Quest’anno la primavera è scoppiata in un tripudio di gemme. Ogni dieci minuti esco in giardino per un nuovo sopralluogo: si sono aperti i primi tulipani fucsia, i narcisi stanno cominciando a sfiorire e il nespolo e il cotogno hanno foglie nuove, cariche di linfa, che riflettono la luce. Al centro di tutto troneggia una Magnolia x soulangeana, regina dei giardini suburbani, sospesa tra la piena fioritura e l’inevitabile declino in una massa disgustosa di viscidi petali marroni. Ho perfino falciato il prato, per godermi quel sentore di cumarina dell’erba calda dopo lunghe settimane di pioggia invernale.

Più di qualsiasi altro cambio di stagione, l’arrivo della primavera sembra sempre un evento improbabile, stranamente incerto, e porta con sé un’esplosione pagana di piacere e sollievo. Se avete il coraggio di sfidare il freddo, il giardinaggio vi offre un posto in prima fila. Il mio primo compito, a gennaio, è togliere le foglie morte dagli ellebori, scoprendo i piccoli germogli di fiori lentigginosi, a cinque petali, che sbocceranno anche sotto la neve. La piantagione dei bulbi in autunno garantisce ogni ondata successiva, dai bucaneve e gli aconiti ai narcisi, le scille e le fritillarie. Nelle settimane esaltanti in cui la natura si schiude, mi sento quasi attraversare da una scossa elettrica.

Sara Zollo

Questa sensazione di prossimità alla rinascita fa parte del fascino tradizionale del giardino, ma diventa ancora più acuta, quasi dolorosa, in tempi di caos e violenza. Quando i giornali usano titoli apocalittici, il giardino può sembrare una zona di sanità mentale, un rifugio di abbondanza naturale. Qui, almeno, Donald Trump non detta l’ordine degli eventi.

Nell’ultimo, turbolento decennio l’idea del giardino come rifugio o addirittura come soluzione ai problemi della modernità si è molto diffusa. Se un tempo dedicarcisi era considerato soprattutto un passatempo legato al relax e alla bellezza, oggi è regolarmente presentato come un antidoto a molti aspetti dell’esistenza contemporanea: dalla depressione all’ansia, dalla fame di realtà indotta dall’intelligenza artificiale alla crisi climatica stessa.

Il libro di Sue Stuart-Smith Coltivare il giardino della mente (Rizzoli 2021) ha contribuito a diffondere l’immagine del giardinaggio come attività benefica per la salute mentale, mentre giardinieri come Piet Oudolf, Isabella Tree, John Little e Nigel Dunnett promuovono da tempo metodi di coltivazione ecologici che svolgono una funzione protettiva contro il riscaldamento globale e la perdita di biodiversità.

Eppure, al giardinaggio visto come una sorta di rimedio universale alla permacrisi si è accompagnata una contronarrazione che lo dipinge come un hobby escapista, frutto del privilegio e della disuguaglianza. Le foto del lockdown del 2020, tra prati incolti e meli in fiore, hanno scatenato un acceso dibattito sui social riguardo alla proprietà della terra e all’accesso agli spazi verdi, mentre su Instagram il mondo del giardinaggio si è fortemente polarizzato su temi come la Brexit, Black lives matter e, più recentemente, sulla questione palestinese.

A volte sembra di dover scegliere tra due posizioni estreme e inconciliabili. Il giardino è davvero un’arma segreta contro il capitalismo tossico e il collasso ecologico? Oppure è un rifugio platealmente apolitico, un Petit Trianon di autocompiacimento? Possibile che un giardino non può semplicemente essere un giardino?

Sara Zollo

La risposta, almeno all’ultima domanda, è no. Un giardino è uno spazio fisico, certo, ma è anche un luogo profondamente metaforico. Si colloca su quella soglia complessa tra natura e cultura, lavoro e piacere. Proprio il suo essere un “luogo di mezzo” lo rende particolarmente utile per riflettere su molte questioni legate al modo in cui organizziamo la nostra vita, ed è per questo che il giardino occupa un ruolo così sproporzionato nella letteratura e nell’arte.

Nel Candido di Voltaire, scritto nel 1759, il giardinaggio è un atto di lucidità che sopravvive alla guerra e alle crisi. Nel capolavoro seicentesco di Andrew Marvell The garden il giardino è un regno privato di contemplazione, dove le realtà dell’immaginazione e dello spirito prevalgono sull’amore e sul conflitto umano, annihilating all that’s made / to a green thought in a green shade (annientando tutto ciò che è creato / in un pensiero verde, in un’ombra verde). Il conflitto era un concetto che Marvell, politico negli anni spaventosi dell’interregno e della restaurazione, conosceva fin troppo bene. Se la guerra guidata dall’intelligenza artificiale è un’invenzione del nostro secolo, il desiderio di sottrarsi allo scontro imboccando la via del giardino ha radici molto antiche.

La questione etica, qui, riguarda il rapporto tra testimonianza e fuga, ed è stata distorta dal modo in cui i social media mescolano immagini di atrocità e dolore globali con le pratiche quotidiane, fino a far sembrare che una sia la risposta diretta all’altra. Ci sono giardini concepiti come veri e propri ritiri dal mondo, con recinzioni di filo spinato e pattuglie di sicurezza per tenere fuori il resto della popolazione. E ci sono giardini che si affidano a uno stuolo di addetti per costruire un’illusione di potere e perfezione.

Ma per molte persone, me compresa, parte del fascino del giardino sta proprio nel fatto che è uno spazio che permette di misurarsi con la realtà senza nascondersi. La pratica ripetitiva di potare, scavare, piantare e curare le piante favorisce uno stato mentale ideale per metabolizzare pensieri difficili e impegnativi, a partire dai contenuti delle notizie, in modo molto più fluido e naturale di quanto si possa fare stando seduti davanti a uno schermo.

Come leggere o ascoltare musica, il giardinaggio è un’attività cognitivamente ricca. Ogni mattina provo un piccolo fremito di piacere quando poso il telefono ed esco per il mio giro di perlustrazione. Quella che mi accoglie è un’esplosione di segnali che arrivano da altre entità viventi complesse, segnali che il mio corpo e il mio cervello sono nati per elaborare e interpretare. Sono scollegata e connessa allo stesso tempo: avverto la vibrazione delle informazioni mentre sono osservata da una moltitudine di esseri viventi. Non si tratta tanto di fuggire o di staccare la mente, ma di rientrare nel mondo vivente che la tecnologia spesso rende invisibile. È un ritorno essenziale se vogliamo davvero affrontare il cambiamento climatico.

Questo non significa che il giardinaggio sia una pratica riservata a pochi privilegiati che assistono da spettatori alle calamità globali. Nel Giardino contro il tempo (Il Saggiatore 2024) ho scritto di Abu Waad, l’ultimo giardiniere di Aleppo, protagonista di un breve documentario realizzato nel 2016 sulla guerra civile siriana. Abu Waad gestiva un vivaio e si rifiutò di smettere di lavorare quando in città era arrivata la guerra. Continuò ad annaffiare rose e fichi mentre intorno cadevano le bombe, finché non rimase ucciso in un attacco aereo. “I fiori aiutano il mondo”, insisteva. “L’essenza del mondo è un fiore”.

Quando i giornali usano titoli apocalittici, il giardino può sembrare una zona di sanità mentale, un rifugio di abbondanza naturale

Se un giardino nutre lo spirito, allora i giardini possono essere un modo di resistere alla guerra, di armarsi con l’immaginazione contro un’invasione terribile. Un giardino è un modo per un popolo di definire chi è davvero, anche quando viene precettato con la forza o costretto a vivere nei campi profughi. In Ucraina, in Palestina, in Iran, costruire giardini tra le macerie e le rovine è l’atto di speranza più viscerale che esista.

Nel 2024 ho curato A garden manifesto insieme all’artista Richard Porter. Sentivamo che il giardinaggio stava diventando sempre più impegnato politicamente e volevamo raccogliere testimonianze stimolanti da chi lo praticava. Abbiamo invitato artisti, giardinieri e attivisti, alternando le loro risposte a fotografie degli orti e dei giardini comunitari nell’East village di New York negli anni settanta, degli affreschi di Pompei e di pitture tombali dell’antico Egitto. Le risposte erano tutte profondamente personali. Alcuni vedevano il giardino come un portale verso il passato o come un ricordo caro dell’infanzia; altri si confrontavano con questioni di guerra e colonialismo. C’erano tantissimi giardini diversi.

La primavera seguente siamo stati invitati alla British library per discutere del manifesto. Abbiamo portato con noi tre partecipanti: i giardinieri Jonny Bruce e Alys Fowler e l’artista Joy Gregory. Gregory ha parlato di A taste of home, un’opera di grande formato che nel 2024 ha installato al terminal 4 dell’aeroporto londinese di Heathrow, nata dalla collaborazione con un gruppo di richiedenti asilo ospitati in strutture temporanee che erano lì vicino. Insieme avevano creato cianotipi e monotipi di piante – finocchio, curcuma, aglio, zafferano – che per loro significavano casa. Era uno spazio per chi era stato strappato al suo giardino: un mondo azzurro di forme naturali che raccontava la malinconia dell’esilio e il modo in cui le piante sanno restituirci le nostre radici.

Un giardino non può mai essere davvero isolato dal mondo. Come mostra l’opera di Gregory, le piante viaggiano, portano con sé storie e provenienze, e anche il giardino più protetto resta esposto al clima che cambia. Fiori, alberi e arbusti dipendono da risorse sempre più scarse (soprattutto l’acqua) e sono vulnerabili a nuovi parassiti e malattie che, come ricorda l’Agenzia per la salute degli animali e delle piante, “non rispettano i confini internazionali”. L’aumento delle temperature e l’instabilità del meteo stanno già avendo effetti profondi sulle specie che riescono a sopravvivere.

Il giardino non è un rifugio dalla crisi climatica. È un laboratorio a cielo aperto, dove gli effetti della siccità, delle alluvioni e delle ondate di calore non si possono ignorare, dove i fiori spuntano fuori sincrono, non più in sintonia con gli almanacchi e le poesie del passato. Nel mio diario del giardino ho annotato i ranocchietti cotti dall’afa durante l’ondata di calore del 2022, quando nel Suffolk le temperature sono arrivate a 38 gradi, e un’iris barbata fiorita in una tiepida giornata di dicembre anziché a giugno. La magnolia è in anticipo di due settimane rispetto all’anno scorso e, nonostante un inverno piovoso, l’ultimo bollettino dell’Environment agency segnala che gran parte dell’Inghilterra ha avuto metà delle precipitazioni previste per marzo.

Viviamo tempi difficili, ma sappiamo che i giardini possono essere un antidoto al cambiamento climatico, soprattutto i giardini pubblici e i parchi, capaci di raffreddare le città e proteggere la biodiversità. Perché ciò accada, però, bisogna avere la volontà di crearli e finanziarli, e resistere alla tentazione di costruirci sopra. Servono governi disposti a proteggere gli obiettivi ambientali e a non sacrificarli per guadagni economici di breve periodo. Servono capitali, visione politica e interventi su larga scala oltre che nei singoli giardini privati.

Per immaginare i giardini pubblici del futuro basta andare a Great Dixter, due ettari di esuberanza a Northiam, nel cuore del Sussex. Sotto la guida ispirata del capo giardiniere Fergus Garrett, Dixter è diventato la prova vivente che il giardinaggio ecologico e quello ornamentale possono convivere e sostenersi a vicenda e che non sono obiettivi in conflitto, come vorrebbero le interpretazioni più ascetiche della rinaturalizzazione. È un giardino ludico e opulento, sia dal punto di vista estetico sia per la sua sorprendente biodiversità.

L’aspetto ludico è importante. Questa idea un po’ ingenua del giardinaggio come fonte di benessere e rinnovata salute mentale spesso non tiene conto di quanto sia faticoso e doloroso, per l’ego e per la schiena. L’orto è uno spazio di fallimenti e delusioni, dove le cose vanno male più spesso di quanto vadano bene. “A volte penso che il libro ideale sul giardinaggio non sia mai stato scritto, e temo che non sarà mai scritto. Il titolo dovrebbe essere I miei fallimenti tra le piante del giardino”, scriveva con ironia tagliente Henrietta Batson nel 1908. Le piante muoiono, i progetti s’interrompono a metà, le erbacce prendono il sopravvento, i parassiti mandano a monte un raccolto. Ogni anno perdo un albero o un’amata rosa per colpa del fungo del miele, che si annida invisibile sotto il suolo. In questo momento, un colombaccio sta strappando i boccioli del glicine e li getta sul selciato.

Se per voi il giardino è un luogo dove imporre la vostra volontà, resterete delusi. Ma, dato che il fallimento è inevitabile, forse il giardino andrebbe inteso come un invito ad allentare i propri confini, ad accettare la presenza di altri attori sulla scena. Se il giardino è davvero un antidoto a qualcosa, è un antidoto al dominio dell’individuo, un’introduzione al pensiero relazionale e reticolare. Quando ho cominciato a dedicarmi al giardinaggio, negli anni novanta, l’idea prevalente era che il suolo fosse un mezzo inerte; oggi sappiamo che è un tumulto di vita microbica. Per questo m’interessa soprattutto creare comunità di piante che possano cavarsela da sole nelle condizioni più favorevoli per loro. I miei interventi, come quelli di molti altri organismi, avvengono su scale troppo microscopiche o troppo vaste per essere percepibili.

Non servono ettari ed ettari di terreno. Uno dei giardini più belli che ho visto è stato creato da un mio amico sui minuscoli balconi del suo appartamento, in un nuovo complesso vicino alla stazione ferroviaria di Cambridge. Dalla strada non si direbbe che, cinque piani più in alto, c’è una meravigliosa arcadia di vasi e fioriere a doppio livello che ospita limoni e fichi, altea, gladioli, lamponi e rose. Il mio amico ha perso la moglie Ania per un tumore poco dopo la nascita della figlia, e alcune delle piante più preziose sono state ricavate da talee dei fiori del suo funerale, tra cui il suo amato lillà bianco e l’elegante aeonium “testa nera”.

È questo il vero potere del giardinaggio: una forma di espressione che dà sempre qualcosa in più, un atto di collaborazione capace di sorprendere all’infinito. Le delusioni sono innumerevoli, ma è proprio per questo che il processo ci restituisce così tanto. Più che un dittatore o un re, il giardiniere è un partecipante, circondato dal brulichio di tanti concittadini di specie diverse. Non conosco l’antidoto alla guerra, ma non posso fare a meno di pensare che il mondo sarebbe molto più pacifico se tutti riuscissimo ad assaporare questa gioia. ◆ fas

Olivia Laing è una scrittrice e giornalista britannica. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è Specchio d’argento (Il Saggiatore 2025). Questo articolo è uscito sul Financial Times con il titolo “Refuge or reality?”.

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Questo articolo è uscito sul numero 1674 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati