Padri: non si può vivere con loro, non si può esistere senza di loro. Il padre del chitarrista dei Replacements Bob Stinson era un alcolizzato che perse contatto con i figli quando si separò dalla loro madre. Il padre di Tommy Stinson, bassista dei Replacements e fratellastro più giovane di Bob, era anche lui un alcolizzato che abusava sessualmente, fisicamente e verbalmente dei suoi figliastri. Il secondo patrigno di Bob era semplicemente un ubriaco cattivo. Bob entrava e usciva dagli istituti minorili e morì a 35 anni. Il padre di Viv Albertine, la chitarrista delle Slits, era un bullo geloso e violento che costrinse la moglie ad abbandonare il figlio avuto da un precedente matrimonio. Gli Stinson e Albertine crearono della magnifica musica rock, provocatoria e importante.

Il titolo dell’empatico, avvincente, esaustivo e a tratti estenuante libro sulla storia dei Replacements, Trouble boys, ragazzi che fanno casino, è approssimativo: i ragazzi di cui si parla non facevano semplicemente casino, erano già incasinati molto prima di formare una band e continuarono a esserlo anche molto dopo il suo scioglimento. Le droghe e soprattutto l’alcol erano sia il sintomo sia la causa di tutto questo, ma la loro non era una dipendenza affascinante alla Keith Richards, del tipo che manda in estasi i critici musicali, e non era neanche l’adolescenziale determinazione dei Faces a portarsi un pub sul palco ogni sera. Quella di cui si parla qui era la versione sporca e cattiva, inspiegabilmente autodistruttiva della dipendenza, con perdite dei sensi, conati di vomito e matrimoni in frantumi.

Io sono cresciuto con un padre assente, e di conseguenza i miei figli potranno lamentarsi solo della mia presenza. Sono certo che lo faranno: era sempre qui, non usciva mai!

Se non conoscete la produzione dei Replacements, probabilmente ormai è troppo tardi, ma negli anni ottanta, quando il punk era morto ed era difficile sentire il suono delle chitarre in mezzo a tutte le tastiere e le batterie elettroniche, per me e quelli come me significavano molto. Le loro canzoni più belle, scritte da Paul Wester­berg, esprimono un dolore che non può essere soffocato dal volume o dall’autodistruzione. La band entrò in competizione con i R.E.M. e perse, poi fu spazzata via dall’onda dei Nirvana. Mi piacevano, ma non pensavo che avrei avuto voglia di leggere quattrocento pagine su di loro. Tuttavia il libro di Mehr è così cristallino, e le storie talmente straordinarie, che l’ho finito in un attimo.

Tommy Stinson aveva tredici anni quando si formarono i Replacements. Suo fratello Bob lo aveva persuaso con le cattive maniere a imbracciare il basso un paio d’anni prima, in parte perché aveva bisogno di un bassista e in parte perché Tommy aveva già saldamente imboccato la strada verso la delinquenza che lui stava percorrendo. Quando il gruppo cominciò a fare tour e registrare dischi, Tommy lasciò la scuola e non ci tornò più. A tredici anni! Il tredicenne che sono stato sarebbe morto entro le prime dodici ore, probabilmente ucciso dalla paura e dallo shock, più che dalla vodka, che mi avrebbe distrutto un paio d’ore più tardi. Da adolescente Tommy beveva parecchio e le groupie lo consideravano il loro bocconcino minorenne. Quando nel 1998 si unì ai Guns N’ Roses, a 32 anni, viveva già da circa vent’anni con quello stile di vita.

Questa non è una storia su come l’industria della musica ha distrutto un gruppo rock. L’industria della musica, in larga misura, amava i Replacements, e loro potevano contare su amici e sostenitori nei piani alti. La band prese ogni opportunità che le venne offerta, ci sputò sopra e la buttò dalla finestra. Quando i dirigenti della loro casa discografica si presentarono a un concerto al CBGB furono omaggiati con una cover ubriaca di Dolly Parton e una delle canzoni meno famose di Elvis Presley, Do the clam, cantata da uno dei tecnici che accompagnavano il gruppo. Buona parte del pubblico se n’era andata prima della fine del concerto.

Gli Stinson furono banditi dal Saturday night live per aver urlato un’oscenità durante la loro esibizione. Perennemente al verde, Westerberg e Tommy Stinson mandarono più volte le loro paghe giornaliere in fumo nel senso letterale della frase, con i fiammiferi. Invitati ad aprire i concerti di un tour di Tom Petty, maltrattavano il pubblico, suonavano cover interminabili di Walk on the wild side e insultavano Petty di fronte ai suoi ammiratori. Non erano degli ubriachi gentili.

Guido Scarabottolo

Quando un fan che aveva costruito un basso per Tommy Stinson glielo consegnò prima di un concerto, Tommy ci suonò la prima canzone e poi lo fece a pezzi, inviando un messaggio a chiunque avesse deciso di dedicare del tempo ai Replacements: “Forse pensate di amarci, ma non potete. Forse pensate di essere dalla nostra parte, ma non lo siete. Noi siamo gli unici a essere dalla nostra parte”. Questo potrebbe spiegare il dolore nelle canzoni di Westerberg: c’era una solitudine che non poteva essere raggiunta e un talento furente che non poteva essere soddisfatto. Paul Westerberg e Tommy Stinson sono ancora in giro, fanno ancora musica, c’è ancora chi li ascolta. Quando erano giovani non sembrava che le loro vite sarebbero andate così.

Il cattivo comportamento descritto in To throw away unopened di Albertine non era solo colpa delle droghe e dell’alcol. Ma sembra che i crimini dei padri incapaci debbano comunque essere pagati dalla generazione successiva, in un modo o in un altro. Alcuni dei ricordi del libro risalgono alla sera in cui la madre di Albertine morì, che caso vuole fosse anche quella del lancio del suo libro precedente, un altro memoir altrettanto meritevole della vostra attenzione. I fatti straordinari di quella sera sono il midollo del libro. La sua carne è il resoconto del matrimonio dei suoi genitori e i racconti sarcastici e talvolta sconcertanti dei tentativi di Albertine di colmare la lacuna che sentiva di avere con un partner qualsiasi. Come Eryk, che va a letto con Albertine vestito da capo a piedi, con calzini e tutto il resto, e le permette di slacciargli solo il primo bottone della camicia. La relazione procede lentamente e, va detto, in modo un po’ eccentrico: “Eryk e io eravamo usciti insieme molte volte, ma dato che lui evitava incontri intimi non ero ancora riuscita a slacciargli tutti i bottoni della camicia né a vedergli il pene, dopo sei mesi che lo frequentavo”. Una notte promettente, dopo baci lunghissimi, lui prese in mano La donna in bianco di Wilkie Collins e cominciò a leggerlo ad alta voce. Se avessi conosciuto Albertine, sento che sarei stato in grado di dirle che, sotto il profilo sessuale, probabilmente Eryk era un incapace, e le avrei suggerito quantomeno di abbassare le sue aspettative. Invece quando il libro sta per finire lui riappare e Albertine spera in un fine settimana romantico in un albergo in riva al mare. Si rivelerà una delusione. Il sesso, diceva Johnny Rotten, è “due minuti e cinquantadue secondi di suoni umidicci”. Albertine sembra pensarla allo stesso modo.

Tale e tanta è la ricchezza del materiale a disposizione di Albertine che To throw away unopened non ha Eryk come unico protagonista, anche se sarei stato felice di leggere altre centinaia di pagine su di lui. Nel libro si racconta pure la natura brutale del matrimonio dei genitori di Albertine, illuminata da ben due diari, quello di lui e quello di lei, che la figlia trovò dopo la loro morte. Questi diari erano stati tenuti nel corso degli ultimi due anni del loro matrimonio su suggerimento dei rispettivi avvocati. Negli anni sessanta non esisteva un divorzio “senza colpa”. Le nostre simpatie si spostano dalla madre al padre e poi fanno il percorso inverso, ma alla fine la verità che risuona più forte è quella dell’indomita e infelice madre di Albertine, Kathleen.

