Lo scorso aprile ho partecipato a Fast track your retirement overseas 2019 (Velocizza la tua pensione all’estero 2019), un seminario di due giorni organizzato da International Living, una rivista statunitense che da quarant’anni propone ai lettori l’idea di andarsi a godere la vita all’estero. Con in mano una sacca da viaggio di benvenuto, mi accodo a un gruppo di partecipanti entusiasti diretti verso la sala convegni di un hotel di Orlando, in Florida. Al prezzo di circa mille dollari, gli organizzatori promettono non solo di “dare forza al nostro sogno” di andare in pensione all’estero, ma anche di spiegarci come farlo. Impareremo a orientarci tra status giuridici transnazionali, norme fiscali, transazioni immobiliari, banche, investimenti e approcci culturali diversi, e capiremo come mettere in pratica le strategie necessarie per massimizzare i profitti ed evitare frustrazioni. Non solo, godremo della compagnia di “persone che la pensano come noi”. Al di là di un interesse comune a trasferirsi fuori degli Stati Uniti, il significato di “pensarla come noi” resta poco chiaro.

Ai tavoli disposti nella sala c’è un misto di corrispondenti di International Living, agenti immobiliari, avvocati e consulenti finanziari. Il tavolo di Panamá, tutto colorato, ammicca: “Vieni da noi per lo stile di vita, resta per la convenienza”. Più in là su un grande cartellone si legge: “55 per cento di sconto sul sud della Spagna”. Un tavolo costaricano offre case con panorami mozzafiato a prezzi invitanti insieme a servizi di odontoiatria estetica a buon mercato. I consulenti finanziari hanno una serie di dritte per gli expat, gli espatriati, che vogliono accedere all’assistenza sanitaria degli Stati Uniti, mentre due aziende che operano nel settore dei diamanti spiegano i vantaggi degli investimenti minerari: stabilità, portabilità, anonimato e convertibilità in tutto il mondo. Per chi ha inclinazioni più spirituali, una società di life coaching offre assistenza per la “crescita e trasformazione personale” dei partecipanti al seminario che si preparano al “viaggio eroico” per trasferirsi all’estero.

Il contrasto tra i nordamericani che migrano a sud e i centroamericani che vanno a nord non potrebbe essere più netto. Meno ovvie, invece, sono le somiglianze nelle due tendenze

Mentre la nostra allegra compagnia di 350 statunitensi ultracinquantenni, borghesi e quasi tutti bianchi cerca di scoprire come realizzare i propri sogni all’estero, i migranti centroamericani vivono un incubo. In fuga dalla violenza delle gang, dalla corruzione politica e dalla povertà estrema, un numero record di migranti rischia la pelle per cercare di raggiungere gli Stati Uniti. Al loro arrivo vengono tenuti in custodia in strutture simili a prigioni o trovano riparo sotto i ponti o nelle tende. La polizia di frontiera statunitense separa migliaia di bambini dai genitori e li rinchiude in un recinto a maglie di ferro senza misure igieniche adeguate. Da gennaio del 2017, decine di migranti sono morti nelle prigioni degli Stati Uniti e Washington ammette che potrebbero volerci anni per ricongiungere i bambini immigrati alle loro famiglie.

Mentre il governo degli Stati Uniti tiene in gabbia migliaia di bambini, i corrispondenti di International Living promettono ai potenziali expat statunitensi che i loro animali domestici potranno trasferirsi all’estero in modo facile e sicuro. Ernesto Arrañaga, avvocato immobiliarista e consulente di International Living per il Messico, sottolinea l’atteggiamento amichevole e flessibile del suo paese verso gli stranieri, e il suo collega Jason Holland, da anni corrispondente di International Living, spiega che il confine con il Messico è “abbastanza facile” da attraversare. Ci assicurano che avremo Netflix, che l’inglese lo capiscono tutti e che nessuno ci prenderà in giro per come parliamo. Né i relatori né i partecipanti sembrano turbati dal fatto che mentre noi cerchiamo di capire qual è il luogo migliore dove stabilirci fuori dagli Stati Uniti, il presidente Donald Trump sta andando avanti con il suo progetto di costruire un “grande, bellissimo muro” lungo il confine meridionale. Nessuno alla conferenza pronuncia mai la parola “migrante”. Noi siamo expat.

