Il 24 settembre 1980 un uomo con gli stivali da cowboy e due valigie marroni entrò nel casinò Binion’s Horseshoe, a Las Vegas. Una valigia conteneva 777mila dollari in contanti. L’altra era vuota. Dopo aver cambiato i soldi in gettoni, l’uomo si avvicinò a un tavolo di craps – un gioco con i dadi – e puntò tutto sulla pass line. In altre parole stava scommettendo contro la donna che tirava i dadi. Se la donna perdeva, lui vinceva il doppio della sua puntata. Se vinceva lei, lui perdeva tutto. Praticamente ignara della somma in gioco, la donna fece tre tiri: 6, 9, 7.
“Vince la pass line”, disse il banco. L’uomo aveva appena vinto un milione e mezzo di dollari. Riempì con calma la valigia vuota, uscì dal locale nell’aria pomeridiana del deserto, salì in macchina e si allontanò. Era la somma più grande mai scommessa su un tiro di dadi negli Stati Uniti.
L’uomo aveva appena vinto un milione e mezzo di dollari. Riempì con calma la valigia, uscì dal locale nell’aria pomeridiana del deserto, salì in macchina e si allontanò
“Uomo misterioso vince una fortuna”, riferì il Los Angeles Times. Nessuno conosceva l’identità del giovane texano dai capelli chiari che aveva appena fatto la storia, così fu chiamato il “giocatore fantasma”. “Era un bel tipo”, raccontò Jack Binion, il direttore dello Horseshoe. “Si vedeva che aveva il gioco nel sangue”. Ma sarebbero passati anni prima che il fantasma si facesse vedere di nuovo a Las Vegas.
Chi gioca tutto o niente sprigiona un certo fascino. Si presta facilmente a entrare nella leggenda. Zeus, Poseidone e Ade si divisero il mondo tirando i dadi. Nel secondo libro dell’antico poema epico indiano Mahabharata, il re Yudhisthira si lascia coinvolgere in un gioco di dadi in cui, oltre al suo regno, al suo esercito e ai suoi schiavi, scommette anche la libertà dei fratelli, di sua moglie e la sua, e perde. È meglio aver tirato e perso o non aver mai tirato? Come scrive Friedrich Nietzsche in Così parlò Zarathustra, “avete fallito un lancio. Ma, o giocatori di dadi, che importa ciò?”. Tirare un dado vuol dire sottomettersi al caso. Più importante è la scommessa, più estremo sarà il confronto con il mistero della sorte al centro dell’universo.
Quasi quattro anni dopo, il 24 marzo 1984, il giocatore fantasma tornò allo Horseshoe. Questa volta la valigia conteneva 538mila dollari. Li puntò ancora una volta sulla pass line. E ancora una volta, i dadi rossi rotolarono sul panno verde.
I casinò amano controllare la velocità alla quale i giocatori possono rovinarsi. In genere le perdite graduali sono considerate preferibili allo schianto improvviso. I casinò vogliono che il giocatore perda ma non troppo, in modo che possa tornare il giorno dopo e perdere di nuovo. Per questo limitano le puntate, di solito a non più di diecimila dollari. Il limite protegge gli interessi del locale – se il giocatore vince, non è sempre ovvio sborsare tutti quei contanti – e al tempo stesso frena gli sconsiderati che inseguono l’estasi di Zarathustra come falene attorno a una fiamma.
Il Binion’s Horseshoe era diverso. Non applicava le regole abituali. Lontano dalla turistica Las Vegas strip, in una zona del centro chiamata Glitter gulch, lo Horseshoe era noto per essere un ritrovo di giocatori veri. I suoi clienti, a detta di un croupier, erano tutti “tipi tosti e strambi”, con nomi come Silent Harry, Texas Dolly e The Kid. C’era un albergo, ma non aveva suite lussuose né spa né piscina. I croupier indossavano i jeans. “Siamo piccoli ma abbiamo un bel pacco di grana”, dichiarò il fondatore, Benny Binion, “mentre gli altri sono grandi ma hanno poca grana”. “Non ci sono limiti” era una della parole d’ordine dello Horseshoe. Per mostrare che faceva sul serio, Binion incorniciò un milione di dollari in banconote da diecimila dentro un enorme ferro di cavallo di plastica.
Nessuno metteva in dubbio che Benny Binion fosse ricco. Quando morì nel 1989, si diceva che la sua fortuna ammontasse ad almeno cento milioni di dollari: non male per uno che aveva esordito a Dallas durante il proibizionismo come galoppino della malavita e venditore di alcol di contrabbando. Era meglio non chiedere da dove venissero tutti quei soldi: una volta Binion conficcò una penna nell’occhio di uno che aveva provato a fregarlo. Accusato di omicidio, invocò la legittima difesa. In una seconda occasione fu scagionato. E quando lo sceriffo che aveva corrotto fu rimosso dal suo incarico, a Binion fu solo chiesto di lasciare il Texas.
Approdò a Las Vegas nel 1946, nello stesso mese in cui il gangster Bugsy Siegel apriva, insieme ad altri, il Flamingo casino e la città cominciava ad assumere il suo aspetto più moderno. Nel 1951, mentre si batteva per evitare l’estradizione in Texas per un altro processo, Binion riuscì comunque ad aprire lo Horseshoe.
Quando il giocatore fantasma tornò per la sua seconda puntata, Benny Binion era stato condannato per evasione fiscale. Non potendo più, tecnicamente, dirigere il locale, aveva ceduto la gestione dello Horseshoe ai figli. Ted Binion, che sorvegliava il salone del casinò con una calibro 38 a canna corta, vide il giocatore fantasma puntare tutto sulla pass line e vincere di nuovo.
Prima che il principe degli scommettitori si ritirasse, Ted Binion riuscì a strappargli qualche informazione. Il suo vero nome era William Lee Bergstrom. Aveva 33 anni e aveva fatto fortuna comprando, ristrutturando e vendendo immobili residenziali a Austin, in Texas. Si dedicava saltuariamente al commercio dell’oro e dell’argento, e raccontò di aver chiesto in prestito metà dei 777mila dollari alla banca, dicendo che gli servivano per comprare dell’oro. Spiegò a Binion che se avesse perso i soldi della banca aveva progettato di uccidersi inghiottendo settanta pasticche.
Bergstrom era un giocatore insolito sotto vari aspetti. L’azione ripetitiva è la norma. In Della seduzione, Jean Baudrillard osserva che “la vera forma dei giochi di sorte è ciclica o ricorrente”. L’eterno ritorno è il piacere – e il rischio – del gioco. Si racconta di giocatori rimasti alle slot machine mentre suonava l’allarme antincendio, e anche ai giocatori più brillanti capita di perdere tutto per colpa dell’irrefrenabile bisogno di continuare a puntare. Non a caso questo aspetto compulsivo spinse Freud, nel suo studio su Dostoevskij, ad associare gioco d’azzardo e masturbazione. William Bergstrom era diverso: si buttava con tutto ciò che aveva e poi spariva dalla circolazione.
Le sue ossessioni numerologiche, invece, rientravano in un’antica tradizione diffusa tra i giocatori, la ricerca dei presagi. Secondo il Philadelphia Inquirer, Bergstrom aveva raccontato a Ted Binion di aver scommesso 777mila dollari perché aveva comprato un lingotto d’argento con tre sette nel numero di serie. “Per un mese si era svegliato ogni notte pensando a quelle scommesse, prima di decidersi”, raccontò Binion. Anche la visione del mondo di Bergstrom, che oggi chiameremmo survivalista, era superstiziosa. Dopo la sua prima vincita, qualcuno gli sentì dire che “l’inflazione si sarebbe comunque mangiata tutti quei soldi”, e negli anni tra le sue due puntate andò in giro in un camper con una riserva di monete d’argento, di krugerrand d’oro (una valuta sudafricana) e di integratori in pillole, preparandosi al collasso economico.
Il numero che più affascinava Bergstrom non era il 777 né il 539. Era il milione. Il 16 novembre 1984, il giocatore fantasma si materializzò ancora una volta allo Horseshoe con 550mila dollari in valuta statunitense, 310mila dollari in assegni circolari e 140mila dollari in krugerrand. Come al solito, cambiò tutto in gettoni e puntò tutto sulla pass line.
Ma c’era qualcosa di diverso. Le prime due volte aveva predetto una vincita. Quella volta disse che avrebbe perso, come se l’avesse visto in un sogno.
Con uno scatto del polso il banco fece uscire un sette, un numero perdente per Bergstrom. In un attimo il giocatore fantasma aveva perso un milione di dollari (circa 2,4 milioni di dollari di oggi). Ted Binion racconta che reagì con una calma inquietante: “Firmò gli assegni circolari senza battere ciglio e andò a prendere le enchiladas che il cuoco messicano gli aveva lasciato da parte”.
Cinque giorni dopo il fratello di Bergstrom, Alan, ricevette una telefonata a notte fonda. William aveva tentato il suicidio al La Quinta motor inn, a Austin. Aveva buttato giù delle pasticche e aveva sistemato due fucili in modo da azionarli quando si fosse accasciato in avanti. Il piano era fallito, ma il tentativo non sorprese il fratello. Durante un recente scambio, Alan mi ha detto di essersi sempre sentito diverso da William, “cresciuto sotto le ali di nostra madre”. Alan, che si descrive come un “impiegato qualunque”, aveva un’etica del lavoro agli antipodi del “tutto o niente” che guidava il fratello nei suoi sogni di gloria.
Dopo il tentativo di suicidio il padre, pur non avendo una formazione da psicoterapeuta, prese l’infelice decisione di assistere il figlio. Fu durante queste sedute amatoriali che la famiglia venne a sapere delle scommesse di William. Fu sempre così che scoprirono i suoi problemi sentimentali. Per anni, William aveva frequentato un adolescente chiamato John. Avevano vissuto alle Hawaii, esplorato il continente americano in camper e perfino soggiornato nel ranch dei Binion in Montana. Ma gli amici descrivevano William come prepotente, addirittura violento (“John mi sembrava lo schiavo di William”, diceva Ted Binion). Alla fine John lo aveva lasciato.
Forse uno degli aspetti principali del modo di giocare di Bergstrom era che per lui, come per molti altri, i soldi sembravano significare altro. I giocatori raccontano spesso che, quando i gettoni sono sul tavolo, il denaro si trasforma in un potente simbolo di forze soprannaturali. Nel caso di Bergstrom, era come se al tavolo di _craps _fosse in gioco, proprio come in una storia d’amore, il valore della sua persona. “L’unico motivo per cui ho scommesso un milione di dollari è che John mi aveva lasciato”, scrisse a un amico. “Sapevo che, se avessi perso quel milione, l’avrei fatta finita una volta per tutte”.
Dopo settimane di sedute con il padre, William prese la Buick della madre e partì per Las Vegas. Questa volta la valigia era vuota. Allo Horseshoe provò a far accettare un assegno circolare contraffatto da 1,3 milioni di dollari, ma fu rapidamente scoperto. Suo padre lo aveva preceduto chiamando Binion e chiedendogli di non accettare più scommesse dal giocatore fantasma.
Alle 9.55 del 4 febbraio 1985 una cameriera entrò nella stanza 442 del Marina hotel, su Las Vegas strip, e trovò William Bergstrom morto per un’overdose di pasticche.
Negli anni successivi, le sue vincite sono entrate nella leggenda – e nel marketing – del gioco d’azzardo. Presentato come una specie di James Bond, è il protagonista di uno spot dei casinò del marchio Horseshoe (nel 2008 il locale di Binion è stato comprato dalla Tlc Casino enterprises, che ha introdotto un limite di tremila dollari sulle scommesse). Su una vivace linea di basso, un attore avanza disinvolto nel salone del casinò portando una valigia con 777mila dollari, e vince. “I casinò Horseshoe accendono l’anima del vero giocatore”, recita la voce fuori campo. Ovviamente del suicidio non si parla.
Nello spot, e anche in altre occasioni, Bergstrom è soprannominato “l’uomo con la valigia”. Il nome evoca la tranquilla sicurezza di un giocatore attrezzato per portarsi a casa la vincita. Fa sembrare Bergstrom una persona pratica, professionale, più simile al fratello. Gli restituisce quell’aria da agente immobiliare che un tempo era stato, come per convincere i clienti che possono venire al casinò direttamente dopo il lavoro, senza nemmeno cambiarsi.
Ma alla fine è stata la sua frenetica voglia di giocare a farne ciò che è stato. Il gioco era tutto, e lo sapeva. Anche se era considerato molto competitivo, Bergstrom non chiese che la sua tomba ricordasse i 777mila o i 538mila dollari. Non chiese di essere sepolto da vincitore. Volle che fosse incisa la frase “Il giocatore fantasma dello Horseshoe, che scommise un milione di dollari il 16 novembre 1984”. Sia messo agli atti che rischiò tutto, e diventò uno spettro. ◆ fs
Michael LaPointe
è uno scrittore. Vive a Toronto. Cura per la Paris Review Dice roll, una rubrica sul gioco d’azzardo. Questo articolo è uscito sulla Paris Review con il titolo The phantom gambler.
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Questo articolo è uscito sul numero 1350 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati