Immagino un’accogliente sala da pranzo da qualche parte nell’Europa dell’est, a Bucarest o forse a Zagabria. Ma potrebbe anche essere Timisoara o Bratislava. È domenica, e una famiglia si è riunita a mangiare intorno a un grande tavolo, come spesso succede nella mia parte del mondo. Di solito prima arriva un brodo di pollo o di manzo con gnocchetti fatti in casa, poi un abbondante piatto di carne e patate al forno con contorno di verdure, seguito da dolce e caffè. Intorno al tavolo ci sono tre generazioni. Madre e padre hanno più o meno la mia età, sono nati nei primi anni cinquanta. I loro figli sono nati negli anni ottanta, cioè appena in tempo per ricordare qualcosa della vita sotto il comunismo. I nipotini sono troppo piccoli per curarsene.
Un pranzo così dura parecchio, perché si mangia e si parla, si parla e si mangia. Si parla della memoria. “Ti ricordi il 1989?”, chiede il padre alla madre indaffarata a servire la minestra. “Dopo tutto è stato un anno storico per la nostra generazione. Ripensando a quegli avvenimenti, mi stupisce quanto sembrano vicini e allo stesso tempo lontani”, continua. “Vicini, perché ricordo tutto benissimo, come se fosse successo ieri. Lontani, perché una persona nata quell’anno, tutta quella generazione, avrà presto trent’anni”.
La nostra memoria c’inganna quando ricordiamo dei dettagli poco importanti? C’era profumo di neve nell’aria quel giorno, il 9 novembre? C’era una sensazione di sollievo?
“Certo che mi ricordo”, risponde lei. “Ma sai, quando ero giovane la seconda guerra mondiale sembrava appartenere a un passato molto lontano, anche se ai miei genitori doveva sembrare recente come lo è il 1989 per me. Allora non pensavo che la storia passata avesse qualcosa a che fare con la mia vita. Dev’essere lo stesso per chi è nato nel 1989. Cosa può significare davvero per loro quell’anno, o il comunismo in generale, al di là di ciò che hanno capito da qualche nostro ricordo, magari perfino nostalgico?”.
Annuendo, il padre si rivolge ai due figli. “È vero, ma non mi faccio troppe domande sul passato. Piuttosto mi chiedo: cosa pensate voi di quello che è successo in seguito, dopo il 1989?”. Per un attimo la domanda rimane sospesa nel vuoto.
Passato e presente sono spesso messi a confronto nelle conversazioni intorno alle nostre tavole. Conversazioni che si svolgono a casa, come se avessimo ancora paura di affrontare pubblicamente la distanza tra ricordi personali e storia “ufficiale”, come ai vecchi tempi. La nostra memoria c’inganna quando ricordiamo dei dettagli poco importanti? C’era profumo di neve nell’aria quel giorno, il 9 novembre? C’era una sensazione di sollievo? La persona accanto a noi aveva le lacrime agli occhi mentre vedevamo crollare il muro di Berlino? Sono molti i frammenti in quella catena di eventi che più tardi sarebbe stata descritta come una rivoluzione, anche se la definirei piuttosto un terremoto, per l’impatto emotivo che ha avuto, per come ha scosso le fondamenta della nostra esistenza.
Ricordo l’espressione sul volto del dittatore romeno Nicolae Ceauşescu. Una telecamera lo sorprese nel momento esatto in cui si rendeva conto che la marea lo stava inghiottendo. Sgomento e incredulità. Quello che ho visto su quel volto rimarrà per sempre con me. A quanto pare la gente vede di rado il quadro d’insieme o capisce il vero significato degli avvenimenti di cui è testimone. Nel caso della caduta del comunismo, mi sembra che all’epoca il sentimento dominante fosse lo stupore. La gioia arrivò solo dopo, mista a qualche sospetto. “È proprio vero?”, ci chiedevamo. Una ragione potrebbe essere che non eravamo capaci di pensare al futuro, d’immaginarlo in una luce diversa dal grigiore del nostro presente.