Queste realtà dissonanti passano totalmente sotto silenzio anche quando parla di altri paesi. Per esempio la Colombia, appena uscita dalla guerra, sul fascicolo distribuito al seminario è descritta come “il prossimo rifugio per gli expat” e “l’ex segreto meglio custodito dell’America Latina”. Peccato che sia anche la meta di schiere di profughi venezuelani in fuga dalla gravissima crisi economica e sociale che sta devastando il loro paese. Oggi più di 1,2 milioni di migranti venezuelani vivono nelle tendopoli o per le strade della Colombia. Anche se inizialmente il governo di Bogotá si è offerto di prestare assistenza ai profughi, le agenzie per i diritti umani denunciano la mancanza di beni di prima necessità e l’aumento di attacchi xenofobi, a volte violenti, contro i venezuelani.

francesca ghermandi

Gli organizzatori esaltano anche i “prezzi bassi, l’assistenza sanitaria eccellente e accessibile e le bellissime spiagge” dell’Asia. La Thailandia è considerata uno dei “paesi più fichi in cui andare in pensione”; in particolare la “graziosa località turistica costiera” di Hua Hin, che vanta “undici campi da golf, un clima pressoché perfetto, una nutrita comunità di expat, un eccellente ospedale riconosciuto a livello internazionale e centinaia di posti per mangiare”. Mentre migliaia di expat si godono “tutte le comodità di casa” a Hua Hin, un altro gruppo di migranti sopporta condizioni ben diverse nei nove campi tailandesi che ospitano più di 97mila rifugiati provenienti dalla vicina Birmania. A queste persone, fuggite da una lunghissima guerra civile e da una brutale pulizia etnica, è proibito lasciare i campi per cercare lavoro o istruzione.

La conferenza di Orlando è un microcosmo di tendenze che stanno alimentando un flusso crescente ma ancora poco visibile di persone che migrano dal nord al sud del mondo. È difficile trovare dei numeri, ma il governo degli Stati Uniti stima che nove milioni di cittadini statunitensi vivano all’estero, di cui più di un milione in Messico. Sempre più spesso, costruttori e agenti immobiliari internazionali propongono ai ricchi consumatori occidentali di trasferirsi nei paesi meno benestanti per godersi la vita a prezzi scontati. I potenziali expat si considerano degli avventurieri pronti a ridefinire i contorni della propria vita, ma alcuni di loro parlano con enfasi anche dell’aumento delle spese sanitarie, dell’instabilità del mercato immobiliare, del calo delle pensioni e del collasso della rete di sicurezza sociale negli Stati Uniti. International Living è una delle tante realtà che traggono profitto da questo nuovo fenomeno migratorio.

Il contrasto tra i nordamericani che migrano a sud e i centroamericani che vanno a nord, o tra gli expat occidentali che se la spassano sulle spiagge tailandesi e i rifugiati birmani che muoiono di fame nei campi, non potrebbe essere più netto, ed è il segno tangibile delle profonde disuguaglianze che caratterizzano l’attuale sistema internazionale. Meno ovvie, invece, sono le somiglianze nelle tendenze migratorie. Ma osservando più da vicino le motivazioni che spingono alcuni migranti apparentemente privilegiati del nord del mondo a spostarsi – e dove – capiamo fino a che punto la precarietà è diventata globale e come la mobilità stia diventando sempre più una strategia per contrastare l’insicurezza economica e sociale.

Negli ultimi anni gli esperti hanno coniato definizioni come “amenity migration”, “lifestyle migration”, “international retirement migration”, “migrazione privilegiata” e “turismo residenziale” per descrivere una nuova tendenza della mobilità globale che non è riconducibile al più familiare concetto di migrazione economica dai paesi più poveri a quelli più ricchi. Questo gruppo di migranti alternativi sarebbe spinto dalla ricerca di uno stile di vita migliore: tranquillità, avventura, climi miti, nuovi scenari, appagamento spirituale o semplicemente un nuovo inizio. I pensionati sono la maggioranza, ma la variegata compagnia dei nuovi expat comprende anche giovani in cerca di spiritualità e genitori che vogliono far vedere ai figli stili di vita diversi.

francesca ghermandi

Lo scorso giugno, descrivendo la sua giornata tipo in Guatemala, un’expat nordamericana ha scritto: “In basso vedo i tetti dei villaggi, le piantagioni di caffè e la cittadina storica di Antigua incastonata in una valle circondata da colline boscose. Mi godo il paesaggio da quassù mentre faccio yoga, medito e sorseggio frullati tropicali sotto il caldo sole del mattino”. A giugno del 2016, la corrispondente di International Living Nancy Kiernan ha descritto in questo modo la sua nuova vita a Medellín, in Colombia: “Ora che mi sono lasciata alle spalle la vita frenetica che facevo negli Stati Uniti, ho il tempo di fare le cose che facevo da giovane. Posso starmene seduta in uno dei tanti parchi a godermi l’atmosfera mentre bevo un succo di frutta appena fatto”. Altri expat e corrispondenti di International Living dipingono un quadro analogo della vita fuori degli Stati Uniti: “Vivere rilassati in Nicaragua”; “In Belize siamo contenti e non pensiamo di tornare”; “Fare la bella vita in una tranquilla cittadina sul lago in Messico”; “Trasferirmi all’estero mi ha dato l’opportunità di cambiare vita”.

International Living è un grande facilitatore di questa migrazione all’insegna del cambio di stile di vita. Fondata da Bill Bonner nel 1979, la testata madre era una semplice newsletter per chi sognava di andare a vivere all’estero. Oggi è una rivista a colori di quarantadue pagine che vanta più di 105mila abbonati. I lettori arrivano a 450mila grazie a un approfondimento quotidiano che viene inviato per email, chiamato Postcard, e a una serie di newsletter incentrate sugli argomenti più disparati, da come mantenersi all’estero a come trovare le migliori opportunità immobiliari. L’organizzazione sponsorizza due conferenze all’anno negli Stati Uniti, oltre a molti seminari in loco nei paesi di destinazione più gettonati. Un elegante sito attira 350mila visitatori al mese, l’80 per cento dei quali risiede negli Stati Uniti. International Living si descrive come una “comunità internazionale in piena regola”, composta da “più di duecento persone tra soci, esperti ed expat in giro per il mondo”, tutti impegnati a “far luce su un modo diverso e migliore di vivere, più semplice ma più pieno, più ricco, più gratificante e più conveniente di quello a cui siamo abituati”.

La convenienza economica è sempre più parte integrante del marketing di International Living. La scelta di vivere all’estero è descritta come un modo per trovare sicurezza in un mondo instabile. Mentre negli Stati Uniti il costo della vita diventa sempre più esorbitante, a sud del confine si spende molto meno per la casa, le tasse, i servizi pubblici e, soprattutto, l’assistenza sanitaria. In un Postcard del 2016 intitolato “In Messico viviamo con la previdenza sociale e la vita è bella”, una coppia di Austin che si è trasferita in una grande casa in una comunità recintata a San Miguel de Allende racconta: “Pagavamo 12mila dollari all’anno di imposta sulla casa; adesso paghiamo duecento dollari all’anno e viviamo sereni”. Al seminario di Orlando, i corrispondenti di vari paesi ci assicurano che trasferendoci oltreconfine non pagheremo imposte sui redditi o sui conti di risparmio aperti all’estero e che le tasse sulla casa sono bassissime.