Eppure – fermatemi se avete già letto queste parole – tale e tanta è la ricchezza del materiale a disposizione di Albertine che To throw away unopened non parla solo di Eryk o dei genitori. Non sono queste le storie a cui penserete quando darete il libro a un amico, come so che farete. La sera della morte di sua madre – nella stanza d’ospedale nella quale sua madre sta morendo – Viv e sua sorella Pascale hanno una lite così violenta che scorre del sangue, di entrambe, e scorre sulla donna alla quale sono andate a dire addio. La faccenda è così seria che un paio di settimane più tardi la polizia chiede a Viv se vuole sporgere denuncia. È chiaro che una scena sul letto di morte di qualcuno non è andata secondo i piani quando il consiglio più utile che riuscite a ricordare è “per far mollare la presa a un pitbull, infilagli due dita nelle narici e fai leva verso l’alto”.

Guido Scarabottolo

Non credo di aver mai letto un libro di memorie del genere. Il tono di Albertine è giusto, di tanto in tanto interrogativo, senza autocommiserazione o vergogna. Leggerlo è come entrare in un universo parallelo nel quale gli episodi narrati diventano in qualche modo comprensibili e quasi di routine. Avrebbe potuto affrontare solo argomenti che non ci toccano molto. Invece tratta anche temi nei quali riusciamo a ritrovarci: uomini e donne, matrimoni, genitorialità, le follie e le tragedie della generazione prima della mia. Penso che dovreste leggerlo.

Nell’ultima puntata di questa rubrica mi disperavo per il mio rapporto con la fiction, e Trouble boys e To throw away unopened contengono racconti di vita reale così avvincenti che potrebbero aver smorzato ulteriormente il mio appetito per i romanzi. Invece ne ho letti due, entrambi eccellenti: The adulterants di Joe Dunthorne e Who is rich? di Matthew Klam. Entrambi raccontano di mariti che sbagliano, anche se quello del libro di Dunthorne è troppo sventurato per non concedergli qualche attenuante. Entrambi sono freschi e divertenti, ed entrambi sono sempre a fuoco senza nessuno sforzo. Hanno forze diverse e nessuna debolezza. E incredibilmente, considerata l’inadeguatezza dei padri nei due libri di cui vi ho parlato finora, in questi due romanzi l’impegno nei confronti dei figli dei protagonisti, uomini per il resto sventurati, non viene mai messo in dubbio. Forse è questo che abbiamo imparato dai nostri predecessori: quando si tratta di genitorialità, l’assenza non rinforza l’amore. Io sono cresciuto con un padre assente, e di conseguenza i miei figli potranno lamentarsi solo della mia presenza. Sono certo che lo faranno a lungo e ad alta voce – era sempre qui, non usciva mai! – e probabilmente con i loro terapeuti, ma almeno avrò agito in controtendenza.

Il libro di Klam narra di un lungo fine settimana durante un convegno sull’arte. Rich Fischer, l’eponimo e impoverito antieroe, è un disegnatore che ha incontrato il successo grazie alla sua prima graphic novel autobiografica e adesso non ha più molto da dire, anche se ha una voglia matta di dirlo. Nel frattempo, si occupa delle illustrazioni per una rivista prestigiosa e sta a guardare mentre altri colleghi più giovani vengono ricoperti di complimenti e di soldi. L’estate precedente aveva insegnato in una caratteristica residenza del New England e lì aveva incontrato Amy. Amy non è sua moglie. Sua moglie è a casa, a guadagnare il denaro che lui non ha e a prendersi cura dei loro giovani figli. Lei è stanca, lui anche. La sua triste storia con Amy, che è sposata con un multimilionario rozzo e freddo, è il risultato dello sfinimento di tutti. Prima che finiate per odiare troppo Rich, sappiate che non trae grande piacere dal tradire sua moglie. Come dice Commander Cody nella sua splendida Too much fun: “Ci devono essere parecchie cose che non ho mai fatto / ma non mi sono mai divertito troppo”.

Il genio del libro di Klam è nei dettagli. L’autore ha immaginato ogni millimetro , fisico ed emotivo, del terreno di Rich: i suoi colleghi amareggiati e ansiosi al convegno; la stanza d’ospedale dove Amy e Rich fanno sesso, entrambi strafatti di antidolorifici, dopo che lei si è fratturata un braccio; la località balneare dove si tiene il convegno: “Due uomini con pantaloncini inguinali mangiavano coni gelato sotto un cartello che pubblicizzava uno spettacolo di drag queen, di fianco a un negozio che vendeva caramelle mou e a un altro che vendeva utensili da cucina. Un ragazzo in jeans verde acqua attillati beveva un caffè in compagnia di una donna con dei sandali con i pon pon fuori da un bar che odorava di ostriche fritte. Un’anziana signora con le treccine grigie sfilava ronzando su una sedia a rotelle elettrica tirata da cani con collari arcobaleno. In questa città perfino i cani potevano essere gay”. Klam non avrebbe bisogno di questi dettagli, ma è grazie a loro che anche noi capiamo meglio. Nella cupa energia che alimenta il libro c’è qualcosa che mi ricorda David Gates, i cui due romanzi, Jernigan e Preston falls, sono classici dimenticati del tardo novecento. So bene che siamo solo all’inizio di un siècle, ma Who is rich? ha un’aria molto fin de siècle, mentre l’intera classe media bohémienne, che riusciva a tirare avanti in qualche modo e a guardare il mondo negli occhi, sta cadendo a pezzi.

Penso che il terzo romanzo di Dunthorne sia migliore dei primi due, e già questi – Piccole indagini sotto il pelo dell’acqua (adattato per un incantevole film indipendente) e Wild abandon – erano davvero ottimi. Dunthorne è il genere di scrittore che cerco sempre ma riesco raramente a trovare: quello che scrive è divertente, sincero, ha profondità e anima, e lui non scriverebbe mai un librone di centinaia di pagine. È anche un poeta raffinato, ma usa questa qualità per trovare la precisione, il tono asciutto e puntuto e alcuni aforismi molto spassosi anziché per sbrodolare, che in fondo è un po’ quello che temiamo dai romanzi scritti da un poeta.

The adulterants comincia con l’episodio che manda fuori controllo la vita di Ray, giornalista esperto di tecnologia: viene preso violentemente a pugni da un amico, dopo un incidente con la compagna di lui. Sua moglie, Garthene, è incinta e Ray la ama: “La testa di Garthene, a occhio e croce, aveva le dimensioni di una scatola di scarpe da bambino. Era una cosa che adoravo di lei e non vedevo l’ora della pensione, quando i suoi capelli si sarebbero diradati rivelandone ulteriori sfumature. Il fatto che non fossi mai riuscito a immaginarne la forma esatta era una delle ragioni che aveva permesso al nostro matrimonio di conservarsi felice”. Questa è certamente una definizione dell’amore, ma senza dirvi altri dettagli, per non rovinarvi il gusto della lettura, non ci si ferma qui. Donne eterosessuali single, se pensate che trovare un uomo che aspetta con impazienza di vedere la forma della vostra testa quando avrete perso tutti i capelli sia la soluzione ai vostri problemi, vi sbagliate.

Il succo del discorso è che grazie a Matthew Klam e Joe Dunthorne amo di nuovo i romanzi e ne leggerò ancora (e la prossima volta non scriverò di autori che si chiamano Joe e Matthew, questa rubrica sarà piena di Jennifer ed Elizabeth e George, se leggerò qualcosa di George Eliot, il che è improbabile). Ma amo anche i saggi e ne leggerò ancora. Conclusione: i bei libri, di qualunque genere, sono belli. Mi ci sono volute alcune migliaia di parole per arrivarci, ma spero di avervi lasciato qualcosa su cui riflettere. ◆ svs

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Questo articolo è uscito sul numero 1277 di Internazionale, a pagina 100. Compra questo numero | Abbonati