No, i nostri ricordi non ci fanno scherzi, nonostante certe immagini e sensazioni frammentarie profondamente radicate nella nostra memoria. L’intero grande terremoto, le sue cause e le sue conseguenze allora ci sfuggirono, solo per tornare in seguito come storia. Per questo diventa importante cosa ricordiamo, se ci sono discrepanze e vuoti, come sappiamo dai vecchi tempi.
C’è un’altra discrepanza che mi viene in mente quando ricordo il 1989: quella tra storia e fantasia. C’era una certa innocente ingenuità che aleggiava sull’Europa dell’est, la speranza che la caduta del comunismo sarebbe stata, in qualche modo, la garanzia che avremmo vissuto per sempre felici e contenti. Il motivo per cui la definisco innocente è che non sapevamo davvero cosa aspettarci, ma sapevamo cosa volevamo: fascino e scintillio, come dall’altra parte, in occidente. A cos’altro potevamo pensare, se non alla pura magia vecchio stile, come in uno spettacolo da circo di provincia? O come nelle favole: avevamo la sensazione che quanto era appena successo fosse una favola in cui un uomo, superando ostacoli insormontabili messi sulla sua strada dal padre della principessa, conquista il cuore della ragazza e diventa re.
Quale altro concetto – o piuttosto “narrazione”, come si dice oggi – conoscevamo? La democrazia era un’idea vaga e lontana, una teoria irraggiungibile nella pratica. I diritti umani ancora di più. Il capitalismo lo capivamo solo nella misura in cui venivamo conquistati da supermercati pieni di prodotti incredibili e di sciocchezze sconosciute. Quella era una realtà che potevamo toccare, annusare, consumare, acquistare e possedere, la misura stessa del nostro successo. Sgobbare per pochi soldi, la povertà e i disoccupati non facevano parte del gioco.
Non avevamo esperienza del nuovo mondo che si spalancava davanti a noi, avevamo solo sogni fatti di immagini televisive, film, chiacchiere sulla libertà di espressione, cioccolatini incartati con eleganza e le luci scintillanti delle vetrine viennesi e parigine.
C’è un altro motivo per cui penso che eravamo ingenui: credevamo che un cambiamento così drammatico – il crollo di un intero sistema politico – potesse avvenire dolcemente e senza scossoni, con poche vittime e conflitti limitati. Non ci aspettavamo le profonde trasformazioni che stavano maturando né il fatto che fossero di due tipi: progressiste, moderne, liberali e tolleranti, ma anche il contrario. La medaglia aveva due facce: su una c’erano la democrazia e la libertà, sull’altra lo sfruttamento e la povertà. Forse era semplicemente più facile credere nella nuova realtà senza farsi domande, abbracciare il lusso più della democrazia, l’avidità più dei diritti umani. Anche se le nostre fantasie sull’Europa e tutto quello che significava non durarono a lungo.
Sotto il grande cambiamento serpeggiava una reazione. Quando la terra ti trema sotto i piedi, cerchi sicurezza in quello che conosci, che ricordi, in quello che c’era prima del crollo del comunismo.
Ma cosa c’era da rimpiangere? Non molto. Però esistevano due solidi pilastri dell’identità collettiva: quello nazionale e quello religioso. Perfino durante il comunismo l’identità nazionale, anche se era stata soppressa, si era preservata nella lingua e nella cultura. E poi c’era la religione, in alcune nazioni più importante, in altre meno. Era una componente ineliminabile dell’identità nazionale, anche se si esprimeva più a livello di tradizioni e cultura che di regolare pratica religiosa. Di fatto, dopo il 1989 identità nazionale e religione arrivarono rapidamente a dominare il discorso pubblico, con grande sorpresa della gente e dei politici occidentali, per i quali il nazionalismo faceva parte del passato (credevano allora!) e la religione era una questione squisitamente privata. All’inizio gli occidentali ebbero l’impressione che gli europei dell’est non arrivassero semplicemente da un luogo diverso, ma anche da un’altra era.
Non fu l’unica incomprensione. La percezione della nostra mentalità fu un problema altrettanto grande. Questo fenomeno è più difficile da spiegare e individuare con precisione, ma capire gli europei dell’est anche da un punto di vista psicologico è fondamentale. Nel 1989 la maggior parte di loro aveva vissuto quasi sempre sotto il comunismo. Questa esperienza, comune a tutti, aveva formato valori e percezioni, abitudini e aspettative: in sostanza una visione del mondo. Aveva formato un particolare tipo di mentalità. Un regime politico può cambiare dalla sera alla mattina, ma la mentalità è più resistente. Per cambiarla ci vuole tempo, addirittura generazioni.
Nella nuova realtà postcomunista, alla gioia si accompagnò subito un sentimento di delusione provocato dalla crescente povertà, dal divario tra chi aveva ammassato una fortuna quando le proprietà statali erano state privatizzate e chi era rimasto poverissimo, dalla corruzione, dalla sfiducia nell’élite politica e nell’insensibile burocrazia dell’Unione europea. Ci furono senza dubbio molti cambiamenti positivi, ma l’unico accettato con entusiasmo da tutti fu l’accesso a nuovi prodotti di ogni tipo, proprio come in occidente. La stabilità fu sostituita dalla mobilità di merci, imprese e persone. Però quando hai libertà di movimento ma non hai i soldi per viaggiare, alla fine ai tuoi occhi quella libertà perde valore. L’Europa non fu all’altezza delle nostre fantasie, perché quelle fantasie non diventarono mai realtà. Fu invece accusata di sfruttamento neocapitalista, di creare ingiustizia economica, di essere responsabile della mancanza di lavoro e del deficit di democrazia, o semplicemente di non mandarci abbastanza soldi.
Non posso dire che dopo il 1989 qualcosa andò storto, però la narrazione da favola non funzionò. Nel frattempo abbiamo imparato con le cattive che non siamo tutti europei allo stesso modo, che alcuni sono più europei di altri. Vivere in periferia e venire da un’altra era fa di te un europeo di serie b. Come i detersivi per il bucato o il cibo in scatola nei nostri supermercati. O i bastoncini di pesce: hanno lo stesso aspetto e lo stesso nome, ma per gli austriaci contengono il 65 per cento di pesce e per gli slovacchi il 58 per cento. Si chiama “aggiustamento” al mercato. Le marche internazionali, oggi disponibili anche nei nostri paesi, usano ingredienti diversi o una quantità minore degli stessi ingredienti: il risultato sono prodotti di qualità inferiore. I ricercatori slovacchi di recente hanno accertato che, rispetto all’Austria, per il 50 per cento dei prodotti in vendita nei loro negozi è così. È come uno schiaffo in faccia, ma è anche una buona metafora: il marchio è uguale, ma la qualità no. Quale altra prova di disuguaglianza vi serve?
Intanto la famiglia riunita intorno al tavolo ha finito il pranzo domenicale e la figlia comincia a parlare: “Volete conoscere la nostra idea del post 1989? È strano. Proprio l’altro giorno l’ho trovata espressa in un film, Un padre, una figlia. È di un regista romeno, Cristian Mungiu. Il protagonista, Roman, è un medico poco più grande di me. Appartiene a una generazione che credeva nella transizione e in princìpi come la verità e la dignità, credeva che la realtà potesse cambiare se avessimo rispettato le regole, se noi stessi fossimo diventati persone migliori. Poi il suo idealismo svanisce, ma gli rimane una speranza: la figlia Eliza. È stata educata con alti princìpi, formata per studiare e vivere in Gran Bretagna. Eliza ottiene una borsa di studio, ma la realizzazione del sogno paterno (non del suo!) dipende dal superamento degli esami finali. Dovrebbe essere una semplice formalità per una studentessa brillante come lei, ma proprio il giorno in cui cominciano gli esami Eliza è vittima di un tentativo di stupro che la traumatizza, e non riesce a sostenere le prove. Rendendosi conto che è in gioco il futuro della figlia, Roman s’imbarca in un lungo viaggio di corruzione, una cosa che aveva combattuto per tutta la vita”, continua.
