Quando Oliver Sacks arrivò a New York, nel settembre 1965, indossava un abito color burro che gli ricordava il sole. Aveva appena passato una settimana romantica in Europa, in viaggio con un uomo di nome Jenő Vincze, e si ritrovò a camminare di fretta, spumeggiante di felicità. “Il mio sangue è champagne”, scrisse. Tenne per tutto il giorno in tasca una lettera di Vincze, come se le sue pagine emanassero luce.
Sacks si era trasferito a New York per lavorare come ricercatore in neuropatologia all’Albert Einstein college of medicine, nel Bronx, e un collega osservò che “camminava a un metro da terra”. Ogni mattina lucidava con cura le scarpe e si radeva. Adorava i suoi superiori. “Sorrido come un faro in tutte le direzioni”, scriveva a Vincze.
Sacks aveva 32 anni e confidò a Vincze che quella era la sua prima relazione sentimentale fisica e corrisposta. Sentiva di far parte di un “universo di due uomini”, osservava il mondo per la prima volta: “Lo vedevo nitido e completo”. Passeggiava lungo i moli commerciali del fiume Hudson, dove gli uomini gay si cercavano, con un quaderno che trattava come un diario, come una lunga lettera. “Guardare la vita con gli occhi di un omosessuale è la cosa migliore del mondo”, gli aveva detto una volta Vincze.
La madre di Sacks, chirurga londinese, sospettava che il figlio fosse gay fin dall’adolescenza. Dichiarò l’omosessualità “un abominio”, usando l’espressione “lordura dell’intestino” e gli disse che avrebbe preferito che non fosse mai nato. Non parlarono più dell’argomento. Sacks si era trasferito negli Stati Uniti – prima in California e poi, dopo cinque anni, a New York – perché, scrive nel suo diario, “volevo una libertà sessuale e morale che sentivo di non poter avere nel Regno Unito”. Quell’autunno, durante lo Yom kippur, decise che invece di andare in sinagoga a confessare “l’intera gamma dei peccati umani”, un rito con cui era cresciuto, avrebbe passato la notte in un bar, godendosi un paio di birre. “Quello che credo di voler dire, Jenő, è che ora mi sento diverso rispetto a me stesso e quindi rispetto all’omosessualità nel suo insieme”, gli scrisse. “Basta umiliarmi, scusarmi e coltivare casti desideri di ‘normalità’” (la Oliver Sacks foundation ha condiviso con me la sua corrispondenza e altri documenti, insieme a quarant’anni di diari, molti dei quali non erano stati mai letti).
All’inizio di ottobre, Sacks mandò due lettere a Vincze, ma dopo una settimana non aveva ancora ricevuto risposta. Chiedeva ai colleghi di controllare le loro cassette della posta, nel caso la lettera fosse finita lì. Nel giro di pochi giorni, però, smise di darsi giustificazioni ingenue. Cominciò a vestirsi in modo trasandato e ad arrivare tardi al lavoro. Ebbe rapporti sessuali con una serie di uomini che lo disgustavano. Dopo due settimane Vincze, che viveva a Berlino, gli mandò una lettera scusandosi per il ritardo e ribadendo il suo amore. Spiegava di essere così preso dai pensieri su Sacks da sentirsi come se vivesse in una Klaudur, una parola tedesca che definiva una “cella spirituale”. Forse aveva scritto male Klausur, cioè uno spazio chiuso in un monastero, ma Sacks continuò a usare la parola sbagliata, fissandosi. “Produce associazioni orribili”, spiegò a Vincze. “La chiusura di una porta. Klaudur, claustrofobia, la sensazione di essere rinchiusi”. Da tempo Sacks si sentiva come se vivesse in una cella, incapace di contatto umano, e quella parola sembrava sufficiente a confermare che la sua condizione era terminale. Il significato cominciava a slittare da “cella spirituale” a “gabbia psicotica”.
L’intimità che Sacks aveva vissuto con entusiasmo ora gli appariva falsa, una folie à deux, un delirio a due. Per un mese i dubbi continuarono a crescere, poi interruppe la relazione. “Devo sradicarti dal mio sistema, perché non posso permettermi di essere coinvolto”, disse a Vincze, spiegando che a malapena ricordava com’era fatto o il suono della sua voce. “Spero di non lasciarmi più ingannare in questo modo e di avere, al contrario, la forza e la lucidità mentale per riconoscere fin da subito la morbosità di qualsiasi futura relazione e troncarne sul nascere la follia”.
Due mesi dopo, Sacks sentiva di “scivolare lungo una ripida china verso l’isolamento, il malcontento, l’incapacità di avere amici o rapporti sessuali ecc. ecc. verso il suicidio in un appartamento di New York all’età di 32 anni”. Assunse quantità enormi di anfetamine, fino al punto di avere allucinazioni. Un’amica di famiglia, una psichiatra che lavorava con Anna Freud, lo esortò a rivolgersi a uno psicoanalista. Gli scrisse che la sua omosessualità era un “fenomeno molto ‘secondario’”: era attratto dagli uomini come “sostituto delle oscillanti incertezze su cosa/chi potesse amare al di là delle ‘idealizzazioni’ di se stesso”. Poche settimane dopo andò in terapia con Leonard Shengold, un giovane psichiatra profondamente immerso nella cultura psicoanalitica di Manhattan. “Penso che sia molto bravo e ha una notevole reputazione, almeno a livello locale”, scrisse Sacks ai suoi genitori, che contribuirono a pagare le sedute, tre volte alla settimana.
All’epoca Sacks aveva grandi ambizioni, ma confuse: voleva essere un romanziere, ma voleva anche diventare il “Galileo dell’interiorità”, come disse a un mentore, e scrivere l’equivalente neurologico dell’Interpretazione dei sogni di Sigmund Freud. Lavorava in reparti con pazienti cronici e anziani che erano stati abbandonati e trascurati, e le sue prospettive nella medicina accademica apparivano incerte. “Hai pubblicato qualcosa di recente?”, gli domandò il padre nel 1968. “O ti sei scoperto caratterialmente incapace di farlo?”.
Quando Sacks cominciò la terapia, “il mio problema, dall’inizio alla fine, era questo blocco, la sensazione di non andare avanti”, annota nel diario. Considerava Shengold “una sorta di carro armato analitico”. Ma pian piano Sacks arrivò a sentire che “lo amo e ne ho bisogno; ne ho bisogno e lo amo”. Aveva progettato di restare a New York solo per pochi anni, ma continuò a rimandare il ritorno in Inghilterra per poter arrivare a “un punto di chiusura dell’analisi”. Shengold, che in seguito avrebbe pubblicato dieci libri di psicoanalisi, scrisse che la terapia richiede un “lungo processo”, inteso come un “bisogno di ripetere i conflitti emotivi più e più volte nella vita” fino a quando non si ha la “libertà di concedersi ciò che c’è da sentire”.
Sacks vide Shengold per mezzo secolo. In quel periodo diventò uno dei neurologi più importanti al mondo e una sorta di padre fondatore delle medical humanities, un ambito che si consolidò negli anni settanta e che collegava la guarigione al racconto. Ma la libertà promessa dall’analisi di Shengold sembrava sfuggirgli. Dopo Vincze, Sacks non ebbe un’altra relazione per 44 anni. Sembrava svolgere il suo “processo” a distanza, spostando sistematicamente i propri conflitti psichici nelle vite dei pazienti. “Gli davo alcuni dei miei poteri, e anche alcune delle mie fantasie”, osserva nel diario. “Sovrascrivo versioni simboliche di me stesso”.
Durante il tirocinio in neurologia a San Francisco, il suo amico d’infanzia Eric Korn lo avvertì che i medici del suo ospedale potevano intuire che fosse gay. “Ti supplico, esercita quella che ti potrebbe sembrare una cautela eccessiva”, gli scrisse Korn nel 1961. “Compartimenta la tua vita. Copri le tracce. Non portare gli ospiti sbagliati in ospedale e non mettere nome e indirizzo nei registri sbagliati”. Lo incoraggiò a leggere Homosexuality, disease or way of life? (Omosessualità: malattia o stile di vita?), un best seller di Edmund Bergler che sosteneva che l’omosessualità fosse una “malattia pesante, sgradevole e invalidante come qualsiasi altro grave disturbo”, ma che la psicoanalisi poteva curarla. “Il libro è molto interessante”, scriveva Korn. “Afferma di poter arrivare a una completa ‘guarigione’ (usa il termine in modo provocatorio), forse vale la pena di approfondire”.
Freud aveva caratterizzato l’omosessualità come una variante relativamente normale del comportamento umano, ma quando la psicoanalisi arrivò negli Stati Uniti, nel dopoguerra, l’omofobia prese nuova vita. Lo storico Dagmar Herzog scrive che nel paese “reinventare la psicoanalisi e l’omofobia andarono di pari passo”. Di fronte a uomini che insistevano ad amare altri uomini, gli analisti proponevano spesso la castità come soluzione tampone. Nel memoir Cures (Cure), lo storico Martin Duberman racconta che il suo psicoanalista gli prescrisse di “prendere il velo”, scegliere la castità, per guarire dal desiderio per gli uomini. Duberman accettò queste condizioni. Il massimo che poteva ottenere, pensava, era la sublimazione: invece di una “vita affettiva”, avrebbe prodotto “qualche contributo alla cultura generale dalla quale era di fatto escluso”. Sacks, che non dichiarò pubblicamente la sua sessualità fino agli ottant’anni, seguì la stessa strada.
Shengold aveva ritratti di Charles Dickens, William Shakespeare e Sigmund Freud appesi nel suo studio nell’Upper East side. Come Sacks, proveniva da una famiglia ebraica di intellettuali. Sembrava cogliere nel profondo la vita creativa del suo paziente, che prendeva la forma d’improvvise ondate estatiche d’ispirazione letteraria seguite da mesi di sterilità e depressione. “Fai del tuo meglio per godere e lavorare, quello che conta è il potere della tua mente”, scrisse a Sacks mentre era in visita dalla famiglia nel Regno Unito. Lui annotò nel diario di aver sognato di sentire Shengold che diceva a qualcuno: “Oliver manca del giusto rispetto di sé; non ha mai davvero apprezzato se stesso, né ha accolto l’apprezzamento degli altri. Eppure, a suo modo, non è meno dotato di quanto lo fosse Auden”. Si svegliò rosso d’imbarazzo e di piacere.
A differenza di molti contemporanei, Shengold non era un pensatore dogmatico, ma era comunque sensibile alle mode psicoanalitiche. Riflettendo su come avrebbe potuto considerare la vita da uomo gay in quel periodo, la figlia di Shengold, Nina, mi ha detto: “Non credo che quella fosse una porta che mio padre teneva proprio spalancata”. In diversi libri e articoli, Shengold, avido fruitore della letteratura occidentale, cercò di comprendere il processo attraverso cui chi soffre sublima le proprie lotte interiori nell’arte. Nel suo libro del 1988, Halo in the sky: observations on anality and defense (Un’aureola nel cielo: osservazioni sull’analità e sulle difese psichiche), Shengold parla dell’importanza di trasformare le “pulsioni anal-sadiche”, usando l’ano come metafora d’impulsi primitivi e pericolosi, in un “fare” adattivo e creativo. Quando Sacks lesse il libro, appuntò nel diario che lo “faceva sentire ‘perso nell’analità’ (qualunque cosa significhi)”.
Sacks voleva essere un romanziere, ma anche diventare il “Galileo dell’interiorità” e scrivere l’equivalente neurologico dell’Interpretazione dei sogni di Freud
Prima di Vincze, Sacks era stato innamorato di un uomo di nome Mel Erpelding, che una volta disse, scrive Sacks, che “trasudavo sessualità, mi usciva da ogni poro, mi rendeva vivo e vibrante (in senso positivo e ammirato), ma se ne sentiva anche la puzza e ne ero intossicato” (Erpelding, che alla fine sposò una donna, non permise mai che la relazione con Sacks diventasse sessuale).
Nei primi anni di terapia, alla fine degli anni sessanta, Sacks decise che avrebbe rinunciato sia alle droghe sia al sesso. Non si pensa che Shengold lo spinse al celibato, ma potrebbe aver accolto l’idea che l’astinenza potesse essere produttiva, almeno per un periodo. Richard Isay, primo componente apertamente gay dell’American psychoanalytic association, raccontava che negli anni settanta aveva “razionalizzato che la maturità e la salute mentale richiedevano la sublimazione dell’eccitazione sessuale nel lavoro”. Sacks disse a un amico: “Shengold ama citare Flaubert: ‘Anche la mente ha le sue erezioni’”.
Per Sacks, scrivere sembrava quasi fisiologico, come sudare, era una risposta involontaria agli stimoli. Riempiva regolarmente un intero diario in due giorni. “Dovrei allora mettere giù la penna, il mio infinito diario (perché questo è solo un frammento del diario che tengo da tutta la vita)”, si chiedeva, “e invece ‘cominciare a vivere’?”. La risposta era quasi sempre no. A volte Sacks, che avrebbe pubblicato sedici libri, scriveva per sei ore di fila. Anche quando guidava, continuava a scrivere: aveva installato un registratore a nastro per poter sviluppare i pensieri, regolarmente interrotti dal traffico o da una svolta sbagliata. Guidando per Manhattan, un giorno del 1975, rifletté sul fatto che i suoi armadi, pieni di pagine scritte, somigliavano a una “tomba esplosa”.
Alla fine degli anni sessanta era diventato “quasi un monaco, per quanto sono ascetico e dedito al lavoro”. Stimava di produrre un milione e mezzo di parole all’anno. Quando si svegliava nel cuore della notte con un’erezione, raffreddava il pene mettendolo nella gelatina all’arancia. Disse a Erpelding: “In parte mi accetto come un celibe e un invalido, ma in parte, e questa è la meraviglia della sublimazione, riesco a trasformare i miei sentimenti erotici in altri tipi di amore: per i pazienti, per il lavoro, per l’arte, per il pensiero”. Spiegò: “Mantengo le distanze dalle persone, sono sempre cortese, mai vicino. Per me (come forse per te) non c’è quasi spazio, nessuno spazio morale”.
“Ho alcune dure ‘confessioni’ da fare, se non in pubblico, almeno a Shengold e a me stesso”, annota nel diario nel 1985. A quel punto aveva pubblicato quattro libri, Emicrania, Risvegli, Su una gamba sola e L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, costruendosi la reputazione di “maestro moderno del caso clinico”, come lo definì il New York Times.
Rifiutava quella che chiamava “conoscenza esangue e astratta” e spingeva la medicina a confrontarsi più profondamente con l’interiorità dei pazienti e con il modo in cui interagiva con la malattia. Le facoltà di medicina cominciarono a creare programmi di medical humanities e medicina narrativa, diffondendo una nuova idea: che le persone malate avessero perso la coerenza narrativa e che i medici, prestando attenzione alle loro lotte private, potessero aiutarle a ricostruire la storia della loro vita. Alla Harvard medical school, per un periodo agli studenti era assegnato il compito di scrivere un “libro” su un paziente. Le storie di malattia scritte da medici (e da pazienti) cominciarono a proliferare, fino al punto che il sociologo della medicina Arthur Frank osservò: “‘Oliver Sacks’ ora non indica solo un autore medico specifico, ma anche un genere, una forma di narrazione distintiva e riconoscibile”.
Nel suo diario, Sacks scriveva però che “un senso di colpa criminoso rimane (psicologicamente) associato” al suo lavoro: aver dato ai pazienti “poteri (a partire dal potere della parola) che non hanno”. Alcuni dettagli, riconosceva, erano “pura invenzione”. Cercava di rassicurarsi precisando che le esagerazioni non nascevano da desideri superficiali, come la fama o l’attenzione. “L’impulso è sia più ‘puro’ sia più profondo”, scriveva. “Non è solo o completamente una proiezione né (come talvolta, in modo ingegnosamente finto ingenuo, ho sostenuto) una semplice ipersensibilità verso ciò che conosco così bene in me stesso. Ma (se vuoi) è una sorta di autobiografia”. La chiamava “‘esografia’ simbolica”.
Sacks aveva “peccato in questo senso, molte molte volte, in Risvegli”, annota in un’altra pagina del diario, descrivendolo come una “fonte di severa e duratura autorecriminazione”. Nel libro, pubblicato nel 1973, aveva colpito i lettori con la profondità della sua compassione per circa ottanta pazienti del Beth Abraham hospital, nel Bronx, sopravvissuti a un’epidemia di encefalite letargica, un virus misterioso e spesso fatale comparso intorno alla prima guerra mondiale. I pazienti erano stati ricoverati per decenni, in stati quasi catatonici. All’epoca il libro fu accolto con silenzio o scetticismo da altri neurologi. Sacks aveva presentato i suoi risultati in una forma non facilmente replicabile o generalizzabile, ma per i non specialisti fu un capolavoro di testimonianza medica. Il Guardian lo ha messo al 12° posto tra i migliori saggi di tutti i tempi.
Sacks passava anche quindici ore al giorno con i pazienti, uno dei più grandi gruppi di sopravvissuti postencefalitici al mondo. Erano “mummificati”, come “statue viventi”, osservava. Per il morbo di Parkinson si stava cominciando a usare un farmaco chiamato L-dopa, che aumenta i livelli di dopamina nel cervello. Sacks ipotizzò che i suoi pazienti, i cui sintomi erano simili, potessero beneficiarne. Nel 1969, in pochi giorni dalla somministrazione, i pazienti si “risvegliarono” improvvisamente, con le loro vecchie personalità intatte. Altri medici li avevano liquidati come senza speranza, ma Sacks aveva intuito che in loro c’era ancora vita, una percezione resa possibile dal fatto che anche lui si sentiva “sepolto vivo”.
In Risvegli, Sacks parla degli incontri con un uomo che chiama Leonard L. “Com’è essere te?”, gli chiede al primo incontro. “In gabbia”, risponde Leonard indicando lettere su una tavola alfabetica. “Spogliati di tutto. Come la pantera di Rilke”, un riferimento alla poesia di Rainer Maria Rilke su una pantera che cammina in cerchi ripetitivi in uno spazio angusto “intorno a un centro ove stordito un gran volere dorme”.
Mentre stava faticando a scrivere il suo primo libro, Emicrania, aveva confidato a un amico che si sentiva come “l’immagine di Rilke della pantera in gabbia, stordita, morente, dietro le sbarre”. In una lettera a Shengold aveva ribadito questa immagine. Quando incontrò Leonard, annotò brillanti osservazioni nella cartella clinica (“I movimenti oculari rapidi e scattanti sono in contrasto con la sua generale immobilità pietrificata”), dove però non c’è alcun riferimento al fatto che Leonard citi la poesia di Rilke.
Nella prefazione di Risvegli, Sacks riconosce di aver modificato dettagli circostanziali per proteggere la privacy dei pazienti, ma di aver preservato “ciò che è importante ed essenziale, la presenza reale e piena dei pazienti stessi”. Sacks descrive Leonard come una figura solitaria già prima della malattia: “Era sempre immerso nei libri, praticamente non aveva amici e non si dedicava a nessuna delle attività sessuali, sociali o altre comuni ai ragazzi della sua età”. Ma Leonard, in un’autobiografia pubblicata dopo l’assunzione di L-dopa, non parla mai di letture, scrittura o solitudine in quegli anni. Anzi, ricorda di aver passato tutto il tempo con i suoi due migliori amici: “Eravamo inseparabili”, scrive. Ricorda anche di aver stuprato diverse persone. “Mettemmo nostra cugina sopra una sedia, le tirammo giù i pantaloni e inserimmo i nostri peni nella fessura”, scrive alla terza pagina, con il tono di un anziano che rievoca i bei giorni andati. A pagina dieci descrive come, quando faceva da babysitter a due bambine, disse a una di loro di spogliarsi e poi “le saltai addosso. La gettai a pancia in giù, tirai fuori il mio pene, lo misi tra le sue natiche e cominciai a scoparla”.
In Risvegli, Sacks ripulisce la storia del suo paziente dalla sessualità. Lo descrive come un uomo di “intelligenza, cultura e raffinatezza del tutto eccezionali”, il paziente “modello”. La L-dopa potrebbe aver indotto Leonard a ricordare la propria infanzia in una chiave sessuale amplificata e i nipoti, che lo hanno visitato in ospedale fino alla sua morte, nel 1981, mi hanno detto che il farmaco lo aveva reso ipersessuale. Ma hanno anche detto che da bambino e adolescente era normale, non un recluso che preferiva la vita della mente ai legami umani.
Sacks finì di scrivere Risvegli poche settimane dopo la sepoltura della madre, morta improvvisamente a 77 anni. Sentiva “un grande canale aperto e una liberazione”, scrisse nel diario. “Credo sia significativo che Risvegli sia finalmente uscito da me come un grido dopo la morte di mia madre”. Si riferiva alla stesura del libro come al suo “grande risveglio”, il momento in cui “era uscito allo scoperto”. Non menziona un altro evento significativo: i suoi pazienti si erano “risvegliati” durante l’estate dei moti di Stonewall, l’inizio del movimento per i diritti gay.
Shengold disse una volta a Sacks di non aver “mai incontrato nessuno meno toccato dalla liberazione gay” (lo psichiatra sostenne suo figlio quando negli anni ottanta fece coming out). Sacks era d’accordo con questa descrizione. “Resto risolutamente chiuso nella mia cella nonostante si balli ai cancelli della prigione”, disse nel 1984.
In Risvegli, i pazienti prima sono euforici per la loro libertà, poi la nuova vitalità diventa insostenibile. Continuando a prendere l’L-dopa, molti di loro sono consumati da desideri insaziabili. “L-dopa è potere sfrenato, egotistico”, dice Leonard nel libro. Si ferisce il pene due volte e tenta di soffocarsi con un cuscino. Un’altra paziente è così eccitata ed euforica che dice a Sacks: “Il mio sangue è champagne”, la stessa frase che Sacks aveva usato per descrivere se stesso quando era innamorato di Jenő Vincze. Sacks comincia a ridurre gradualmente l’L-dopa nei pazienti e a sospenderla completamente in alcuni casi. Il libro diventa una sorta di dramma del dosaggio: un’esplorazione di quanto sia tollerabile vivere, e a quale costo. Alcuni effetti collaterali del farmaco, come i movimenti involontari e l’iperattività, sono ben documentati, ma è difficile non chiedersi se Risvegli non amplifichi la ricaduta psicologica: Leonard diventa così ingestibile che l’ospedale lo trasferisce in una “cella di punizione”, come se Sacks volesse confermare a se stesso che il libero corso della libido non può essere sostenuto senza severe conseguenze.
Dopo Risvegli, Sacks decise che avrebbe dedicato il libro successivo al lavoro con alcuni giovani pazienti del reparto psichiatrico del Bronx state hospital, ricoverati fin dall’infanzia. L’ambiente gli ricordava un collegio in cui era stato mandato tra i sei e i nove anni, durante la seconda guerra mondiale. Era stato uno dei quattrocentomila bambini evacuati da Londra senza i genitori e si era sentito abbandonato. Fu picchiato dal preside e bullizzato dagli altri ragazzi. Il reparto del Bronx state hospital “esercitava su di me una specie d’incantesimo”, appunta nel diario nel 1974. “Perdevo il mio equilibrio empatico e venivo risucchiato, per così dire, in una condizione di ‘pericolosa’ identificazione con i pazienti”.
Shengold scrisse diversi articoli e libri su un concetto che chiamava “omicidio dell’anima”, una categoria di trauma infantile che induce una “ipnotica condizione di morto-vivente, un modo di esistere ‘come se’ si fosse presenti”. Sacks progettava di trasformare il suo lavoro al Bronx state hospital in un libro sull’“‘omicidio dell’anima’ e sulla ‘sopravvivenza dell’anima’”, si legge nel diario. Era particolarmente coinvolto nel caso di due giovani uomini del reparto che pensava di stare curando.
“Il ‘miracolo della guarigione’ ha cominciato ad accadere interiormente e attraverso la loro relazione con me (la relazione e i sentimenti reciproci, naturalmente)”, scrisse nel diario. “Dovevamo incontrarci in una soggettività appassionata, una sorta di collaborazione o comunicazione che trascendeva la relazione socratica tra insegnante e allievo”.
In un’esplosione creativa spontanea durata tre settimane, Sacks produsse 24 saggi sul suo lavoro al Bronx state hospital, che credeva avessero la “bellezza, l’intensità della rivelazione… come se stessi venendo a conoscere, di nuovo, ciò che sapevo da bambino, quel senso di Carità e Fiducia che avevo perso tanto tempo fa”. Ma nel reparto percepiva una “tremenda tensione silenziosa”. I colleghi non capivano l’attenzione che stava dedicando ai pazienti: gli procurò loro un pianoforte e un tavolo da ping pong e ne portò uno al giardino botanico. Il sospetto dei colleghi, scrisse nel diario, “ruotava intorno all’intollerabile impossibilità di classificare la mia figura”.
Da uomo di mezza età single, con una barba enorme e vestito in modo eccentrico – a volte indossava una camicia di pelle nera – Sacks era particolarmente vulnerabile a insinuazioni infondate. Nell’aprile 1974 fu licenziato. Circolavano voci secondo cui avesse molestato alcuni ragazzi.
Quella notte, Sacks strappò i suoi saggi e li bruciò. “Cattiveria! Odio! Spietata cattiveria!”, scrive poi nel diario. “E ora sono vuoto, a mani vuote, a cuore vuoto, desolato”.
La serie di eventi fu così sconvolgente che perfino parlarne nel diario lo faceva sentire sul punto di morire. Sapeva che avrebbe dovuto liquidare le accuse come “vili pettegolezzi sparsi da insignificanti e miserabili”. Ma non ci riusciva, a causa della “colpa genitoriale che porto addosso, una croce kafkiana, colpa senza crimine, fin dai miei primi giorni”.
Lo storico della medicina Henri Ellenberger osservò che lo sviluppo della psichiatria si deve a due dinamiche intrecciate: le nevrosi dei suoi fondatori, che nel tentativo di padroneggiare i propri conflitti arrivarono a nuove intuizioni e forme di terapia, e le relazioni prolungate e ambigue con i pazienti. I casi clinici di queste relazioni, continuava Ellenberger, tendevano ad avere un arco narrativo ben definito: gli psichiatri dovevano decifrare il “segreto patologico” dei loro pazienti, una fonte nascosta di disperazione, per poterli guarire.
Anche i primi casi di Sacks ruotavano intorno a segreti, però meravigliosi. Attraverso la cura, i pazienti scoprivano di avere talenti nascosti, per la musica, la pittura, la scrittura, che potevano restituire loro un senso di completezza. Il critico Anatole Broyard, raccontando nel 1990 sul New York Times Magazine la sua esperienza di malato oncologico, spiegava che avrebbe voluto un medico carismatico e appassionato, esperto di “testimonianza empatica”. In breve, scriveva, un medico che “somigliasse a Oliver Sacks”. E aggiungeva: “Uno in grado di vedere il genio della mia malattia”.
Il fatto che lettori ed editori abbiano accettato le storie di Sacks come vere dice molto della sua forza immaginativa di guaritore magico. In una lettera a uno dei suoi tre fratelli, Marcus, Sacks allegò una copia dell’Uomo che scambiò sua moglie per un cappello, pubblicato nel 1985, presentandolo come un libro di “fiabe”. Spiegava che “queste strane narrazioni, mezze resoconto, mezze immaginazione, mezze scienza, mezze favola, ma con una sua fedeltà, sono ciò che faccio, in sostanza, per tenere lontani i MIEI demoni della noia, della solitudine e della disperazione”.
Aggiungeva che Marcus probabilmente le avrebbe chiamate “confabulazioni”, un fenomeno che Sacks esplora in un capitolo dedicato a un paziente capace di conservare i ricordi solo per pochi secondi, costretto a “dare significato, in modo disperato, inventando continuamente, gettando ponti di senso sugli abissi”. Ma quei “ponti, le toppe, per quanto brillanti… non possono sostituire la realtà”.
Sacks rimase colpito dal successo del libro, che aveva dedicato a Shengold, “il mio mentore e medico”. Divenne un best seller internazionale, regolarmente adottato nelle facoltà di medicina. Sacks confida nel diario:
Il senso di colpa è cresciuto dopo L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello a causa di (tra le altre cose)
Le mie bugie,
la falsificazione
Rifletteva sulla frase “l’arte è la menzogna che ci avvicina alla verità”, spesso attribuita a Picasso, ma non ne era troppo convinto. “Credo di doverlo affrontare con Shengold, mi sta uccidendo, uccidendo l’anima”, annota. “Il mio ‘cast di personaggi’ (perché è questo che diventano) assume una qualità quasi dickensiana”.
Oliver Sacks disse una volta a un giornalista che sperava di essere ricordato come qualcuno che “ha testimoniato”: un termine spesso usato in medicina per indicare l’atto di accompagnare i pazienti nei loro momenti più vulnerabili, senza distogliere lo sguardo. Testimoniare significa riconoscere e rispondere a una sofferenza che altrimenti resterebbe invisibile. Ma forse testimoniare è incompatibile con il trasformarlo in una storia. Nel suo diario, dopo una seduta con un paziente affetto da sindrome di Tourette, Sacks descrive il miracolo di trovarsi “nella condizione di ‘sentire’, cioè immaginare, con tutte le facoltà della testa e del cuore, cosa significhi essere un altro essere umano”. L’empatia tende a essere presentata come un punto di arrivo morale, come se fosse una piccola isola di bontà autosufficiente. Eppure è parte di una transazione più lunga ed è, in fondo, una proiezione. Uno scrittore che immagina cosa significhi esistere come l’altro deve poi tradurre tutto nel proprio linguaggio, un processo che Sacks rende in modo letterale.
“Ti dirò cosa stai dicendo”, disse Sacks a una donna con un quoziente intellettivo di circa 60 punti e che aveva appena perso la nonna. “Vuoi scendere giù e unirti ai tuoi nonni nel regno della morte”. Nella conversazione, che Sacks registrò, la paziente diventa più espressiva sotto la rara luce dell’attenzione prolungata del medico ed è chiaro che gli vuole bene. Ma lui è così eccitato dalle parole della donna (“Si ha la sensazione che stia dando voce a simboli universali”, dice in una registrazione, “simboli con infiniti significati”) che finisce per appropriarsi della sua esperienza.
“So che, in un certo senso, non hai voglia di vivere”, le dice Sacks in un’altra seduta registrata. “Una parte di te si sente morta dentro, lo so, lo so… Uno sente di voler morire, finire tutto, tanto che senso ha andare avanti?”.
“Non lo intendo in quel senso”, risponde lei.
“Lo so, ma in parte sì”, le dice Sacks. “So che sei stata sola per tutta la vita”.
La storia della donna viene raccontata, con dettagli modificati, in un capitolo del Cappello intitolato “Rebecca”. Nel saggio, Rebecca viene trasformata dal lutto per la nonna. A Sacks ricorda la Nina di Čechov nel Gabbiano, che desidera diventare attrice. Anche se la vita di Nina è dolorosa e deludente, alla fine della pièce la sua sofferenza le dà profondità e forza. Anche Rebecca, nel racconto, fiorisce. “Piuttosto improvvisamente, dopo la morte della nonna”, scrive Sacks, diventa decisa, entra in una compagnia teatrale e gli appare come “una persona completa, armoniosa, sciolta nell’espressione”, una sorta di “poeta naturale”.
Il caso è presentato come un elogio del potere d’intendere la vita del paziente come una narrazione, e non come un insieme di sintomi. Ma nelle trascrizioni delle loro conversazioni, almeno quelle conservate dell’anno successivo, così come nei diari di Sacks dell’epoca, Rebecca non entra mai in una compagnia teatrale né emerge dalla sua disperazione. Dice che sarebbe “meglio non essere mai nata”, che è “inutile” e “buona a nulla”, e Sacks cerca con forza di convincerla che non è così. Invece di testimoniare la sua realtà, la rielabora, in modo che anche lei, alla fine, si risvegli.
Anche alcuni dei più importanti autori di non fiction dell’epoca di Sacks (Joseph Mitchell, A.J. Liebling, Ryszard Kapuściński) si prendevano delle libertà rispetto alla verità, convinti di avere uno scopo più alto: fare luce sulla condizione umana. Sacks scriveva nello stesso spirito, ma in una disciplina che dipende da risultati riproducibili. L’“esempio più eclatante” delle sue distorsioni, osserva Sacks nel suo diario, si trovava in uno degli ultimi capitoli del Cappello, intitolato “I gemelli”, su due gemelli autistici di 26 anni, ricoverati in istituto dall’età di sette anni. Trascorrevano le giornate recitando numeri, che “assaporavano, condividevano, in comunione numerica”. Sacks sta accanto a loro, annotando i numeri, e alla fine si rende conto che sono tutti numeri primi. Da bambino, passava ore da solo cercando una formula per i numeri primi, ma, scriveva, “non ho mai trovato una legge o un modello, e questo mi dava un’intensa sensazione di terrore, piacere e mistero”. Entusiasta dell’attività dei gemelli, Sacks si presenta nel reparto con un libro di numeri primi che aveva amato da bambino. Dopo aver offerto il proprio numero primo, “si sono scostati un po’ per farmi posto in mezzo a loro: ero un nuovo compagno di giochi numerici, una terza presenza nel loro mondo”. Avendo apparentemente scoperto l’impossibile algoritmo che Sacks aveva un tempo desiderato, i gemelli continuano a scambiarsi numeri primi fino a raggiungere numeri di venti cifre. La scena si legge come una sorta di sogno: Sacks scopre che l’intimità umana ha una struttura decifrabile e individua un modello nascosto che gli permette finalmente di prendervi parte.
Prima che lui li incontrasse, i gemelli erano stati studiati a lungo per la loro capacità di stabilire il giorno della settimana corrispondente a qualsiasi data del calendario. Negli anni sessanta, due articoli sull’American journal of psychiatry avevano fornito resoconti dettagliati sull’estensione delle loro capacità. Nessuno dei due menzionava un talento per i numeri primi o per la matematica. Quando Sacks aveva scritto ad Aleksandr Lurija, neuropsicologo russo, del suo lavoro con i gemelli nel 1973, non faceva alcun riferimento a particolari abilità matematiche. Nel 2007 una psicologa con una formazione in teoria dell’apprendimento pubblicò un breve articolo sul Journal of autism and developmental disorders, contestando l’affermazione di Sacks secondo cui i gemelli sarebbero stati in grado di generare spontaneamente grandi numeri primi. Dato che non si tratta di qualcosa che gli esseri umani possono fare in modo sistematico, il risultato di Sacks era stato molto citato come teoricamente “importante non solo per gli psicologi, ma per tutti gli scienziati e i matematici”, osserva la psicologa (aveva contattato Sacks per chiedergli il titolo del suo libro d’infanzia sui numeri primi, perché non riusciva a trovarne uno con quelle caratteristiche, ma Sacks le aveva risposto che l’aveva perso). Senza portare nuove prove, un altro scienziato intervenne in difesa di Sacks, definendo quel caso “il resoconto più convincente delle capacità numeriche dei savant” e sostenendo: “Questo è un esempio di scienza all’avanguardia, che richiede audacia per avanzare nuove interpretazioni di dati parziali”.
Dopo il Cappello, a 52 anni, Sacks scrisse all’amico Robert Rodman, uno psicoanalista, che “Shengold ha suggerito, con una certa esitazione, qualche mese fa, di andare, eventualmente, più a fondo”. Aggiungeva: “Mi ha anche fatto notare che non mi lamento, per esempio, della deprivazione sessuale, anche se è assoluta”. All’inizio Sacks temeva che Shengold stesse per interrompere la terapia: “Ho fatto tutto quello che potevo per te, ora arrangiati da solo!”. Poi si sentì speranzoso, pensando che forse non doveva accettare che “noia, depressione, solitudine, isolamento” definissero il resto della sua vita. Era anche commosso dal fatto che, dopo vent’anni, Shengold lo considerasse ancora “meritevole di ulteriori sforzi”.
Ma Sacks era scosso dall’idea che fossero rimasti in superficie. Rilesse i suoi taccuini e notò “un percettibile declino in interesse e passione”, che sentiva avesse anche impoverito la qualità del suo pensiero. “La superficialità del mio lavoro è allora dovuta alla superficialità delle relazioni, al fuggire da ciò che ha sentimento e significato più profondi?”, chiese a Rodman. “È forse questo che viene detto, in forma camuffata, quando descrivo la ‘superficializzazione’ di vari pazienti?”. Come esempio citava un capitolo del Cappello su una donna con un tumore cerebrale. Era intelligente e divertente, ma sembrava non provare interesse per nessuno. “Era la ‘copertura’ di un’emozione insostenibile?”, scriveva nel saggio.
Sacks sentiva che Shengold era il motivo per cui era ancora vivo e che doveva andare più a fondo con lui. “Cosa ho da perdere?”, chiedeva a Rodman. Ma, continuava, “ciò che si ha da perdere, naturalmente, può essere proprio quella ‘quasi stabilità’ di fragile funzionamento… quindi è bene esitare”. Andare più a fondo avrebbe significato anche sottomettersi di più all’interpretazione di qualcun altro, sperimentando ciò che lui chiedeva ai propri pazienti; Rodman credeva che Sacks avesse “paura della chiusura dell’analisi, di essere ridotto e incapsulato in una formula”.
All’inizio degli anni ottanta, Lawrence Weschler, allora giornalista del New Yorker, cominciò a lavorare a una biografia di Sacks. Weschler arrivò a pensare che l’omosessualità di Sacks fosse centrale nel suo lavoro, ma Sacks non voleva che questo aspetto fosse menzionato e alla fine gli chiese di interrompere il progetto. “Ho vissuto una vita avvolta nella segretezza e lacerata dall’inibizione, e non vedo come questo possa cambiare ora”, gli disse. Nel suo diario Sacks annotò idee da condividere con Weschler: “La mia ‘vita sessuale’ (o la sua assenza) è, in un certo senso, irrilevante rispetto all’estensione della mia mente”. In un’altra pagina scrisse che il termine freudiano “sublimazione” sminuiva il processo che aveva attraversato. Quando aveva avuto rapporti sessuali da giovane, in California, si avvolgeva in abiti di pelle, così da essere “totalmente incapsulato, chiuso”, il suo vero sé sigillato in una sorta di “scatola nera”. Osserva: “Ho, in un certo senso, ‘superato’ queste straordinarie, quasi convulsive compulsioni, ma il distacco è stato reso possibile integrandole in una visione vasta e comprensiva del mondo”.
Non è chiaro se Sacks “andò più a fondo” con Shengold. Alla fine degli anni ottanta nota nel diario di essere “spaventato, inorridito ma, in un modo terribile, anche capace di accettare e favorire, la mia non-vita”. Si paragonava a una “creatura a cui abbiano tolto nocciolo e interiora”. Più che vivere, stava gestendo una sorta di “omeostasi”.
Negli anni novanta Sacks cominciò a lavorare con Kate Edgar, inizialmente sua assistente e poi editor, organizzatrice della sua vita quotidiana e amica stretta. Edgar era prudente rispetto al modo in cui Sacks citava i pazienti, lo trovava sospettosamente letterario e si assicurava che non si lasciasse troppo andare. Ha trascorso ore con alcuni pazienti e mi ha detto: “Non l’ho mai colto in uno stato come quello, il che in realtà mi ha sorpreso”.
Weschler mi ha spiegato che Sacks esprimeva spesso ansia per aver distorto la verità. Lui lo rassicurava che la buona scrittura non è un resoconto rigido della realtà, deve esserci spazio per l’immaginazione: “Dai, stai romanzando quanto sei cattivo, esattamente come hai romanzato ciò che dicevano i pazienti. La voce accusatoria di tua madre ha preso il sopravvento”. Weschler era andato al Beth Abraham hospital per incontrare alcuni pazienti di Risvegli e ne era rimasto sconvolto. “C’è gente che defeca nei pantaloni, sbava, la sedimentazione di trent’anni di vita in un magazzino”, ha detto. “Il suo genio era vedere oltre questo, fino a cogliere la dignità della persona. Parlava con loro per un’ora e magari i loro occhi si illuminavano una sola volta, il resto del tempo erano persi nel vuoto, ma lui si agganciava a quel momento e continuava a parlare”.
Dopo il Cappello, il rapporto di Sacks con i suoi soggetti diventò più mediato. La maggior parte non erano suoi pazienti; molti gli scrivevano dopo aver letto i suoi libri, riconoscendosi nelle storie. Il rapporto di potere era diverso, perché queste persone già pensavano di avere una storia da raccontare. Forse il senso di colpa per le licenze prese nel Cappello lo portò a frenare l’impulso all’esagerazione. Il rimorso per “l’invenzione, l’arricchimento, ecc.”, espresso nei suoi diari tra gli anni settanta e ottanta, scomparve. Nei casi clinici usò meno citazioni, più brevi. I pazienti dicevano cose ordinarie, banali e di rado citavano la letteratura. Avevano ancora talenti segreti, che però non li salvavano: cercavano solo di sopravvivere.
In Un antropologo su Marte, una raccolta di casi clinici del 1992 su persone che compensano e si adattano a disturbi neurologici, alcuni dei passaggi più intensi sono quelli in cui Sacks lascia che la propria incomprensione diventi parte del ritratto. Nel capitolo “Prodigi” vuole connettersi a tutti i costi con un ragazzo autistico di tredici anni, Stephen, che è dotato di straordinarie capacità di disegno ma resiste a qualunque tentativo d’intimità. Non si lascia romanzare, una resistenza che Sacks alla fine accetta: “Stephen, o il suo autismo, è cambiato tramite la sua arte? Qui, credo, la risposta è no”. In questa nuova modalità Sacks è meno incline a sostituire l’esperienza indecifrabile di Stephen con la propria fantasia. È esplicito sul disagio e perfino sull’imbarazzo dei suoi ripetuti fallimenti: “Avevo sperato (forse peccando di sentimentalismo) che ci fosse in lui una certa profondità d’animo; il cuore mi era balzato in gola al suo primo ‘Ciao, Oliver!’, ma il saluto di quel giorno non aveva avuto alcun seguito”.
Mort Doran, un chirurgo con la sindrome di Tourette profilato nell’Antropologo, mi ha detto di essere soddisfatto di come Sacks aveva raccontato la sua vita. Ha detto che un solo dettaglio era impreciso: Sacks aveva scritto che il muro di mattoni della sua cucina era segnato dagli urti durante gli episodi di Tourette. “Ho pensato: perché esagerarlo? E poi ho pensato: forse è quello che fanno gli scrittori”. Doran non lo disse mai a Sacks. Era grato che Sacks “avesse l’autorevolezza per portarlo fuori e dirlo al mondo: ‘Queste persone non sono tutte pazze o deliranti. Sono persone reali’”.
La moglie della storia che dà il titolo al Cappello aveva contestato in privato la rappresentazione del marito, ma in generale Sacks sembra aver mantenuto rapporti straordinari con i suoi pazienti, scrivendosi con loro per anni. Un paziente chiamato Ray, soggetto di un testo del 1981 sulla sindrome di Tourette, mi ha detto che Sacks era venuto al matrimonio di suo figlio anni dopo la fine della terapia. Ricordando la morte di Sacks, si è ritrovato di colpo a piangere. “Una parte di me se n’è andata”, ha detto. “Una parte del mio sé è scomparsa”.
Un anno dopo la pubblicazione di Risvegli, Sacks si ruppe una gamba in Norvegia, e Leonard L. e sua madre gli scrissero una lettera di auguri per una pronta guarigione. Trentadue pazienti aggiunsero le loro firme, tremolanti. “Tutti contavano i giorni che mancavano al tuo rientro, quindi puoi immaginare il turbamento quando hanno saputo la notizia”, scrisse la madre di Leonard. Spiegava che “la maggior parte dei pazienti non sta bene senza il tuo aiuto e interessamento”. Aggiungeva che anche Leonard “non sta troppo bene”. Quando il figlio aveva saputo che Sacks non sarebbe tornato, disse, versò “abbastanza lacrime da riempire un secchio”.
Sacks parlava di “animare” i suoi pazienti, come se prestasse loro la sua energia narrativa. Dopo aver vissuto nei reparti dimenticati degli ospedali, in una sorta di vuoto narrativo, forse i pazienti sentivano che alcune imprecisioni facevano parte dello scambio. O forse pensavano: è quello che fanno gli scrittori.
Sacks ha stabilito l’empatia come qualità fondamentale del buon medico, consacrando quell’ideale attraverso le sue storie. Ma i suoi casi clinici, e il genere che hanno contribuito a creare, non hanno mai messo in luce in modo chiaro quanto facilmente l’empatia può scivolare in qualcosa di troppo creativo, invadente o possessivo. Terapisti, e scrittori, inevitabilmente vedono i loro soggetti attraverso la lente della propria vita, in modi che possono essere insieme generativi e fuorvianti.
Nel suo diario, riflettendo sul lavoro con i pazienti con Tourette, Sacks parlava del desiderio di “portare a compimento” la loro malattia, fino a renderli fortemente sintomatici. “Con il mio aiuto, quasi complicità, possono estrarre il massimo dalla loro malattia, tutta la conoscenza, l’intuizione e il coraggio”, scrisse. “Così PRIMA li aiuterò a farli ammalare, a far vivere la malattia con massima intensità; e poi, solo dopo, li aiuterò a guarire!”. Alla riga successiva: “È MOSTRUOSO?”. La pratica nasceva da un senso di meraviglia, non di opportunismo, ma lui riconosceva di esserne complice, come se la malattia fosse diventata una collaborazione. “Un impulso insieme nevrotico e intellettuale (artistico) mi spinge a trarre tutto quello che posso dalla sofferenza”. Il suo approccio ha contribuito a definire una corrente di scrittura e di pensiero che ha normalizzato l’idea che la malattia ha un suo arco di rivelazione e intuizione, perfino di poesia.
Nei diari, Sacks si lamentava spesso che la sua storia fosse finita. Aveva la “sensazione di aver smesso di fare, che il fare si sia fermato, che la vita stessa si sia fermata, che stia svanendo in una sorta di crepuscolo di vita a metà”, scrisse nel 1987. I suoi diari trasmettono un senso di noia tangibile. Trascriveva lunghi passaggi da filosofi e teologi (Simone Weil, Søren Kierkegaard, Gottfried Wilhelm Leibniz, Dietrich Bonhoeffer) e si lanciava in dissertazioni sulla migliore definizione di realtà, il “metabolismo della grazia”, il “mistero profondo dell’incubazione”. I suoi pensieri si ramificavano in molte direzioni, appunti per mille conferenze, per poi richiudersi fino a perdere di significato. “Dove la Vita è libera, immateriale, piena di Arte”, scriveva, “le leggi della vita, della Grazia, sono quelle dell’Adattamento”.
Sacks proponeva varie teorie per spiegare quella che chiamava la sua “morte psichica”. Si chiedeva se fosse diventato troppo popolare, una figura sfocata e rassicurante di cura compassionevole. “Il buon vecchio Sacks, l’Umanista al servizio”, annotava, prendendosi in giro. Ipotizzava anche che la sua quarantennale analisi fosse la causa. Era possibile, scrive, che una “vivisezione della vita interiore, per quanto ponderata, sottile e delicata, possa in realtà distruggere proprio ciò che esamina?”. La terapia con Shengold sembrava allinearsi a una vita di “omeostasi”, un’intimità gestita attraverso sempre più linguaggio, in un contesto contenuto e sterile, il lunedì e il mercoledì mattina, dalle 6 alle 6.45. Continuavano a chiamarsi “dottor Sacks” e “dottor Shengold”. Una volta si incontrarono a un concerto di musica da camera. Erano a poche file di distanza, ma non interagirono. Ogni tanto Shengold diceva ai figli di aver “sentito dal divano” di un buon film o spettacolo, ma non condivideva mai ciò che accadeva nelle sedute. Intuirono che Sacks fosse un suo paziente dopo aver letto la dedica a lui nel Cappello.
Con l’età, Sacks sentiva di osservare le persone dall’esterno. Ma notava anche un nuovo tipo di affetto per gli esseri umani, gli “homo sap”. “Sono (piccole) creature piuttosto complesse, mi dico”, scrive nel diario. “Soffrono parecchio, e in modo autentico. Anche dotate. Coraggiose, ingegnose, impegnative”.
Forse perché l’amore non appariva più come un rischio realistico, era ormai entrato in una “situazione geriatrica”, Sacks poteva finalmente ammettere di desiderarlo. “Continuo a essere trafitto dall’amore”, si legge nel diario. “Uno sguardo. Un’occhiata. Un’espressione. Una postura”. Stimava di avere ancora almeno cinque, forse dieci anni di vita. “Lo voglio, voglio •••, non oso dirlo. Almeno non per iscritto”.
Nel 2008, Sacks pranzò con Bill Hayes, uno scrittore di 47 anni di San Francisco in visita a New York. Hayes non aveva mai considerato la sessualità di Sacks, ma non appena cominciarono a parlare pensò: “Oh mio Dio, è gay”, mi ha detto. Rimasero a lungo al tavolo, condividendo storie sull’insonnia, tra le altre cose. Dopo il pranzo, Sacks scrisse a Hayes una lettera (che non inviò mai) spiegando che le relazioni erano state per lui un’“area proibita, anche se sono completamente solidale anzi, nostalgico e forse invidioso delle relazioni altrui”.
Un anno dopo, Hayes, il cui compagno per diciassette anni era morto d’infarto, si trasferì a New York. Lui e Sacks cominciarono a frequentarsi. Su suggerimento di Sacks, Hayes tenne un diario, che poi pubblicò nel memoir Insomniac city.
“È davvero una questione di reciprocità, no?”, gli chiese Sacks, due settimane dopo che avevano dichiarato i loro sentimenti.
“L’amore?”, rispose Hayes. “Stai parlando dell’amore?”.
“Sì”, disse Sacks.
Sacks portava Hayes alle cene, anche se lo presentava come “il mio amico Billy”. Non ammetteva effusioni in pubblico. “A volte la questione del non dichiararsi diventava davvero difficile”, mi ha detto Hayes. “Litigavamo e io dicevo cose come: ‘Tu e Shengold parlate mai del perché non puoi uscire allo scoperto? O parlate solo dei tuoi sogni?’”. Sacks annotava frammenti dei propri sogni su una lavagna in cucina per riferirli alle sedute, ma non condivideva ciò che accadeva in terapia.
Kate Edgar, che lavorò con Sacks per trent’anni, aveva due fratelli gay e per anni era stata un’attivista per i diritti civili, organizzando le marce del Pride nella scuola del figlio. Scelse deliberatamente un ufficio per Sacks nel West village, così che fosse circondato da uomini apertamente gay e potesse vedere quanto fosse ormai normale. Assunse spesso assistenti gay per lo stesso motivo. “Insomma, ho un po’ orchestrato tutto per anni”, mi ha raccontato.
Nel 2013, dopo quattro anni di relazione con Hayes – vivevano in appartamenti separati nello stesso edificio – Sacks cominciò a scrivere le sue memorie, In movimento, in cui rivelò per la prima volta la sua omosessualità. Nel libro racconta le maledizioni della madre quando scoprì che lui era gay e i decenni di celibato, fatto che menziona con naturalezza, senza spiegazioni. Edgar si è chiesta perché, dopo così tanti anni di analisi, il coming out fosse arrivato così tardi, ma ha detto che “Oliver non considerava il suo rapporto con Shengold un fallimento terapeutico”. Pensava che Shengold avesse ritenuto che “questa fosse qualcosa che Oliver doveva fare a modo suo, nei suoi tempi”. La figlia di Shengold, Nina, ha detto che “per mio padre avere un paziente che amava e rispettava e che finalmente aveva trovato conforto nell’identificare ciò che era sempre stato è stato una crescita per entrambi”.
Poche settimane dopo aver terminato il manoscritto, Sacks, che nel 2005 aveva avuto un melanoma dell’occhio, scoprì che il cancro era tornato, diffondendosi al fegato, e che gli restavano pochi mesi di vita. Era sempre stato incline all’ipocondria ed Edgar pensò che la diagnosi potesse provocare uno stato di panico cronico. Fin da bambino Sacks aveva avuto il terrore di perdere oggetti, anche insignificanti. Veniva sopraffatto dalla “sensazione che ci fosse un buco nel mondo”, scrive nel diario, e dalla paura di “poter in qualche modo cadere attraverso quel buco nel mondo ed essere completamente, inspiegabilmente perso”. Edgar aveva gestito per decenni il suo disagio legato agli oggetti smarriti, ma notò che ora quando perdeva qualcosa non si agitava. Aveva una calma insolita.
Nell’estate del 2015, prima delle ferie estive di Shengold, Sacks disse a Edgar: “Se sarò vivo a settembre quando Shengold tornerà, non credo di dover tornare alle mie sedute”. Si erano visti per 49 anni. Sacks aveva 82 anni; Shengold 89.
Quando Sacks stava combattendo con il suo terzo libro, Su una gamba sola, che parlava della sua gamba rotta e della frustrazione per il fatto che i medici non lo ascoltassero, dal diario scopriamo che Shengold aveva suggerito (scusandosi per la banalità della frase) che il libro dovesse essere un “messaggio d’amore”, una forma di protesta contro l’indifferenza che molti pazienti incontrano nei medici. Shengold poteva avergli dato il permesso di vedere la loro relazione, l’unico luogo in cui Sacks sentiva riconoscimento e cura, come un soggetto nascosto del libro. Estendendo quell’idea, Sacks scrisse che il “centro morale ha a che vedere con… l’irripetibile essenza delle relazioni medico-paziente”.
In agosto, due settimane prima di morire, Sacks e Shengold parlarono al telefono. Shengold si trovava con la famiglia nella residenza estiva dei Finger Lakes, nello stato di New York, dove trascorreva ogni estate. Nina ha raccontato: “Ci riunimmo tutti nel soggiorno di quella piccola casa e mettemmo mio padre in vivavoce. Oliver Sacks era chiaramente sul letto di morte, non riusciva ad articolare bene le parole. A volte la sua dizione era andata. Papà scuoteva la testa. Gli diceva: ‘Non la capisco. Mi dispiace, non la capisco’”. Alla fine della chiamata Shengold disse a Sacks: “È stato l’onore della mia vita lavorare con lei”, e “Arrivederci, Oliver”. Sacks rispose: “Arrivederci, Leonard”. Era la prima volta che si chiamavano per nome. Quando chiusero la telefonata, Shengold piangeva.
In Risvegli, quando descrive la risposta iniziale di Leonard L. all’L-dopa, Sacks lo descrive come “un uomo liberato da una tomba”, i cui “sentimenti predominanti erano di libertà, apertura e scambio con il mondo”. Cita Leonard: “Sono stato affamato e pieno di desiderio per tutta la vita… e adesso sono sazio”. E aggiunge: “Mi sento salvato… mi sento come un innamorato. Ho infranto le barriere che mi escludevano dall’amore”.
Per anni, Sacks aveva cercato la possibilità di “risvegliare” gli altri, come se stesse provando in anticipo, o delegando, la cura che aveva a lungo desiderato con Shengold. Ma alla fine della vita, come in un caso clinico rovesciato, ha abitato la storia che aveva immaginato per i suoi pazienti. “Tutti abbiamo in mente un’altra specie di medicina, capace di restituirci la salute e l’integrità perdute”, scrisse in Risvegli. “Passiamo la vita alla ricerca di questo qualcosa, e un giorno, forse, d’un tratto lo troveremo”. ◆ svb
Rachel Aviv è una giornalista statunitense. È staff writer del New Yorker dal 2013. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è Stranieri a noi stessi (Iperborea 2024). Questo articolo è uscito sul New Yorker con il titolo “Oliver Sacks put himself into his case studies. What was the cost?”.
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Questo articolo è uscito sul numero 1663 di Internazionale, a pagina 90. Compra questo numero | Abbonati