Cluj-Napoca, Romania, inverno 2020

Anche quando l’inverno trasforma le strade in piste da sci improvvisate per le mie Converse o quando trovo un’automobile arrampicata sul marciapiede, per me camminare resta comunque un’attività essenziale, umana. A Cluj, di solito, una passeggiata di dodici minuti non è nient’altro che una passeggiata di dodici minuti. E poi chi è che porta le Converse d’inverno? Be’, io. Lo facevo, almeno, nelle prime settimane subito dopo il mio arrivo, prima di comprare un paio di scarponi. Potevo uscire dallo studentato o dall’appartamento dove abitavo e mettermi semplicemente a camminare. Potevo seguire il marciapiede oltre il quartiere di Mănăștur, verso il parco, il fiume Someș, la “spiaggia” Grigorescu oppure verso una fermata dell’autobus o del tram, o un altro posto qualsiasi. Potevo camminare senza la minima paura di essere investito da una motocicletta. La città, se non altro, lasciava che le mie gambe facessero il loro mestiere.

La prima volta che un’auto si è fermata per farmi passare, sulle strisce pedonali vicino all’Opera ungherese, dove comincia la strada verso il parco centrale, ho ringraziato. Il primo anno abitavo in uno dei dormitori dell’università Babeș-Bolyai, nella zona dei giardini di Mănăștur. Il parco centrale era vicino. All’epoca facevo un piccolo cenno con la mano e chinavo la testa. Quella volta l’auto si è fermata e mi ha aspettato; io ho attraversato, mi sono voltato leggermente e ho alzato la mano, mentre il conducente, un uomo di mezza età al quale non poteva importare di meno della mia gratitudine, si rimetteva in moto. Nel frattempo anche il tram lì accanto era ripartito.

In quel mese di dicembre, nelle prime settimane dopo il mio arrivo, ho vissuto spesso situazioni simili. Quando dovevo attraversare la strada e non c’era il semaforo, venivo preso da una leggera ansia. Poi l’auto rallentava e si fermava, e la mia mano si alzava. Grazie! Grazie per non avermi investito! La cortesia esiste ancora!

A Jakarta per attraversare la strada devi negoziare un contratto personalmente con dio o con il tuo angelo custode. Non sto esagerando. Solo l’anno scorso le vittime degli incidenti stradali sono state circa 21.500, e tra tutte le persone che si spostano i pedoni sono i più vulnerabili. Qualche anno fa un ragazzo romeno di diciannove anni è morto in un incidente motociclistico nella regione del Lombok occidentale, sull’isola di Bali. Quando dico che in Indonesia attraversare la strada è una questione di vita o di morte, parlo sul serio.

A Jakarta funziona così: ti avvicini al bordo del marciapiede e valuti attentamente il traffico. A quel punto, se hai raggiunto l’età in cui sei ormai abbastanza grande da attraversare la strada senza l’aiuto di mamma e papà, devi calcolare la velocità della motocicletta sulla seconda corsia e quella dell’automobile che sta accelerando. Poi alzi la mano per farti vedere e inserisci il tuo corpo in quel complicato calcolo. È un gesto che dice: “Sono qui, forza, adattatevi!”. Di solito le auto lo fanno, ma a volte non succede. È stato così per quasi tutta la mia vita, semplicemente perché è così che si attraversa la strada nella città dove sono nato.

Alla fine del 2024, quando ho pubblicato sul sito Școala9 un articolo sul programma romeno di borse di studio per studenti non comunitari a cui avevo partecipato, le domande presentate superavano le cinquantamila. Nel biennio 2020-2021, quando avevo fatto richiesta io, erano state 959, e le persone ammesse appena 82. Immagino che questo faccia di me una specie di privilegiato, anche considerato che noi indonesiani non viaggiamo molto all’estero.

Sia chiaro: negli anni in cui ci ho vissuto, Cluj-Napoca non era esattamente il “dolce sogno europeo” descritto nella serie tv Emily in Paris, un universo in cui non saper parlare la lingua locale è in qualche modo affascinante e glamour. In realtà sudavo freddo mentre provavo a rispondere a una domanda d’esame all’università. È stato bello e brutto, piacevole e sgradevole, freddo e caldo: tutto nello stesso momento.

La Romania erano gli hot dog economici e la birra Ciucaș comprati nei supermercati Profi, i palazzi comunisti che da dicembre a febbraio sono delle ghiacciaie e le soste notturne dopo il pub al chiosco del kebab. La Romania erano tutti quelli che mi chiedevano perché, tra tutti i posti del mondo, fossi andato a studiare giornalismo proprio lì, in Romania, in romeno. La Romania era affidarsi religiosamente a Google Translate e DeepL prima degli esami, salvo poi passare quasi tutto il tempo a cercare di capire cosa volesse da me il professore. La Romania era il mio migliore amico che mi diceva di stare attento, perché nel bar in cui ci trovavamo era appena entrato un neo­nazista. La Romania erano i romeni che faticavano a trovare l’Indonesia sulla carta geografica, perché per loro il mio paese è soprattutto Bali, l’isola dei pacchetti vacanze tutto compreso, dove venivano spediti gli influencer di Instagram nel programma Asia Express su Antena 1.

La Romania è stata, tra le altre cose, anche una storia di permessi di soggiorno. È stata la vecchia sede dell’ispettorato generale per l’immigrazione che si trovava all’interno del centro commerciale Iulius Mall, dove noi stranieri passavamo la notte solo per prendere il numero della prenotazione per il giorno seguente. Nel 2022 ho raccontato tutte quelle disavventure sul sito Romania Insider. E ricordo di aver pensato che la burocrazia può umiliarti in qualsiasi lingua, anche in romeno. Per fortuna l’ex primo ministro Emil Boc, sindaco di Cluj, ha letto l’articolo. Non sto dicendo che sia stato il mio lavoro a far cambiare le cose, ma non molto tempo dopo l’ufficio immigrazione ha aperto un piccolo sportello riservato agli studenti internazionali.

Quando me ne sono andato, nell’estate del 2025, avevano trasferito l’intero ufficio nel parcheggio del centro commerciale, cosa che non aveva esattamente risolto il problema delle umiliazioni.

Quando dovevo attraversare la strada e non c’era il semaforo, venivo preso da una leggera ansia. Poi l’auto si fermava e la mia mano si alzava. Grazie per non avermi investito!

Jakarta, Indonesia, luglio 2025

Dopo quasi cinque anni in Romania sono tornato a casa e ho scoperto di essere diventato esattamente il tipo di persona che detestavo.

Prima è arrivato il caldo, ovviamente, perché in questa megalopoli di quaranta milioni di persone sembra che ci siano trenta gradi anche all’una di notte e l’umidità ti rimane costantemente appiccicata alla pelle. Trenta gradi, anche a dicembre e a gennaio. Poi sono arrivati il traffico, l’asfalto, le motociclette, i cavi elettrici che ti sfiorano le spalle. La mattina dopo le mie gambe continuavano a cercare un marciapiede, che – quando c’era – era pieno di buche.

Sono tornato a Jakarta dopo aver passato diversi anni a Cluj-Napoca, un posto che era stato la mia “casa” abbastanza a lungo da far sì che, una volta rientrato in Indonesia, quella parola avesse bisogno delle virgolette. Non è che mi aspettassi un enorme mazzo di fiori da mia madre e dai miei amici, e un tappeto rosso srotolato all’aeroporto o manifesti con la scritta “Bentornato a casa” stampati in mio onore. Certo che no.

Ma mi aspettavo che dentro di me qualcosa si ricomponesse, o almeno speravo di provare quel clic capace di risvegliare almeno una certa familiarità. In aereo, poco prima dell’atterraggio, il comandante aveva detto qualcosa tipo: “A chi è qui in visita auguriamo un buon soggiorno e a chi sta rientrando diciamo: bentornato a casa”. Molto poetico. Io, invece, sono arrivato e ho cominciato a lamentarmi. Sono diventato esattamente quel tipo di persona che non sopportavo.

So che i miei amici indonesiani si sono stancati di questa storia. Mi chiamano “l’europeo” perché parlo in continuazione di come in Europa le cose siano così diverse rispetto a Jakarta. Continuo a lagnarmi perché la passeggiata di dodici minuti dalla fermata dell’autobus fino a casa mia non è solo una passeggiata, ma un’esperienza estenuante. E del fatto che Jakarta ha un grande sistema di trasporto pubblico, con metropolitane, treni, autobus e minibus, in cui però all’ora di punta ti sembra sempre di essere stritolato vivo. O ancora, non mi andava giù che qui la vita pubblica si svolgesse principalmente nei centri commerciali, mentre a Cluj potevo semplicemente stare all’aperto ed esistere.

Hanno tutto il diritto di essersi stancati di me. Anch’io mi sarei stancato di me.

In realtà in indonesiano i miei amici non mi chiamano esattamente “l’europeo”, ma usano una formula che non suona affatto bene: sok bule. Bule indica precisamente una persona bianca. Un bule è uno straniero bianco, non uno straniero qualsiasi. Sok significa che fingi di essere qualcosa che non sei. Messe insieme, le due parole dicono: “Ti comporti come un bianco. Hai cominciato a volere cose da bianchi. E hai la puzza sotto al naso”.

Ma cosa ci sarebbe di “bianco” nel volere un marciapiede decente? Perché mai “ho la puzza sotto al naso” se mi aspetto che il trasporto pubblico funzioni anche durante le ore di punta, in una città di quaranta milioni di abitanti, nella capitale del paese, sull’isola più ricca e privilegiata dell’arcipelago?

Il mio ufficio è nel centro di Jakarta e vivo nel sud della città, sulla carta il tragitto dovrebbe essere agevole. Quando torno a casa dal lavoro prendo la metropolitana dal capolinea fino alla stazione Asean e seguo la folla verso il nodo di scambio TransJakarta Csw, dove tutti quelli diretti a sud sembrano radunarsi con la stessa espressione stanca sul volto. All’inizio avevo anch’io una normale stanchezza da pendolare, in qualche modo socialmente accettabile.

Davide Bonazzi

Poi arriva l’autobus. Se sei tra i fortunati, puoi evitare di doverti fare largo tra le spalle e le borse degli altri. Di solito è in questo momento che mi viene in mente Cluj. E in fondo è ingiusto nei confronti di Jakarta. A Cluj, dopo il lavoro o le lezioni, mi capitava di essere stanco, ma potevo tranquillamente andare a piedi dove volevo. Dallo studentato vicino ai giardini di Mănăștur il percorso verso il parco centrale o piazza Unirii poteva essere freddo, brutto, scivoloso o noioso, a seconda del mese, ma non richiedeva mai la vigilanza che Jakarta pretende da me ogni sera. Potevo passare accanto ai palazzi comunisti, agli anziani che portavano a spasso il cane, al piccolo negozio di quartiere, a qualcuno che trascinava le buste della spesa del Profi o a qualcun altro che fumava una Kent su una panchina, e nessuna parte di me doveva stare continuamente all’erta.

Quando scendo dalla metropolitana a Jakarta, il mio corpo è già provato dal viaggio. Il percorso a piedi fino a casa dura al massimo quattordici minuti ma, nel più puro stile cittadino, è abbastanza lungo da farmi innervosire, giorno dopo giorno. La strada comincia a salire leggermente e, quando arrivo al ponte sul canale, lo spazio per camminare si restringe fino a diventare una striscia sottile a margine della carreggiata. Le auto e le motociclette mi passano abbastanza vicino da costringermi a tenere la borsa stretta al corpo. Sotto di me, dell’acqua nera e lurida scorre tra pareti di cemento. Accanto, la strada è in continuo movimento.

Evito l’asfalto sconnesso, aspetto che si apra un piccolo varco, avanzo e ripeto la procedura qualche metro più avanti. Quando arrivo alla strada che porta a casa, le scarpe sono coperte di polvere e la camicia è umida.

Noi indonesiani abbiamo un meccanismo di difesa contro questo genere di disagi: ci ripetiamo che dobbiamo “essere grati”. Esiste perfino uno studio di psicologia sull’argomento. Sii grato, perché sei arrivato sano e salvo. Sii grato, hai un lavoro. Sii grato, tua madre ti aspetta a casa. Sii grato, il traffico è lento ma scorre. Sii grato, puntuale o no l’autobus è arrivato. Sii grato, stanotte non dormirai sotto un ponte. Sii grato, Jakarta ha metropolitane, linee ferroviarie sopraelevate e chissà quanti altri simboli di progresso, accatastati gli uni sugli altri. Sii grato, perché, perché, perché…

Sono cresciuto con questa mentalità e l’ho applicata chissà quante volte. A tratti rendeva sopportabile il sapore amaro della sopravvivenza. Quando avevo pochi soldi, questo senso di gratitudine mi faceva arrivare a fine giornata. Quando si rompeva qualcosa, faceva sembrare il danno meno grave. È un atteggiamento che ti aiuta a non impazzire, quando vivi in un paese dove moltissime persone sopravvivono con pochissimo. Quindi non voglio liquidarlo con troppa leggerezza, perché non sarebbe corretto. Quando la vita ha chiesto troppo a mia madre, questo sentimento l’ha aiutata a tenere unita la famiglia; quando ha dato molto a me, la gratitudine mi ha aiutato a restare con i piedi per terra.

In Indonesia la gratitudine può essere anche generosità: è qualcuno che ti offre da mangiare anche quando non ha molto. Oppure può assumere l’aspetto dello sconosciuto che durante le proteste di Jakarta dell’agosto 2025, quando i lacrimogeni sono tornati a far parte della vita cittadina, ti spreme del dentifricio sulla mano e ti dice di spalmarlo sotto gli occhi prima che comincino a bruciare. Questa è la parte che non voglio perdere.

Tuttavia, dopo la Romania, questa gratitudine ha cominciato a manifestarsi proprio nel momento in cui la rabbia sarebbe stata più utile. Credo che noi indonesiani non siamo abbastanza arrabbiati.

Ti lamenti dell’asfalto e qualcuno dice: “Almeno puoi camminare”. Ti lamenti dell’autobus? “Almeno adesso abbiamo un sistema di trasporto pubblico”. Ti lamenti del caldo? “Be’, siamo in Indonesia”. Ti lamenti perché è pericoloso attraversare la strada? “Allora sta’ attento”. Ti lamenti della burocrazia? “Qui è normale, che ti aspettavi?”.

Mi aspettavo esattamente questo: un marciapiede funzionante, un normale attraversamento pedonale. Mi aspettavo che camminare fosse un’attività senza rischi. In Indonesia fa caldo, anche caldissimo: lo so, ci sono nato in questa sauna. Ma mi aspettavo che il trasporto pubblico non mi punisse perché devo spostarmi nell’ora in cui si concentra il traffico dei pendolari. Jakarta ha trasformato cose che in Europa non sono un lusso in “pretese arroganti” da sok bule.

A Cluj, anche quando mi sentivo solo ed ero al verde, infreddolito e non riuscivo a pronunciare le “t”, le “ţ” e tutte le sfumature delle “a” romene, potevo sempre andare a piedi fino alla spiaggia Grigorescu, che non era certo Bali ma, con la sabbia e l’acqua del Someș, faceva comunque il suo dovere. Potevo prendere l’autobus o il tram e innervosirmi moderatamente per i disservizi. Potevo andare al parco centrale e starmene all’aperto senza dover comprare nulla. Potevo attraversare la strada vicino all’Opera ungherese e alzare la mano per ringraziare come un piccolo idiota troppo ossequioso, anche se sapevo che l’autista non mi stava facendo un favore personale evitando d’investirmi. Tutto era semplice e ordinario.

Per questo, quando sono tornato a Jakarta e i miei amici hanno cominciato a criticare le mie nuove idiosincrasie, li ho capiti.

Quella era la mia vera casa, o almeno così avrebbe dovuto essere. C’erano mia madre, mia sorella, i miei amici. Avevo il mio lavoro, il riso padang, GoFood – la versione indonesiana di Glovo – ed ero circondato da persone culturalmente affini, che capivano le mie battute. In tutta sincerità, non avevo alcun diritto di comportarmi come se la mia città dovesse istituire una commissione speciale per occuparsi dei miei problemi emotivi provocati dai marciapiedi dissestati.

Sotto tutti i miei piagnistei c’era un’accusa che continuavo a sentire nella mia stessa voce. Chi diavolo mi credevo di essere? Ero cresciuto a Jakarta, poi avevo vissuto in Romania per cinque anni e ora che ero tornato mi comportavo come se fossi allergico al mio paese. L’accusa faceva male, perché in parte era fondata. Ero diventato insofferente. Ero quello che dice sempre “eh, però quando ero a Cluj…” oppure “certo che però in Europa…”, mentre intorno tutti ascoltano annoiati queste disquisizioni non richieste. Ero diventato “l’europeo” capace di trasformare un marciapiede rotto in una lezione di quindici minuti sull’urbanistica che nessuno gli ha mai chiesto. In parte è arroganza. Succede quando torni dall’estero e cominci improvvisamente a guardare il tuo paese con occhi stranieri. Perché quegli occhi possono essere crudeli.

A questo punto dovrei aggiungere che non ho definitivamente tagliato i ponti con Cluj e che per me la Romania non è un capitolo concluso. Tornerò. Ma meglio essere prudenti, visto che in passato ho già dovuto fare i conti con la burocrazia dell’ufficio immigrazione. Però ci tengo. Cluj è il posto in cui sto cercando di tornare, e questo rende tutto molto più difficile da spiegare.

Ho cercato davvero di rimanere in silenzio e di comportarmi normalmente. Ho provato a non dire sempre “eh, lì a Cluj” oppure “lì, in Romania” come se fossi sponsorizzato dal sindaco Boc o dal ministero degli esteri di Bucarest. Ho smesso di parlare delle buche di Jakarta, nessuno mi ha mai chiesto cosa ne pensassi. Conoscevo il caldo indonesiano prima di conoscere la neve romena. Conoscevo Jakarta prima di sapere come si pronunciano “ţ”, “ă” e “â”. Per me questa è casa. Casa-casa. So che è giusto così. Ma al mio corpo non importa minimamente cos’è giusto.

Del resto le conferme sono troppe, e arrivano troppo in fretta. Qualcuno mi dice di essere grato perché le cose sono migliorate. E in effetti è difficile negarlo. Nei cinque anni in cui sono stato via, Jakarta ha fatto progressi visibili e quando mi lamento sembro un ragazzino viziato, soprattutto se lo faccio proprio mentre mi trovo immerso in quegli stessi progressi, magari in attesa della metropolitana che mi porterà a casa.

Appena metto piede fuori dalla metropolitana, come un riflesso il mio braccio si alza verso le strisce pedonali, poi la spalla si ritrae quando il marciapiede s’interrompe e mi ritrovo a ridosso del traffico. È questa la parte del ritorno a casa che m’inquieta di più: la naturalezza automatica dei miei gesti. Arrivo a casa pieno di risentimento, poi sento la rabbia ammorbidirsi e trasformarsi in qualcosa di abbastanza indefinito da poter passare per stanchezza.

Perché il semplice atto di camminare dev’essere così gravoso per una persona? ◆ ap

Rafly Gilang Pratama è un giornalista indonesiano. Si occupa soprattutto di mobilità, migrazione, tecnologia e questioni sociali nel sudest asiatico e nella regione dell’Asia-Pacifico. Questo articolo è uscito sul giornale culturale romeno Scena9 con il titolo “Cluj-Napoca - Jakarta, sau geografia iritării”.

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Questo articolo è uscito sul numero 1681 di Internazionale, a pagina 128. Compra questo numero | Abbonati