura. Funzionò. E sento ancora che ogni giorno di vita in più è un dono sensazionale. È un piacere vederti? Per citare Keith Richards, è un piacere vedere chiunque.
Ma questo oggi. Ancora in rianimazione, tre anni fa, con tutta quella storia di morte evitata per un soffio, potreste pensare che me ne stessi buono buono nel letto, intrappolato come Gulliver dai lillipuziani in una rete di tubi, flebo e fili che mi collegavano a macchine tintinnanti, intento a contemplare i misteri della vita e i capricci del tristo mietitore. Nossignore, neanche per idea: in testa avevo il mondo. Il mondo dello spettacolo, per essere più esatti.
Dalla mia posizione estremamente improbabile, dietro una tenda d’ospedale nella zona sud di una Londra autunnale, pianificavo la mia prossima mossa verso la gloria di Hollywood. A dirla tutta, sarebbe stata la mia prima mossa. Ma allora non vedevo le cose così.
La malattia e la disabilità, ne ero assolutamente persuaso, erano un intralcio irritante ai miei preparativi per una nuova serie di spionaggio per la Hbo, di cui stavo finendo la sceneggiatura e sarei stato anche coprotagonista. Da qui la richiesta rivolta a mio padre di contattare il mio agente.
Intitolata I collaboratori, la serie era ambientata in un mondo protofascista in cui il mio personaggio – uno stagionato agente dei servizi segreti – si alleava con un collega russo per combattere i cattivi, sia criminali sia uomini di governo.
Nei primi episodi (ovviamente) l’agente dello spionaggio russo e io ci saremmo tenuti d’occhio con la consueta sospettosità dei nemici tradizionali. Ma entro la fine della prima stagione saremmo già diventati stretti alleati, due cani sciolti uniti da rispetto professionale, umorismo tagliente e il crescente timore che i veri nemici fossero i politici autoritari che ci comandavano. Attuale, no?
Opportunamente, ero riuscito a convincermi che il pulsiossimetro – la pinzetta che si mette a un dito del paziente per controllare l’ossigenazione del sangue – in realtà era un sofisticato dispositivo alfanumerico che mi permetteva di mandare email e messaggi WhatsApp ai produttori e alle persone incaricate di effettuare sopralluoghi in tutto il mondo per le riprese.
Mio padre e il più grande dei miei due fratelli minori mi avevano saggiamente confiscato l’iPhone. Ma cosa ne sapevano loro? Potevo sempre contattare tutti i responsabili di questo progetto globale con un abile clic della mia pinzetta. Perfino dall’ospedale, continuavo a impartire comandi alla troupe.
Tenevo anche regolarmente delle riunioni intorno al letto con gli autori del copione, i coreografi dei combattimenti e – guardando al futuro – gli esperti di merchandising e gli sviluppatori del videogioco. Eravamo meticolosi. Francamente, eravamo bravi.
Il coprotagonista Jurij – non ho mai saputo il suo cognome – veniva spesso a trovarmi, sempre con un berretto e un cachemire con il cappuccio, spesso in compagnia di suoi familiari. Jurij era preoccupato quanto me per le conseguenze della mia malattia sulla produzione del programma: dovevamo cominciare a girare le scene principali a marzo, dopotutto, quindi mi restavano solo sei mesi per guarire e rimettermi in forma per un ruolo che sarebbe stato sicuramente impegnativo (avevo scritto molte scene di combattimento).
Quella doveva essere la svolta della sua vita, la grande occasione per farsi un nome. Ma si rendeva conto della mia situazione ed era solidale. Non mi venne mai in mente che avrebbe potuto spingere per dare il mio ruolo a qualcun altro, e lui non ne parlò mai. Camminava sempre avanti e indietro nel reparto e io gli ero grato per la sua lealtà.
