Q uella che l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti portano avanti nello Yemen da marzo del 2015, insieme ad altri sette paesi del Medio Oriente e del Nordafrica e con il sostegno delle armi statunitensi, è una guerra infernale. Non manca niente. Decine di bambini uccisi, bombardamenti aerei continui senza alcuna attenzione verso i civili, carestia, colera. Non c’è da stupirsi se aumentano le critiche da parte del congresso statunitense e delle organizzazioni per i diritti umani. Eppure, da quando il presidente Donald Trump (come Barack Obama prima di lui) ha nominato la coalizione a guida saudita paladina degli Stati Uniti in Medio Oriente, nello Yemen la guerra contro i ribelli huthi è sempre più feroce. E il ramo locale di Al Qaeda si fa più forte.
L’incessante campagna aerea saudita ha colpito un’infinità di obiettivi civili con bombe e missili di fabbricazione statunitense, ma a Washington non hanno battuto ciglio. Ci è voluto un massacro sproporzionato e molto pubblicizzato per costringere finalmente il Pentagono a usare parole di rimprovero: il 7 agosto 2018 nel nord dello Yemen un attacco aereo ha colpito uno scuolabus, con una bomba a guida laser fabbricata dall’azienda statunitense Lockheed Martin, uccidendo 51 persone, di cui quaranta erano bambini. Subito dopo un gruppo di esperti nominato dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha pubblicato un rapporto che denunciava altri attacchi contro i civili. Forse il peggiore è quello che ad aprile ha ucciso 137 persone, e ne ha ferite altre 695, durante un funerale a Sanaa, la capitale dello Yemen.
Uno scherzo crudele
L’attacco allo scuolabus e il rapporto dell’Onu hanno amplificato l’indignazione internazionale per la carneficina in corso nello Yemen. Così il 28 agosto il segretario della difesa statunitense James Mattis ha fatto sapere che l’appoggio di Washington alla campagna militare dei paesi del Golfo non è incondizionato, e che i sauditi e i loro alleati devono fare “tutto quello che è umanamente possibile per evitare la perdita di vite innocenti”. Considerato che dallo scoppio della guerra questa condizione non è stata neanche lontanamente rispettata e che l’amministrazione Trump non ha alcuna intenzione di ridurre il sostegno ai sauditi e alla loro guerra, le parole di Mattis suonano come uno scherzo crudele, a spese dei civili yemeniti.
La situazione nello Yemen è documentata da cifre spaventose. Dal 2015 gli aerei da guerra dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti hanno ucciso (secondo una stima prudente) 6.475 civili e ne hanno feriti più di diecimila. Tra gli obiettivi colpiti ci sono fattorie, case, mercati, ospedali, scuole, moschee e siti storici. Da marzo del 2015 ad aprile del 2018, la coalizione ha condotto 17.243 bombardamenti in tutto il paese.
L’Arabia Saudita e i suoi alleati hanno accusato i ribelli huthi di aver compiuto attacchi contro i civili, come ha confermato anche l’organizzazione per la difesa dei diritti umani Human rights watch. Ma i crimini degli huthi impallidiscono di fronte a quelli di una coalizione che da un punto di vista militare è nettamente più forte.
I bombardamenti, inoltre, sono solo una parte del problema. Il blocco navale imposto dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti fin dall’inizio del conflitto ha ridotto il numero delle navi che approdano al porto di Al Hodeida, controllato dagli huthi: erano state 129 tra il gennaio e l’agosto del 2014, e appena 21 negli stessi mesi del 2017. Di conseguenza nel paese entrano molti meno prodotti alimentari e medicine, con effetti disastrosi per la popolazione.
Lo Yemen, il più povero tra i paesi arabi, dipende dalle importazioni per l’85 per cento dei beni alimentari, del carburante e delle medicine. Quando i prezzi sono aumentati a causa del blocco navale si sono diffuse la carestia, la malnutrizione e la fame. Oggi quasi 18 milioni di yemeniti , l’80 per cento della popolazione, fanno affidamento sugli aiuti umanitari per sopravvivere. Secondo la Banca mondiale quasi otto milioni e mezzo di persone “sono sull’orlo della carestia”. Nel dicembre del 2017, in seguito alla pressione internazionale, il blocco navale è stato attenuato.
L’embargo ha contribuito a diffondere un’epidemia di colera, aggravata dalla mancanza di medicine. Secondo un rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità, tra l’aprile del 2017 e il luglio del 2018 ci sono stati più di un milione e centomila casi. Almeno 2.310 persone sono morte a causa della malattia, in gran parte bambini. È considerata la peggiore epidemia dal 1949, da quando cioè ci sono dati disponibili. La aggravano l’acqua potabile contaminata dai rifiuti (non più raccolti a causa della guerra), i sistemi fognari distrutti e il blocco degli impianti di depurazione a causa della mancanza di carburante.
Rifornimenti in volo
L’Arabia Saudita e gli Emirati sostengono che il blocco navale serve a fermare il flusso di armi dagli iraniani agli huthi. Ma non può essere considerato un atto di legittima difesa, anche se è stato deciso dopo che gli huthi avevano sparato dei missili contro l’aeroporto di Riyadh e la residenza del re (i missili sono stati intercettati dalle difese aeree saudite, ed erano una risposta agli attacchi della coalizione sulle zone controllate dagli huthi, che avevano ucciso 136 civili).
L’ambasciatrice statunitense all’Onu, Nikki Haley, si è limitata a ripetere le accuse saudite secondo cui i missili degli huthi erano stati forniti dall’Iran, e ha condannato l’interferenza di Teheran nello Yemen. Ma gli Stati Uniti e il Regno Unito forniscono armi e assistenza tecnica che causano una distruzione enorme. Tra le armi date da Washington c’erano anche le munizioni a grappolo, proibite da un trattato del 2008 firmato da 120 paesi, a cui non hanno aderito né Riyadh né Washington. Nel maggio del 2016 l’amministrazione Obama ha interrotto l’invio di queste armi all’Arabia Saudita, che da allora usa la variante prodotta in Brasile.
Ma altre armi statunitensi continuano ad arrivare a Riyadh, e gli aerei da guerra sauditi dipendono dalle cisterne dell’aeronautica statunitense per il rifornimento in volo. Inoltre i militari sauditi ricevono dal Pentagono informazioni di intelligence e consulenze. Con l’arrivo di Donald Trump il coinvolgimento militare statunitense in questo conflitto si è intensificato: ora al confine tra lo Yemen e l’Arabia Saudita ci sono le forze speciali statunitensi, che contribuiscono a individuare e attaccare le roccaforti degli huthi.
Nel giugno del 2018, nonostante l’opposizione degli Stati Uniti, la coalizione ha lanciato un’offensiva per conquistare Al Hodeida. Durante l’operazione le forze aeree e le navi di Riyadh e Abu Dhabi hanno appoggiato le truppe sudanesi ed emiratine sul campo, affiancate da milizie yemenite alleate. L’avanzata si è fermata di fronte alla resistenza degli huthi, ma nel frattempo almeno 50mila famiglie avevano abbandonato la città, e i servizi di base per i 350mila abitanti rimasti erano ridotti allo stremo.
Le premesse di questa tragica situazione risalgono al 2011, quando i venti della primavera araba soffiavano sul Medio Oriente, abbattendo o facendo tremare i regimi dalla Tunisia alla Siria. Nello Yemen ci furono manifestazioni contro il presidente Ali Abdullah Saleh, che scelse di rafforzare l’alleanza con Riyadh e gli Stati Uniti, isolando gli huthi, che hanno la loro roccaforte nella regione di Saada, al confine con l’Arabia Saudita. Gli huthi, seguaci dello zaydismo, una variante dell’islam sciita, nel 1992 avevano svolto un ruolo di primo piano nella creazione di un movimento politico, Ansar Allah, in difesa degli interessi della loro comunità e contro la maggioranza sunnita del paese. Nel tentativo di ostacolarli, i sauditi avevano sostenuto leader religiosi sunniti fondamentalisti nel nord dello Yemen e di tanto in tanto avevano condotto attacchi nei territori degli huthi.
Quando gli huthi avevano cominciato a ribellarsi, Saleh aveva tentato di proporsi come un alleato di Washington nella guerra al terrore seguita agli attentati dell’11 settembre 2001, in particolare contro Al Qaeda nella penisola arabica (Aqap), il ramo locale di Al Qaeda, che si stava rafforzando nel paese. Inoltre Saleh si era unito ai sauditi nel dipingere gli huthi come pedine nelle mani dell’Iran. Ma poi gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita cominciarono a vedere il despota yemenita come un peso e contribuirono alla sua deposizione nel 2012, trasferendo il potere nelle mani del vicepresidente Abd Rabbo Mansur Hadi. Questa mossa, però, non servì a calmare le acque e il paese cominciò a disintegrarsi mentre la transizione politica falliva.
Intanto gli attacchi dei droni statunitensi contro Aqap provocavano l’ira di molti yemeniti. Non solo perché ai loro occhi i bombardamenti violavano la sovranità del paese, ma anche perché spesso a farne le spese erano i civili. Gli elogi di Hadi alla strategia statunitense lo screditarono ulteriormente. Il potere di al Qaeda continuava a crescere, così come il malcontento nel sud del paese, dove signori della guerra e bande criminali ormai agivano impunemente, evidenziando l’inefficacia del governo di Hadi. Le riforme economiche neoliberiste arricchivano una ristretta cerchia di famiglie che da sempre controllano una gran parte della ricchezza dello Yemen, mentre la situazione economica di molti yemeniti precipitava.
Quando Hadi propose un piano per creare un sistema federale, gli huthi si infuriarono: i nuovi confini, tra le altre cose, avrebbero separato la loro regione dal mar Rosso. Così si prepararono alla battaglia. Le loro forze avanzarono rapidamente verso sud. Nel settembre del 2014 conquistarono la capitale Sanaa e proclamarono un nuovo governo. Nel marzo dell’anno successivo occuparono Aden, nel sud del paese, e Hadi, che con il suo governo si era trasferito lì, scappò a Riyadh.
Gennaio 2011 Sull’onda della primavera araba, nello Yemen scoppiano proteste contro il presidente Ali Abdullah Saleh.
Novembre Saleh lascia il potere al suo vice, Abd Rabbo Mansur Hadi.
Settembre 2014 Sentendosi esclusi dal nuovo assetto del potere, gli huthi, ribelli sciiti originari del nord del paese, marciano sulla capitale Sanaa.
Gennaio 2015 Gli huthi rovesciano il governo.
Marzo Una coalizione di paesi della regione guidata dall’Arabia Saudita lancia una campagna militare contro gli huthi, che sono sempre più sostenuti dall’Iran.
Marzo 2017 L’Onu denuncia la peggiore crisi umanitaria del mondo.
Settembre 2018 I colloqui di pace a Ginevra falliscono dopo che la delegazione dei ribelli huthi non si presenta. **Al Jazeera, Afp **
I primi bombardamenti aerei contro Sanaa furono lanciati nel marzo del 2015.
Semplificazione estrema
La tipica narrazione sulla guerra nello Yemen oppone la coalizione saudita appoggiata dagli Stati Uniti agli huthi considerati agenti dell’Iran, a conferma della crescente influenza di Teheran in Medio Oriente. La lotta al terrorismo e il contrasto all’Iran sono diventati i pilastri del sostegno di Washington alla guerra saudita. Ma in realtà ci sono importanti differenze tra la variante zaydita dello sciismo seguita dagli huthi e lo sciismo duodecimano dominante in Iran, e diverse somiglianze tra gli zayditi e i sunniti. Il che rende poco credibile l’ipotesi di un’alleanza religiosa tra l’Iran e gli huthi. Teheran non si era schierata negli scontri che avevano opposto il regime di Saleh e gli huthi tra il 2004 e il 2010, e non ha legami di lungo corso con i ribelli.
Inoltre è improbabile che l’Iran sia la fonte principale di armi e sostegno degli huthi. La distanza e il blocco navale imposto dalla coalizione hanno reso praticamente impossibile per l’Iran rifornire i ribelli di grandi quantità di armi. D’altra parte, avendo saccheggiato diverse basi militari durante la marcia verso Aden, gli huthi non sono a corto di armi. Senza dubbio l’influenza iraniana nello Yemen è aumentata dal 2015, ma ridurre la complessità della crisi yemenita a un’interferenza iraniana e a uno schieramento sciita guidato da Teheran che va dalla Siria alla penisola arabica è un’estrema semplificazione.
L’ossessione di Trump e dei suoi consulenti per l’Iran e la loro smania di promuovere i produttori di armi statunitensi aiutano a spiegare l’alleanza americana con la casa reale saudita e l’appoggio alla guerra che Riyadh porta avanti nello Yemen. Nel congresso l’opposizione alla guerra è aumentata, ma non abbastanza per imporsi, e le monarchie del Golfo continuano a comprare grandi quantità di armi statunitensi. Inoltre la lobby saudita ed emiratina, che può contare su sterminate risorse economiche, è molto attiva a Washington.
La politica statunitense nello Yemen non sconfiggerà il terrorismo né ridurrà l’influenza dell’Iran. L’intervento saudita rischia non solo di essere controproducente, ma anche di rendere reale una minaccia che all’inizio era quasi inesistente, perché sta rafforzando un’alleanza tra l’Iran e gli huthi, che controllano una parte importante del paese. Inoltre, con una mossa che potrebbe rendere la guerra ancora più sanguinosa, gli Emirati Arabi Uniti sembrano sostenere la secessione del sud dello Yemen. E anche sul fronte antiterrorismo non ci sono grandi risultati. Anzi, gli attacchi con i droni potrebbero spingere gli yemeniti verso Al Qaeda.
Nello Yemen gli Stati Uniti sostengono un feroce intervento militare per cui è difficile trovare una giustificazione, pratica o morale. Sfortunatamente, è ancora più difficile immaginare che il presidente Trump o il Pentagono possano arrivare a questa conclusione e cambiare rotta. ◆ fdl
Rajan Menon insegna relazioni internazionali al City college of New York ed è ricercatore al Saltzman institute of war and peace studies della Columbia university, negli Stati Uniti. Il suo ultimo libro è The conceit of humanitarian intervention (Oxford University Press 2018).
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Questo articolo è uscito sul numero 1277 di Internazionale, a pagina 54. Compra questo numero | Abbonati