“La corruzione è in ogni cellula della società romena, dalla scuola alla polizia, dal ministero all’ospedale fino agli ispettori della finanza. Ora Roman è intrappolato in una rete e noi vediamo come la corruzione lo influenzi a un livello molto personale, perché non ha nessun altro mezzo per raggiungere il suo obiettivo. La Romania fa parte dell’Unione europea: è una democrazia e c’è il capitalismo, ma solo in superficie. Basta grattare e sotto appare la vera Romania, e non sembra troppo diversa da quella di venticinque anni fa, quando l’appartenenza al partito e i rapporti con i pezzi grossi erano un modo di sopravvivere e il principale strumento della corruzione. Lo stesso è vero per molte altre società dell’Europa dell’est. Ed è stata la vostra generazione che non è riuscita a sbarazzarsene! Non venite a dirmi che la corruzione esiste anche in occidente. C’è una differenza tra i singoli casi di corruzione dell’occidente e la corruzione come sistema, il modo stesso in cui funzionano le società dell’est. Questo non è cambiato, neppure in venticinque anni! Il film romeno mi ha lasciato in bocca un sapore amaro di sconfitta. Non avere nessuna speranza di cambiamento è forse la perdita più grave per la mia generazione. Non stupisce che tanti di noi siano depressi! Quanto a me, fatemi solo dire che da quando ho visto il film non faccio che chiedermi se devo andarmene. È troppo tardi? Ho paura di sì”.
Il 2017 è cominciato male: Donald Trump è stato eletto presidente degli Stati Uniti, la Brexit incombe sull’Unione europea come una nuvola nera, le politiche di esclusione stanno diventando maggioritarie, nazionalismo e nativismo crescono, come crescono il filo spinato ai confini dell’Unione e il “grande muro” negli Stati Uniti. Il sostegno ai partiti di destra in Francia, nei Paesi Bassi e perfino in Germania aumenta e minaccia l’unità europea; il peso di un milione di profughi non viene distribuito equamente, mentre altri profughi aspettano sulla soglia; gira la voce che i Balcani siano di nuovo sull’orlo della guerra; il conflitto in Ucraina e l’annessione russa della Crimea hanno creato la sensazione che Mosca sia tornata a essere una minaccia reale per l’Europa.
Sembra che l’Unione europea corra il rischio di sfaldarsi, perché gli stati che ne fanno parte non sono capaci di mettersi d’accordo e di confrontarsi sulle questioni importanti, neanche una. Vediamo confusione e proviamo incertezza, ma non abbiamo una visione d’insieme. I cambiamenti sono tanti e avvengono in fretta, le spiegazioni di ieri non sono più valide.
Solo qualche anno fa l’Europa era un posto molto diverso. I problemi di oggi c’erano già tutti, ma avevamo una sensazione diversa, c’era energia nell’aria. I nuovi paesi volevano aderire all’Unione, c’era il desiderio di includere l’Ucraina almeno nel commercio, e l’Unione prometteva pace e sicurezza, offriva valori a cui aspirare e possibilità di una vita migliore per tutti. E, soprattutto, c’era la sensazione di un interesse europeo comune al di là delle prospettive nazionali. O forse sembrava così a noi dell’Europa dell’est, che desideravamo così tanto quel futuro roseo da non voler vedere che il rosa era scolorito già da un pezzo.
Nella mia zona d’Europa la vita negli ultimi decenni si è sviluppata su due livelli: da una parte cercavamo di adattarci e di emulare gli standard e le aspettative europee, ma dall’altra costruivamo un meccanismo psicologico di difesa dell’identità collettiva basato su nazione e religione. Non avevamo molto di più qui per affrontare la nostra nuova situazione. Nell’idea d’identità nazionale si riassumevano tutte le nostre delusioni, la frustrazione dovuta alla nostra posizione nell’Unione, la paura della globalizzazione e la paura dei migranti, che sembravano nuove vittime, più bisognose, pronte a prendere il nostro posto.