Se vi sembra un’assurdità totale, è perché lo era. Ma – ed è difficile esagerare questo elemento – per me era reale in ogni dettaglio possibile. Non erano sogni, vaneggiamenti psichedelici o occasionali cadute in confuse fantasticherie. Erano allucinazioni.
È una distinzione molto importante. Nei suoi Principi di psicologia (1890) William James la definisce chiaramente: “Un’allucinazione è una forma di coscienza strettamente sensoriale, una sensazione piena e autentica come se vi fosse là un oggetto. Solo che l’oggetto non c’è”.
E questo è il compianto Oliver Sacks, nel suo ottimo libro _Allucinazioni _(2012), che descrive una visione indotta dalla morfina nel 1965:
Potevo vedere tende sericee di diverso colore, sulla più grande delle quali sventolava un’insegna reale. C’erano destrieri con bardature vistose, soldati a cavallo con l’armatura scintillante al sole e uomini che imbracciavano lunghi archi. Vidi suonatori con grandi cornamuse d’argento che se le portavano alla bocca e poi, in lontananza, sentii anche la loro musica. Vidi centinaia, migliaia di uomini – due eserciti, due nazioni – che si preparavano alla battaglia. Mi resi conto che quanto stavo guardando, dal mio punto di osservazione aereo, era Agincourt, verso la fine del 1415, e che stavo vedendo gli eserciti inglese e francese stringere i ranghi e schierarsi per dare battaglia. Sapevo anche che nella grande tenda con l’insegna reale c’era Enrico V in persona. Non avevo alcuna percezione del fatto che tutto ciò fosse frutto della mia immaginazione o di un’allucinazione; quello che vedevo era concreto e reale.
E così era per me. Non avevo assolutamente idea che fosse tutta una costruzione della mia fantasia stravolta. Il mio lavoro alla serie televisiva era perfettamente integrato con la routine quotidiana di iniezioni, analisi del sangue, consulti ed esami. I componenti della squadra dell’Hbo, infatti, si trattenevano spesso quando l’équipe medica si riuniva intorno al mio letto. Una volta ha fatto capolino anche Chelsea Clinton, di passaggio prima di raggiungere i genitori a una festa sulle rive del Tamigi.
Avevo anche memorie nuove di zecca: di un viaggio con mio padre per vedere Billy Connolly – tutt’a un tratto un amico di famiglia – che interpretava classici delle Highlands in un concerto in Scozia, e di una conferenza stampa in un lussuoso hotel di San Diego con anche un party in compagnia del recentemente scomparso Gene Wilder. Questi nuovi ricordi (totalmente fasulli) erano intensi quanto le esperienze immaginarie che ora m’impegnavano quotidianamente. Non ho mai avuto la minima sensazione che il reale fosse in contrasto con l’allucinatorio, che in modo improvviso e allarmante si fosse aperta una porta su una dimensione stramba. Di fatto, quello che colpisce è quanto fossero perfettamente integrati il concreto e l’immaginario, quella che chi si occupa di tecnologie moderne chiamerebbe “realtà aumentata”.
Per la mia famiglia dev’essere stata dura. Quando cominciai a ringalluzzirmi e a chiacchierare di più, condividevo con loro parte del mio mondo fittizio: sorprendentemente lucido e coerente nella descrizione di tutte quelle stupidaggini. Informai i miei familiari – ormai pazientemente uniti nella decisione di far uscire tutta quella roba dal mio organismo – che l’ospedale era coinvolto a livello imprenditoriale nel processo di produzione televisiva e raccoglieva fondi per il servizio sanitario nazionale assistendomi nella creazione della serie. Annuivano generosamente, chiedendosi con una certa ansia quanto tempo ancora sarebbe durato tutto questo. Odierò sempre il fatto che abbiano dovuto sopportarlo.
Ogni giorno guardavo i giornalieri su uno schermo gigante – anche se inesistente – in fondo al letto e avevo organizzato una diretta dalla steadicam usata dalla prima unità.
Il primo episodio era incentrato sulla caccia al protagonista a opera di due letali assassini russi: gemelli, perfettamente vestiti all’inglese, con abito intero e bombetta, sembravano una versione psicopatica di Dupont e Dupond dei libri di Tintin. Ero molto soddisfatto dei primi inseguimenti: le epiche riprese dei gemelli sullo sfondo del cupo ma splendido paesaggio siberiano, mentre si avvicinavano implacabilmente alla loro preda.
Non che rimanessi sempre nel mio reparto. Con un comodo tocco stile Pomi d’ottone e manici di scopa, il mio letto poteva viaggiare in tutto il mondo: andavo in una casa in Malesia per un delizioso pranzetto; in un albergo di New York a due passi da Times square; a una simpatica festa privata a Brighton; in un bistrot di Chelsea ispirato alla costa azzurra; in un traghetto della Sealink dove (dettagli, dettagli) lo staff medico aveva il logo della compagnia sul cordino del tesserino appeso al collo; in un negozio di cimeli di _Star wars _a Torino; e – più seriamente – a un ricevimento per festeggiare la creazione dei primi oggetti di merchandising per la serie. Era divertente essere trasportato nel mio letto tra i grandi della televisione, salutando calorosamente i boss degli studi cinematografici e i finanziatori.
L’unico potenziale intoppo tra questi viaggi fu che, una sera, fui rapito da un gruppo di anarchici di Class war e trascinato in un nascondiglio, costretto a mangiare pane e fagioli e poi, dopo un’interessante discussione sulle contraddizioni interne del capitalismo, riportato indietro. Gente affascinante. Ingiustamente maltrattata dai mezzi d’informazione, conclusi.
Più preoccupante, considerando quanto già avevo da scrivere, fu la visita a una zona tipo Area 51, dove enigmatici scienziati lavoravano a tecnologie aliene. Ricordo di essermi sentito più esasperato che turbato da questa esperienza.
Sdraiato sul mio letto di ospedale nel laboratorio di genetica, chiesi a queste sinistre e spettrali teste d’uovo se avevano davvero bisogno di me per congegnare una specie ibrida, metà aliena e metà umana. “Sapete, ho del lavoro da fare”, dichiarai. Non direi che fossero proprio pentiti, ma mi riportarono all’ospedale di Lewisham abbastanza in fretta.
In tutto questo, è giusto precisare che ancora una volta ero stato fortunato. Soffrivo – anche se allora non lo sapevo – di una condizione molto comune che affligge i pazienti in rianimazione, il delirio da terapia intensiva. A seconda di quale studio consultate, dal 33 all’80 per cento dei malati che passano per questo reparto provano una confusione mentale di qualche tipo.
Può stupire che, malgrado l’elevato livello di incidenza, su questa sindrome siano state condotte relativamente poche ricerche. Quasi tutti convengono che i fattori in gioco sono molteplici: una combinazione di farmaci potenti, ventilazione meccanica, debolezza fisiologica, insonnia e lo stress psicologico di essere gravemente malati.
Ma l’incredibile forza delle visioni non è mai stata spiegata, e non c’è molto consenso sui protocolli terapeutici (nel mio caso, sono bastati un breve ciclo di sonniferi e la solita reidratazione). Molti pazienti che ne sono stati colpiti non si riprendono mai completamente, e soffrono di una sorta di disturbo da stress post-traumatico per il resto dei loro giorni.
Quanto alle allucinazioni vere e proprie, la maggior parte delle persone colpite da delirio da terapia intensiva se la passa davvero male. Un mio amico, il giornalista David Aaronovitch del Times, nel 2011 ha sofferto in modo orribile. Sentiva le voci di estremisti violenti che complottavano “contro i neri, contro gli ebrei, le persone di sinistra e gli omosessuali”, credeva che le infermiere lo stessero trasformando in uno zombi e che sarebbe stato divorato dai cannibali.
C’è anche un precedente letterario nel romanzo semiautobiografico di Evelyn Waugh La prova di Gilbert Pinfold (1957), che descrive la discesa nell’inferno delle allucinazioni di un romanziere in crociera a Ceylon. Imbottito di bromuro e idrato di cloralio, Pinfold sente una serie di voci che lo scherniscono e lo accusano di avere infiniti difetti, spingendolo al suicidio. Anche dopo essersi ripreso, Pinfold si sente “come un guerriero dopo una vittoria aspramente combattuta. Nessun suono veniva a turbarlo da quell’altra metà del mondo in cui era inciampato, ma non c’era niente di simile ai sogni nei suoi ricordi, che restavano vividi e inalterati, chiari e concreti come qualunque avvenimento della sua vita da sveglio”.
John Betjeman descrive il libro – piuttosto accuratamente – come “un’immagine dell’inferno in terra”. In un’intervista alla Bbc del 1960, lo stesso Waugh ricordava così la vera allucinazione che aveva ispirato Pinfold: “In un primo momento ho immaginato che fossero tutti coinvolti. Non facevo altro che razionalizzare. Non era affatto come perdere la ragione, era semplicemente la ragione che lavorava intensamente su premesse sbagliate”.
Sì, era proprio così. La differenza fondamentale è che il mio incontro con il delirio da terapia intensiva fu per lo più libero da paura e sofferenza. Ci fu un incidente – una seconda e sgradevolissima gastroscopia – quando fui immobilizzato da un dottore e due infermieri mentre il tubo mi scendeva in gola. Nel mio stato confusionale, mi convinsi che fosse andato storto qualcosa nelle riprese di una scena di “interrogatorio con tecniche avanzate” per la serie televisiva, ed ero furibondo e inconsolabile per tanto dilettantismo sul mio set.
Ma per la maggior parte del tempo ero felice e contento nella mia terra dei sogni e il personale medico – atrocemente sovraffaticato nel migliore dei casi – mi lasciava in quel mondo. In un reparto di terapia intensiva, pieno di pazienti che tornano dalla frontiera tra la vita e la morte, un giornalista che farnetica di progetti per conquistare Hollywood si piazza in basso nella scala delle priorità. Ho solo lodi per i medici e le infermiere che mi hanno curato.
Ma cosa c’era dietro? È interessante notare che in queste allucinazioni appare spesso il lavoro. È al centro dei tormenti di Pinfold. E nel suo saggio sui vaneggiamenti di cui soffrì in ospedale nel 1982, A peep round the twist, Kingsley Amis scrive di un convincente sogno con il grande critico teatrale Kenneth Tynan, in cui collaborava con lui a un progetto inesistente, “forse un musical su George Orwell”.
Questo mi ha fatto risuonare qualcosa quando, molto più tardi, ho cercato di dare un senso alla mia danza con gli dei dell’assurdo. È vero che dopo aver lasciato la direzione dello Spectator, nel 2009, avevo lavorato per qualche mese come sceneggiatore con David Milch, creatore di Nypd _e _Deadwood, e la giornalista Sarah Standing. Sarah e io avevamo passato parte del tempo negli uffici di Milch a Los Angeles, e Milch aveva davvero grossi impegni con la Hbo.
Il mio strambo progetto per una nuova versione di Operazione U.N.C.L.E. – con me come protagonista, ovviamente – deve aver inglobato un’eco di quella piacevole collaborazione. Ed è vero che anche se di solito mi occupo di cose come la Brexit, la cultura seria e la filosofia della post-verità, nel tempo libero guardo un sacco di thriller di serie B e roba di serie C su Netflix.
Una volta fui accusato da un collega dell’All Souls college di avere “frivolezze nascoste”, un distintivo d’onore che penso si sia dimostrato azzeccato in pieno quando, molti anni dopo, la mia psiche tolse temporaneamente gli ormeggi. Non vedevo Gesù, gli zombie o Hitler, vedevo me stesso che ricevevo un premio Emmy. Quando, nell’ultima settimana d’ospedale, mi resi gradualmente conto che l’intera faccenda era immaginaria dall’inizio alla fine, che non sarei andato a Hollywood e che non c’era nessun istruttore di aikido in attesa di prepararmi alle riprese del film, ne fui ufficialmente sollevato ma interiormente un po’ deluso.
Una dottoressa premurosa mi fece sentire sul suo iPhone la registrazione di un programma realizzato da Aaronovitch sulla sua terribile esperienza, e ascoltando la voce assennata e penetrante di David, piena di calore e saggezza, cominciai a tornare sulla terraferma fatta di una realtà incontaminata dal disordine psichico. E poco dopo, durante una visita dei miei familiari, percepii finalmente tutto il peso della ragione e dell’empirismo che sfondavano la membrana dell’illusione. Nessuna serie televisiva, niente Hbo, nessuna campagna per quel primo, inafferrabile Emmy. “Oh, cazzo”, mi dissi.
Non che il delirio da terapia intensiva sia un argomento da trattare con leggerezza. In realtà, ora che siamo sempre di più a vivere più a lungo e a guarire da gravi malattie dopo un trattamento di terapia intensiva, questa particolare patologia è destinata a diventare una pressante questione di salute pubblica.
Per le famiglie è particolarmente dura. Perfino i miei monologhi spesso comici, me ne sono reso conto in seguito, erano difficili da sopportare per i miei cari, giorno dopo giorno; è estenuante assecondare chi dice assurdità, per quanto innocue. E molti parenti devono sopportare cose di gran lunga peggiori: stati confusionali prolungati, psicosi, disturbi del comportamento che durano anni. Perciò rendo onore a chi sta già studiando le cause di questa sindrome, i suoi sintomi e la terapia, e spero che molti altri ricevano finanziamenti e strutture per seguirne l’esempio.
Dopo tre settimane – meno di quanto inizialmente previsto – ero a casa, convalescente, camminavo con il bastone e facevo semplicissimi esercizi di pilates per riabituare il mio corpo alla normalità. Volevo a tutti i costi tornare alla mia attività giornalistica per seguire le elezioni presidenziali negli Stati Uniti. Riuscii a raggiungere il mio obiettivo e precipitai, con tutti gli altri, nella vera follia dell’era Trump.
La conseguenza più duratura, se devo essere onesto, è stata filosofica. Sono un razionalista liberale, un campione infaticabile della modernità, nemico della superstizione, degli elisir, delle fesserie new age e (sostanzialmente) di chiunque azzardi critiche all’illuminismo. Perciò il mio breve esilio da quella patria intellettuale è stato molto più inquietante in retrospettiva di quando l’ho vissuto.
È allarmante scoprire quanto sia poroso il confine che separa razionale e irrazionale, come sia facile sfondare le barriere che tengono alla larga vaneggiamenti, visioni e apparizioni indesiderate. È destabilizzante sentire la tua visione del mondo scossa alle fondamenta, seppure brevemente, dalle più profonde forze psichiche.
Rido ancora, ricordando l’assurdità di tutta la storia. Ma questi ricordi mi fanno anche riflettere. Oggi ho più rispetto per il potere della follia e il suo incessante martellare alla porta della nostra esistenza. Ora so che quella porta è sempre spalancata; e mi chiedo più che mai, con le parole del principe Amleto, quali sogni possono venire. ◆ gc
Matthew d’Ancona
è un giornalista britannico. Ha collaborato con molti giornali, tra cui il Sunday Telegraph, lo Spectator, il Guardian, l’Evening Standard e il New York Times. Questo articolo è uscito sul trimestrale britannico Tortoise Quarterly con il titolo Delirium tremendous.
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1346 di Internazionale, a pagina 92. Compra questo numero | Abbonati