Nel corso del weekend capisco che a spingere verso gli altri paesi i potenziali migranti statunitensi non è solo la promessa di un buon affare. Nel suo intervento su “Come scegliere il posto perfetto”, Suzan Haskins di International Living parla di otto elementi chiave alla base della scelta: al primo posto c’è la convenienza economica, al secondo l’assistenza sanitaria. I corrispondenti dal Messico spiegano che gli expat possono accedere a cure di alto livello a prezzi dimezzati rispetto agli Stati Uniti. Una corrispondente dall’Ecuador elogia la qualità, l’efficienza e l’accessibilità economica dei servizi sanitari in Ecuador e racconta che quando viveva negli Stati Uniti doveva lavorare per accedere alle cure sanitarie e che questo la stava uccidendo. Nelle conversazioni durante la pausa caffè l’assistenza sanitaria è un tema ricorrente. Un uomo di cinquant’anni del North Dakota mi dice che ha deciso di partecipare alla conferenza quando ha visto suo padre morire “dissanguato” dalle spese sanitarie dopo una vita di duro lavoro.

Altro elemento di preoccupazione per gli americani che scelgono di trasferirsi all’estero è il calo del valore delle pensioni e di altre forme di risparmio previdenziale. Un corrispondente dall’Ecuador spiega così la sua decisione di emigrare: “Come milioni di persone, durante la recessione del 2008 io e mia moglie ci siamo ritrovati in gravi difficoltà quando ho perso il mio lavoro da dirigente e abbiamo scoperto che la nostra casa non valeva più nulla. La crisi finanziaria globale è entrata nella nostra vita e le conseguenze sono state molto dolorose”. Cavalcando e alimentando questo genere di paure, International Living fa pubblicità non solo ai potenziali paesi di destinazione, ma anche a una serie di seminari che aiutano chi emigra ad affrontare il trasferimento sul piano economico. Nel lanciare un “vertice sul flusso di cassa” nel 2019, la rivista avvertiva i lettori: “Non basta più risparmiare, perché l’inflazione e l’aumento delle tasse si portano via i nostri guadagni”. Il sistema pensionistico degli Stati Uniti è a pezzi e “una crisi delle pensioni sta per travolgerci come una valanga”.

Il destinatario del messaggio è un gruppo sempre più nutrito di persone che sentono crescere l’insicurezza per il proprio futuro economico ma pensano di meritare qualcosa di più. Il marketing di Inter­national Living riflette questa ambiguità. Sul sito i lettori della rivista sono descritti come “persone ricche, istruite, attente agli investimenti e avventurose”, ma quando un autore invita i potenziali expat a entrare nella sua “tribù di girovaghi e cittadini del mondo”, spiega: “La gente spesso si unisce alla nostra tribù proprio perché non si sente ‘economicamente indipendente’ nel proprio paese d’origine ed è alla ricerca di un’occasione migliore”. In effetti, la maggioranza relativa (il 40 per cento) dei lettori di International Living dichiara un reddito familiare annuale compreso tra i 75mila e i 149mila dollari (70mila e 138mila euro), mentre solo il 3 per cento ha un reddito superiore ai 250mila dollari. Tra i partecipanti al seminario di Orlando ci sono persone che lavorano nell’edilizia, nelle assicurazioni o nella scuola e vengono da posti come Lima, in Ohio, o Lees­burg, in Florida. Hanno abbastanza soldi per pagarsi un seminario di due giorni in un hotel di lusso, ma non per essere sicuri di realizzare il sogno americano negli Stati Uniti. Nonostante il loro innegabile privilegio rispetto a chi si muove nella direzione opposta e a quasi tutti gli abitanti dei paesi in cui si trasferiscono, questi migranti dal nord del mondo non sono immuni ai capricci della globalizzazione e devono fare i conti con una crescente insicurezza economica e sociale; come altri migranti, vedono nel passaggio delle frontiere una strada per un futuro più stabile.

Se i progressisti statunitensi ricordano giustamente agli elettori che chi migra negli Stati Uniti non ha colpe per i suoi guai, allargare la lente della migrazione a questi expat può aiutarci a capire meglio i meccanismi del capitale globale, le asimmetrie di potere su cui si fonda e le forme di precarietà che produce. E magari a farci diventare più solidali verso quei migranti per i quali nessuno organizza un seminario di due giorni in un albergo in Florida. ◆ fas

**Sheila Croucher **

è professoressa emerita di studi globali e interculturali alla Miami university. Questo articolo è uscito su Dissent con il titolo Lifestyle migrants.

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Questo articolo è uscito sul numero 1351 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati