Una mattina, all’inizio degli anni novanta, ero diretto a una scuola nel quartiere di Kilburn, a Londra, dove avrei cominciato un corso d’inglese. Per appartenere a un paese devi prima conoscerne la lingua. Questo si dice agli immigrati e questo ci si aspetta che facciano. Ero arrivato nel Regno Unito da qualche mese come rifugiato, insieme a mio fratello, tutti e due minorenni. Non lo sapevo allora, ma quel giorno sarebbe cominciata anche la rinuncia a quella che all’epoca era la mia lingua principale, l’arabo, per fare spazio all’inglese.

Non era la prima volta che lasciavo andare una lingua per impararne una nuova. È un’esperienza intrecciata al mio percorso di vita, fatto di paesi lasciati per cominciare una nuova vita altrove e di genitori che scompaiono. Quel tipo di separazioni che lasciano ferite. Una lingua nuova per me significava perdita, fin dall’infanzia, quando avevo circa tre anni. Vivevo con mia madre, eritrea, mio fratello, mia sorella e i miei nonni materni in un campo profughi in Sudan, che avevamo raggiunto dopo essere sopravvissuti a un massacro e all’uccisione di mio padre, etiope. Il tigrino era la mia lingua madre. Ma quando mia madre lasciò il campo per andare a lavorare come domestica presso una principessa in Arabia Saudita, smisi di parlare. Senza la sua presenza fisica a nutrirle, le parole morivano dentro di me, e il Silenzio diventò la mia lingua.

L’arabo risaltava sulla mia pelle come una collana di perle bianche. Temevo di perderlo come avevo perso la lingua di mia madre e come non avevo mai padroneggiato quella di mio padre

Seguì un breve tentativo d’insegnarmi l’amarico, una delle principali lingue dell’Etiopia, fatto dai parenti di mio padre nel campo profughi. Non durò, perché ogni parola che imparavo di quella lingua semitica mi ricordava l’assenza di mio padre. L’amarico era una lingua di afflizione, di violenza, di perdita, di nostalgia mai colmata. Me ne allontanai in fretta. Tornai al silenzio, che però atterriva la mia famiglia, perché per loro era una cosa da femmine e io, essendo un maschio, dovevo farmi sentire, dovevo caricare l’intensità del mio suono sommesso. Avevano cercato più volte di tirarmi via dallo sfondo per darmi una voce al centro del mondo degli uomini.

Cominciai a frequentare una scuola sudanese. L’arabo diventò un territorio neutro. Respirai avidamente la prosa poetica e fiorita di quel giardino di parole, che crebbe come gigli sulla mia pelle. Purtroppo, man mano che i miei pori si schiudevano al suo splendore linguistico, mi allontanavo sempre più dal tigrino e dell’amarico. Quando raggiunsi mia madre in Arabia Saudita, mi presero per un madrelingua. Ero la prova che non nasciamo dentro una lingua, è la lingua che nasce dentro di noi.

Le perdite e le conquiste delle lingue di mio padre e di mia madre instillarono nella mia giovane mente l’idea della lingua come fonte di prodigi e ferite. Estraneo e provvisorio, l’arabo risaltava sulla mia pelle come una collana di perle bianche. Temevo di perderlo come avevo perso la lingua di mia madre e come non avevo mai padroneggiato quella di mio padre. Un sentimento che si fece più profondo quando mia madre mandò me e mio fratello a Londra nel 1990.

Quella mattina a Londra, prima che io e mio fratello ci avviassimo a scuola, pensai che nella vita non avevo fatto altro che partire, imparare, mettermi in pari, tentare di appartenere a un luogo, pregando un paese dopo l’altro di accettarmi, e lingue diverse dalla mia di adottarmi.

Imparare una lingua da adulti o da adolescenti, soprattutto se alle spalle si hanno molti passaggi tra lingue e paesi, è straordinariamente difficile. Non si tratta solo d’inghiottire parole nuove come fossero frutti della passione che scivolano giù in gola. È come masticare sassi rompendoti i denti per gettare le basi di quel nuovo idioma sulla tua lingua già carica di altri idiomi. In altre parole, non si tratta solo di parole. Bisogna acquisire metafore, imparare le sfumature, i sinonimi, la storia delle parole, le culture, il ritmo delle sue radici. Quello che per un madrelingua è un luogo comune, è una gemma per chi sta imparando.

E con la mia storia di lingue smarrite e persone lasciate, di luoghi abbandonati e traumi successivi, la mia mente era già ingombra quando cominciai a studiare l’inglese. Non c’era spazio nella mia testa. Per imparare parole nuove in inglese, dovevo lasciar andare parte del mio arabo. Era come prendere a picconate la casa che avevo costruito dentro la lingua araba, parola per parola, nel corso di tanti anni in Sudan e in Arabia Saudita. Tra i miei progressi in inglese e il mio arabo esisteva una correlazione negativa: più mi sentivo a casa in inglese e meno l’arabo mi era familiare. Al punto che imparare una nuova lingua voleva dire acquisire una nuova ferita. Il multilinguismo era una multilacerazione.

Qualche giorno dopo l’inizio del corso a Kilburn, e su consiglio del nostro insegnante d’inglese, cominciai a leggere un quotidiano: il Guardian. Ricordo quando avevo diciassette o diciott’anni e sedevo con il dizionario Al Mawrid arabo-inglese/inglese-arabo. All’inizio non andavo oltre i titoli, passavo ore a tradurre ogni parola, poi il primo paragrafo, poi metà articolo, poi l’articolo intero, poi una pagina, seguita da una seconda, da una terza, finché fui in grado di leggere tutto il Guardian dall’inizio alla fine senza il bisogno del dizionario. Ma quando raggiunsi quel traguardo, avevo perso ogni contatto con il mio arabo.

Il dolore che provavo quando mischiavo le lingue parlando al telefono con la mia famiglia, quando non riuscivamo a capirci bene, mi ricordava la distanza che ci separava, la lontananza dalle lingue che amavo. L’inglese mi acquietò. Simile a un ruscello, la lingua mi scorreva dentro tra sacche di ferite, e la brezza alzata dalle sue frasi si posava come seta sul fuoco che ribolliva sottopelle. Mi diede la possibilità di esprimermi, permise a questo straniero immigrato di venirle incontro, di rimodellarla, di sentirsi sicuro al suo interno, di farla danzare, si divertì e soffrì insieme a lui, si perse dentro di lui come lui si perse dentro di lei. Mi sentii accettato dalla lingua inglese anche se i britannici facevano fatica a riconoscere la mia esistenza.

L’inglese ha sempre preso in prestito – c’è chi direbbe rubato – parole da molte altre nazioni. Ma dal mio punto di vista l’inglese era come me, in eterno movimento, occupato a oltrepassare confini e frontiere, a inghiottire un’espressione qui e una parola lì, rifiutando l’idea di doversi fissare in un’identità, in un territorio. Il mio rapporto con la lingua inglese si fondava sulla nostra capacità condivisa di adattarsi.

Anni dopo quella prima mattina a Londra, sono diventato un autore che scrive in inglese. Ricordo che alcune persone hanno provato a dissuadermi quando hanno saputo della mia scelta professionale. Non puoi scrivere nella tua seconda lingua, dicevano. Ma l’inglese non era la mia seconda lingua, né la terza o la quarta. Non avevo più una lingua madre con cui confrontarlo. Come può una persona come me misurare la conoscenza di una lingua? Dipende dalla mia pronuncia o dall’abilità con cui metto insieme le parole per creare uno stile unico? Da quanto rendo la lingua solenne e seria o dalla poesia delle mie immagini? A volte, quando leggo i commenti degli editor ai miei libri, in cui spiegano che “questa o quella frase in inglese suona strana”, mi sembra di aver dirottato una lingua portandola in una direzione che solo gli immigrati e chi ha una storia familiare di migrazione può capire. Noi rifugiati e immigrati sappiamo che una lingua, come noi, può stabilirsi in un posto lontano dalla terra natale e sentirsi comunque a casa.

A volte penso di conoscere la lingua inglese più di quanto conosca chiunque altro al mondo. Quando scrivi in una lingua imparata da adulto, c’è un legame speciale perché le parole non scorrono naturalmente, almeno non all’inizio. Passi il tempo ad adulare ognuna di loro, fai di tutto per sedurle, affascinarle, spremendoti il cervello e mettendo alla prova la parte più intima di te. Sei così vulnerabile che è come se scrivessi parole non sulla carta, ma sulla superficie della tua pelle.

La lingua inglese, che ho cominciato a imparare quando ero un giovane immigrato a Londra, che si è aperta a me, a tutti i miei difetti e alle mie storie, ha sostituito le altre lingue diventando la mia lingua principale, la mia casa, una casa che ho costruito dal nulla. Il mio primo romanzo è uscito nel 2008. Nel 2009 mi sono trasferito a Bruxelles.

In Belgio sono stato preso dalla paura di perdere il mio inglese come avevo perso il tigrino, l’amarico e l’arabo. Non sopportavo il pensiero di disfarmi delle parole inglesi che avevo faticato tanto ad acquisire. Le parole che mi avevano permesso di scrivere, di costruire una casa fatta di parole. Non potevo concepire di aprire ancora una volta il mio corpo a un nuovo ciclo di perdite e di conquiste. Ho evitato d’imparare il francese e il neerlandese.

Ho preferito isolarmi con Silence is my mother tongue, il secondo romanzo a cui stavo lavorando, muovendomi per la città nel cuore dell’Europa come un eremita, guidato in quegli anni bui dall’inglese che, come la luna nella poesia di Neruda, viveva sotto la mia pelle. ◆ fs

Sulaiman Addonia è uno scrittore eritreo. Ha passato i primi anni di vita in un campo profughi in Sudan e l’adolescenza in Arabia Saudita. È cittadino britannico. Vive in Belgio. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è Gli amanti del Mar Rosso (Sperling & Kupfer 2010). Questo racconto è uscito sul sito Literary Hub con il titolo The wound of multilingualism.

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Questo articolo è uscito sul numero 1385 di Internazionale, a pagina 104. Compra questo numero | Abbonati