Ciò che abbiamo sviluppato è qualcosa di molto simile a quella che Zygmunt Bauman ha definito “retrotopia”, la cui principale caratteristica è la “riabilitazione del modello tribale di comunità”. Ci siamo rivolti a quello che c’era prima, immaginando più che ricordando. Proprio come oggi fanno sempre più persone in occidente. Nostalgia? Sì, se la nostalgia si può usare come uno strumento utile per creare un meccanismo di difesa, tornando al passato quando si ha di fronte una realtà che non si capisce. Ma è più di questo, è una forma di nostalgia ristoratrice, premoderna, un revival nazionalista che ha raggiunto l’apice con le guerre in Jugoslavia e oggi attira gli elettori in tutta Europa e non solo.
Il problema è che il concetto d’identità nazionale era molto antiquato: quest’identità sembrava scolpita nella pietra, stabilita per sempre, e proprio per questo era percepita come stabile e costante, qualcosa su cui poter contare davvero. Ma l’identità nazionale in realtà è tutto tranne questo. Nell’antropologia moderna viene definita come una costruzione mentale fatta di materiali d’ogni genere, dalla storia ai miti, dalle leggende popolari ai re di cui non sappiamo neppure se siano realmente esistiti, così come dei simboli apparsi molto più recentemente. Per esempio, il nuovo stato della Croazia quando è nato ha dovuto inventarsi tutti i suoi simboli fondamentali, dalla bandiera all’inno nazionale, dalle divise alle onorificenze.
Come in molti paesi dell’Europa dell’est, uno degli elementi che definivano l’identità nazionale nella ex Jugoslavia, uno stato federale, era la religione: cattolica, ortodossa e musulmana. Il culto religioso non era proibito, ma la maggioranza della popolazione non era praticante (per motivi comprensibili). Eppure la religione non era scomparsa, né dalla cultura e dai costumi né dai valori, dai miti nazionali e dal folklore. O, per formulare la questione in termini diversi, la religione non era stata sradicata dalla propaganda comunista, era diventata clandestina. E poi era ricomparsa, riabilitata, poco prima e durante la guerra. Improvvisamente, la cultura e l’appartenenza nazionale erano esplicitamente legate alla religione e viceversa, che si fosse credenti o no. Le guerre non permettono certe sfumature. Essere croati significava essere cattolici. Essere serbi significava essere ortodossi.
È difficile parlare del 1989 e non soffermarsi sulle guerre tra il 1991 e il 1995 nell’ex Jugoslavia. Quelle guerre allora non si adattavano al quadro generale; erano in netto contrasto con il processo pacifico di unificazione e transizione che si supponeva caratterizzasse le rivoluzioni di velluto dell’Europa dell’est. In occidente nessuno riusciva a capire cosa stesse succedendo, e temo che oggi non sia diverso. Inoltre, poiché la Jugoslavia era, rispetto al blocco sovietico, il più prospero e libero degli stati comunisti, era ancora più difficile capire cosa accadeva in quel paese. Era solo un’esplosione di odio tra bellicose tribù balcaniche? In effetti, in mancanza di una spiegazione coerente, molti erano pronti ad abbracciare il cliché balcanico delle “centinaia di anni d’odio”. Ma la chiave era proprio qui: il fatto che la Jugoslavia non apparteneva al blocco sovietico aveva gettato le basi per quei conflitti. Il fatto che la Jugoslavia fosse riuscita a sviluppare un suo socialismo significava che la resistenza all’autoritarismo in quel paese era più debole che, per esempio, in Cecoslovacchia o Polonia. In Jugoslavia non c’era un Václav Havel, un Adam Michnik o un Lech Wałęsa. Non c’era un’opposizione democratica cresciuta sotto il regime comunista, ma neanche contro il crescente nazionalismo.
C’erano senza dubbio molte ragioni politiche ed economiche per creare tensioni e formare un’opposizione nella federazione. Ma nessuno tranne i nazionalisti era politicamente organizzato e pronto ad assumere il potere politico, anche a costo di scendere in guerra. I leader si chiamavano Radovan Karadžić, Vojislav Šešelj, Franjo Tuđman e Alija Izetbegović. Sì, la Serbia attaccò prima la Croazia, poi la Bosnia, e lo status del Kosovo non è ancora completamente risolto. Ma il punto è che, una ventina d’anni e 150mila vittime dopo, degli stati nazionali indipendenti si sono ritrovati alla porta dell’Unione europea. Speravano tutti di aderire a un’altra unione, pronti a rinunciare alla loro sovranità appena conquistata con una giravolta che si può definire solo come “il paradosso balcanico”.
Le guerre furono attizzate dalla propaganda nazionalista. In quella propaganda, equiparare la nazione alla religione e viceversa fu la strategia principale. Nella propaganda prebellica, nazione e religione diventarono il mezzo per individuare e distinguere il “nemico”. E diventarono anche un mezzo di esclusione. In una cultura che per decenni si era considerata atea, la religione fusa all’appartenenza nazionale improvvisamente diventò una questione di vita o di morte: cattolici croati contro serbi ortodossi, serbi ortodossi contro bosniaci musulmani e via così.
Questo uso politico dell’identità – ridurre una nazione a una religione – era in un certo senso l’anticipazione di quello che sta succedendo oggi nel resto d’Europa. Ai migranti e ai rifugiati di oggi non è più consentito di essere individui e neanche parte di uno stato o di una nazione. Sono ridotti all’identità religiosa. Un mare di migranti, tutti uguali, in attesa alla frontiera tra Grecia e Macedonia. Musulmani, terroristi: una minaccia. C’è voluto un bambino siriano, Alan Kurdi, morto su una spiaggia turca il 2 settembre 2015, per capire che non è così. Ma quell’intuizione è durata solo un attimo. Definire l’identità come qualcosa di fluido, non monolitico, che ha molte stratificazioni è impossibile per tutti noi, ma soprattutto per i migranti. Non possono più essere individui, sono già tutti ridotti a una sola caratteristica, la loro religione musulmana, che siano credenti o no. E ogni musulmano è un sospetto terrorista. Questa prassi di ridurre i singoli esseri umani alla loro (presunta) identità religiosa non si limita all’Europa. Il muslim ban di Trump (il divieto di ingresso negli Stati Uniti ai cittadini di alcuni paesi a maggioranza musulmana) è un prodotto dello stesso modo di pensare.
Tendiamo a dimenticare che anche noi veniamo ridotti nello stesso modo.
Mi spavento quando vedo che oggi questo stesso modello balcanico si ripete in occidente. Quando il nazionalismo si fonde con la religione, quella che si ottiene è una miscela mortale. Se c’è qualcosa da imparare dalle guerre nella ex Jugoslavia, è che un ritorno al passato è sempre possibile.
Prima di separarsi, la famiglia riunita intorno al tavolo da pranzo si troverebbe probabilmente d’accordo sul fatto che la vita dopo il 1989 non è come i genitori ingenuamente pensavano che sarebbe stata: vivere per sempre felici e contenti. È molto più complicata.
Ma se i genitori erano ingenui, la giovane generazione non si è rivelata molto più scaltra, con le sue aspettative di un cambiamento rapido e positivo. Ora sono tutti bloccati con un piede nel passato e l’altro in un futuro imprevedibile. Non troppo diversamente da altre famiglie in occidente. Con ogni probabilità sarebbero ancora una volta d’accordo sul fatto che non ci restano strumenti per capire la situazione in cui ci troviamo, poco importa se viviamo nell’Europa dell’ovest o dell’est; che ogni giorno dobbiamo imparare a vivere con la paura, che genera odio o cose peggiori; che l’unica alleanza che si sta formando è quella contro la presunta minaccia dei musulmani. L’Unione europea vacilla e l’europeismo – un’identità in costruzione – ha acquistato un nuovo significato: costruire un muro contro i migranti. Siamo tutti ridotti al minimo comune denominatore, a una brutta faccia dell’Europa. Una faccia che non abbiamo mai voluto e che non immaginavamo potesse apparire di nuovo. ◆ gc
Questo articolo è uscito su Transit con il titolo “Once upon a time” in 1989.
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Questo articolo è uscito sul numero 1225 di Internazionale, a pagina 100. Compra questo numero | Abbonati