Sento Basu prima ancora di vederlo: la sua rafca di parole in bengalese riempie la tromba delle scale fuori dal mio ufcio al secondo piano. Ed eccolo là, appollaiato sulla balaustra con un telefono Samsungappiccicato alla guancia. Sembra una cosa seria, quindi rimango in attesa vicino al distributore d’acqua fnché non ha fnito. Gli chiedo se c’è qualcosa che non va ma lui minimizza.
“A casa cose”, dice, poi si corregge. “Cose a casa”.
C’è un muro invisibile, molto più alto e più largo dell’inferriata,fatto di debiti e burocrazia, un abisso che separa quelli che vale la pena di proteggere da tutti gli altri
Casa, scopro poi, è Madaripur, un quartiere fuori Dhaka, in Bangladesh, dove Basu ha vissuto per quasi tutta la vita. I suoi genitori abitano lì, con due fratelli più piccoli che vanno ancora a scuola. Per il momento, qui a Singapore Basu alloggia in un dormitorio di fanco ai binari della metropolitana vicino a Woodlands. È uno dei quattro addetti alle riparazioni del nostro edifcio. Vedo il loro camion parcheggiato qui sotto tutte le mattine, con gli attrezzi e i cavi accatastati nel cassone, sempre abbastanza vicino per lasciarci dentro i pezzi di ricambio, ma a distanza di sicurezza dai lotti degli ufciali.
L’edifcio, parte di una struttura tentacolare nel nord dell’isola, ha visto giorni migliori. Il complesso è stato creato nel 1994, l’anno in cui sono nato, poi nel corso degli anni si è ingrandito per ospitare varie unità delle forze armate di Singapore. È anche la mia casa, almeno per i diciotto mesi che mi mancano alla fne del servizio militare, un rito di passaggio che per la maggior parte dei miei connazionali è sinonimo di diritto di cittadinanza. Nei flm e nelle canzoni popolari la leva obbligatoria è descritta come un momento di crescita: non diventi adulto finché non dedichi “due anni del tuo tempo” alla nazione. Io però non ne sono tanto convinto. Dopo aver trascorso quattro anni all’estero, battendomi per i diritti dei rifugiati e partecipando alle manifestazioni del movimento Open borders, è difcile riconciliare quelle posizioni con la realtà dei miei obblighi.
Lo scambio è amaro quanto esplicito: due anni di servizio militare in cambio del privilegio della cittadinanza, che nella maggior parte dei paesi viene data per scontata. Un prezzo alto, si direbbe, per un diritto di nascita. Certo, so benissimo che in altre parti del mondo la cittadinanza e le sue garanzie sono ancora più costose. Quante persone afrontano ogni mese il mare, al largo delle isole Andamane o nell’Egeo, per dare una cittadinanza ai loro fgli? E quanti di più pagherebbero il prezzo, in termini di lacrime e sudore, pur di avere le opportunità che ho io?
Basu è ottimista quando gli chiedo del lavoro. Ogni giorno fa orari più lunghi della maggior parte dei militari, ma un lavoro è sempre un lavoro. Nel tempo libero sta imparando a disegnare ed è diventato un patito di un nuovo gioco sul telefono, lo stesso a cui giocano i ragazzi dell’ufcio ogni giorno durante la pausa pranzo. Dopo un paio d’anni qui vorrebbe tornare a casa per riprendere gli studi. Un passo alla volta.
Le nostre conversazioni, quando capitano, occupano i lenti pomeriggi delle mie prime settimane in caserma. Fa troppo caldo per lavorare e i suoi supervisori, come i miei, si concedono pause pranzo di due ore. Parliamo in un inglese zoppicante (èuna delle tre lingue che conosce e l’unica che anch’io parlo fuentemente) delle nostre famiglie e dei nostri interessi. Mi chiede dei miei anni all’estero. Io, invece, gli chiedo cosa si prova a lasciarsi tutto alle spalle. Ne vale la pena?
Mi ci vogliono alcuni mesi, dopo che mi sono ambientato, per scoprire che Basu non è un caso isolato. Ci sono tanti altri non cittadini di Singapore che, su base temporanea o permanente, lavorano al servizio della caserma e dei suoi occupanti. Una sera parlo con “Big sister” Li, originaria di Taiwan, che ogni giorno alle tre del mattino parte da casa in bicicletta per allestire la cucina per la nostra colazione. C’è il signor Silvam, che viene una volta al mese per controllare i generatori. E Joan, una flippina chiacchierona del gruppo degli addetti alla manutenzione della tenuta, che ogni lunedì mattina toglie il tappeto di foglie morte con il suo vecchio aspiratore.
Incontri come questi aiutano a mettere a fuoco la caserma stessa, una base dove si organizza la sovranità tenuta insieme da chi arriva da altre sponde, come Basu. Sono loro, gli esclusi, che erigono i confni della cittadinanza, lavando i corridoi di cemento della caserma e riparando gli impianti idraulici mentre noi mandiamo avanti le nostre faccende. Mi chiedo come dobbiamo apparire ai loro occhi, nelle nostre divise troppo pesanti per il caldo, intenti a guadagnarci una cittadinanza che non può esistere senza le sue esclusioni. È un’idea ingombrante, che nel migliore dei casi i ragazzi si caricano addosso a malincuore, senza mai incontrare gli occhi di chi li guarda. In fn dei conti la vita in caserma è già troppo incasinata per porsi il problema dei confni che rappresenta.
La moderna città stato di Singapore non ha mai combattuto una guerra nella sua breve e splendida storia, una stringata cronologia spesso evocata per ricordare ai ragazzi il motivo per cui stanno prestando servizio: questo successo è reso possibile dal loro sacrifcio. ore interminabili di duro e polveroso lavoro per difendere un’isola.
Comprensibilmente, ogni volta i soldati si fanno scivolare addosso la lezioncina, ma poi, a distanza di anni, è quasi l’unica cosa che ricordano. le relazioni con i nostri paesi vicini possono essere imprevedibili, eppure ogni tintinnar di sciabole ci sono decine di maschi singaporiani pronti a imbracciare le armi – proprio come hanno fatto a diciott’anni –per difendere i confni della patria. Al di là della spavalderia, sembra quasi che alcuni di noi abbiano trovato un posto nel ciclo della nazione. Quella di Singapore è una storia semplice ma rassicurante, che ofre a ogni cittadino (maschio) un pezzo del puzzle a cui aggrapparsi: “Ho dato i miei migliori anni al paese. ora ho tutte le ragioni per desiderare il suo bene”.
Il pezzo mancante è il costo collettivo di questa narrazione. Il modo in cui i nostri corpi e i nostri pensieri indisciplinati vengono fatti rientrare a forza nei ranghi, o la realtà di un sistema “equo” che premia alcuni mentre pretende di più da altri. Il servizio mili tare, di fatto, costa meno per chi è benestante. Per i meno fortunati, ogni giorno passato in caserma è un giorno che potrebbe essere dedicato a badare a un fratello più piccolo o ad aumentare il reddito della famiglia. Anche tra quelli che hanno il privilegio di servire una nazione, alcuni sono più uguali di altri.
Troviamo momenti più leggeri per discutere di questi dilemmi, avvolti dal caldo umido della cucina. I sogni dei ragazzi non potrebbero essere più diversi: ci sono quelli che di notte riempiono i moduli d’iscrizione all’università sul telefono, quelli che invece sono costretti a imparare il mestiere del padre e a passare preziosi weekend a fare consegne. I segni del linguaggio e del lusso distinguono ragazzi altrimenti identici nelle loro fatiche. Altri ancora ti restituiscono sguardi vuoti quando provi a chiedergli dei loro progetti: non ci è mai stato detto di aspirare a queste cose. Penso a Basu e alla sua rassicurazione lontana, a quando mi ha confdato i suoi piani. A come il suo futuro lo ha portato in questo paese, dove altri sono costretti a lasciarsi il loro alle spalle.
È qui, tra le recinzioni della caserma, che le vite s’intersecano e i nostri sogni cominciano a pesare l’uno sull’altro. È stata una fortuna che qualcuno abbia risposto ad alcune di queste domande per me, attraverso una serie di opportunità che, nel tempo, hanno portato ad altre. Ma anch’io sono cambiato. Gli anni passati all’estero hanno fatto sembrare questa fase del servizio militare una fne anziché un inizio. Sono più vecchio dei miei coetanei, meno incerto, ma anche meno fducioso. Quello che posso fare è capire come il perimetro di questa recinzione modella le vite di quelli che considerano questo posto la loro casa e di quelli che invece non possono; registrare desideri e aspirazioni che nascono qui, ma che qui non possono trovare posto.
Con il passare dei giorni mi ambiento negli spazi un tempo alieni della caserma. Oltre alle visite quotidiane alle camerate, ai magazzini e alle cucine, comincio a esplorare altre strade che portano a vecchi garage e campi di addestramento. La planimetria labirintica della caserma ricorda quella di una piccola città, con centri autonomi per le attività principali e angoli più tranquilli e più lontani, collegati da viali ben illuminati. Una serie di cancelli interni collega la caserma con le due strutture adiacenti, formando un complesso tentacolare in cui è impossibile orientarsi sia dall’interno sia dall’esterno. Camminando nel lungo viale che conduce al cancello più vicino, sento le unità cinofle dall’altra parte del muro scatenare un fnimondo ogni volta che c’è un intruso o che gli portano da mangiare.
L’ingresso principale si apre su un’ampia strada dove passano i camion che trasportano i carichi industriali, evitando il centro della città. Una serie di cancelli più piccoli può essere attraversata solo dai veicoli militari, con strade che costeggiano il trafco civile. Su altri due lati, la struttura è delimitata da una ftta foresta tropicale, parte del più ampio ecosistema palustre che caratterizza la frangia superiore di Singapore. Gruppi di birdwatcher locali sostengono che un centinaio di specie vengono qui ogni anno a nidifcare, svernando sul serbatoio dell’acqua potabile e nelle paludi di mangrovie lungo la costa. Più di una volta, tra novembre e gennaio, durante le mie passeggiate serali alzo lo sguardo e vedo coppie di aquile di mare che volteggiano a distanza rassicurante.
È proprio qui, sul litorale nordoccidentale, che l’esercito imperiale sbarcò durante la seconda guerra mondiale. Dopo una breve e sanguinosa campagna, l’isolacaddeinmanoaigiapponesi,cheinaugurarono tre anni di dominio brutale. La vicinanza ai luoghi dell’invasione fa sì che su queste paludi ci sia ancora un alone di terrore: i nuovi visitatori pennuti sono più che benvenuti, ma le vecchie ferite sono difcili da rimarginare. Non lontano, il Kranji war memorial ospita le tombe di più di quattromila militari alleati morti durante l’occupazione, 850 dei quali non identifcati. Un elenco di 24mila nomi commemora i soldati che non furono mai trovati, mentre altri, come quelli uccisi negli anni bui dell’emergenza malese, giacciono a fanco.
I nomi scritti sul muro raccontano una storia cosmopolita: aviatori canadesi, coscritti cinesi, reclute indiane provenienti da tutto il Raj. Nei registri ci sono anche omissioni, come i civili uccisi dalla polizia giapponese o dai protettori britannici nel dopoguerra, consumati dalle ansie della guerra fredda. Quelle anime non trovano riposo qui, nemmeno tra le tombe senza nome. Mentre i soldati hanno “donato” la propria vita, quegli sventurati si sono semplicemente persi nel tempo. Quello che scegliamo di ricordare è il sacrifcio, non l’incidente.
Ma come ricordiamo una vita? Il periodo del mio servizio militare coincide con una serie d’incidenti durante le esercitazioni, morti le cui cause non sono ancora del tutto note. L’intera nazione piange le vittime, giovani uomini che hanno sacrifcato le loro vite sull’altare della nostra preparazione collettiva. Ma ci sono tante altre vittime: chi viene spinto all’esaurimento, è vittima di bullismo da parte dei coetanei o si toglie la vita, ricordato solo da brevi cenni e conversazioni furtive. Non sorprende che ogni edifcio abbia una ricca tradizione di storie e avvistamenti paranormali. Anche in pieno giorno, le morti silenziose perseguitano gli abitanti della caserma.
Antiche tradizioni malesi parlano degli hantu air, spiriti che hanno assunto un’esistenza liminale ai bordi dell’acqua. Intermediari tra il mondo dei vivi e quello dei morti, vigilano su confni che non hanno nulla di così permanente come una recinzione di flo spinato. Confni spettrali segnati dalle linee delle onde di una marea continua: mosaici mutevoli di conchiglie e detriti di legno che corrono lungo la costa.
Qui, a due passi dalla riva, i ragazzi hanno il loro modo di tenere a bada gli spiriti: piccoli amuleti fssati su armadi di legno, pezzi di spago intorno ai polsi o alle caviglie. Oppure tatuaggi, per proteggersi ancora meglio. Se il programma delle esercitazioni impedisce una visita alla moschea, c’è una stanza riservata alle preghiere al piano di sotto. Per chi non è musulmano ci sono altari improvvisati dietro le cucine. Come le tenui linee disegnate sulla sabbia, segnano i portali di ingresso tra un regno e un altro.
Per diversi mesi vengo trasferito in un’altra caserma per la mia formazione professionale. Gli stagnanti pomeriggi sono scanditi da un inesorabile regime di esercizio fsico. Tre, a volte quattro mattine alla settimana i sergenti istruttori ci portano a fare un giro a semicerchio attorno al perimetro del campo. Strade con nomi come Wellington, Gibilterra, Falkland e Canberra attraversano l’area che circonda questo ex bastione della Royal Navy, con i suoi edifci dai tetti rossi al centro della mappa di un mondo più antico. Oggi la caserma è circondata da cantieri navali e stabilimenti industriali, con i dormitori dei lavoratori lungo la recinzione occidentale.
Il nostro percorso di corsa passa proprio lungo la barriera e il balcone rialzato di un dormitorio si sporge quasi sopra le nostre teste. Ogni lunedì ci sono panni appena lavati stesi sulle ringhiere, e al nostro passaggio una decina di residenti esce fuori a guardare; alcuni sgranocchiano un pezzo di pane prima di mettersi al lavoro, altri salutano e ridono. I sergenti ci costringono a cantare una canzone per farci concentrare sulla corsa, ma succede il contrario: i nostri nuovi amici applaudono cantando tutte le strofe che riescono a decifrare. In pochi minuti è tutto fnito; torniamo al riparo non appena spunta il sole, e il dormitorio tace mentre gli uomini vanno al lavoro. La mattina dopo li ritroviamo di nuovo ad aspettarci sul balcone.
Da che parte pende il recinto che ci divide? Per quanto i suoi angusti spazi comuni possano sembrare accoglienti, la struttura fsica del dormitorio tradisce la sua vera natura: pareti e tetti sottili indicano una sistemazione temporanea; dietro le tende penzolano cavi nudi. Nel momento in cui sul balcone si accalcano più corpi di quanti gli edifci siano stati progettati per contenere, pragmatismo e precarietà si palesano in ugual misura. Molti lavoratori non avranno mai un alloggio permanente fnché resteranno a Singapore; alcuni si sposteranno a ogni nuovo progetto e verranno temporaneamente ospitati in loco per ridurre al minimo i costi delle ditte appaltatrici.
Per chi è all’interno, la recinzione rappresenta quasi un altro mondo, in cui anche i ritmi quotidiani della vita sembrano sorprendentemente liberi. Alla fne, però, mi rendo conto che la recinzione, più che a tenere noi dentro,serve atenere fuoriglialtri.Mentre osservano la nostra esercitazione mattutina dal loro corridoio improvvisato, sono loro gli esclusi dallenostre routine, da questi incessanti rituali che segnano il tempo e la distanza tra noi. C’è un muro invisibile, molto più alto e più largo dell’inferriata, fatto di debiti e burocrazia, un abisso che separa quelli che vale la pena di proteggere – quelli che professiamo di amare e difendere – da tutti gli altri. Nelle loro gole i nostri canti di marcia diventano asciutti e malinconici.
Oltre i confni stantii della caserma, ovviamente, sono loro a scolpire il paesaggio con il loro lavoro. Giorno dopo giorno, il tratto di costa che ci stiamo preparando a difendere viene cancellato e ampliato, estendendosi in quadranti ordinati. Come ha recentemente mostrato un flm che ha vinto diversi premi, questa espansione può sembrare insensata, perfno assurda. In tante scene di A land imagined di Yeo Siew Hua si vedono grandi dune di sabbia ergersi dalla nostra piccola e ambiziosa isola. Di quanto spazio ha bisogno un paese? Forse più di quanto ne contengono i suoi sogni. Forse più delle bocche che deve sfamare.
Due mesi dopo incontro ancora Basu, un’ora dopo il mio turno di guardia all’entrata della caserma. La sua ditta è stata incaricata di alcune riparazioni sotto il viale principale e Basu e la sua squadra devono lavorare tutta la notte di sabato, quando il trafco all’interno della caserma è minimo. Guardo mentre si calano, due alla volta, in una buca dai contorni irregolari nella strada di mattoni, per poi riemergere ogni mezz’ora per prendere una boccata d’aria fresca.
“Come stai, fratello?”.
Basu si asciuga la fronte con uno straccio e fa per stringermi la mano, poi si tira indietro quando vede che la mia arma è carica. La cinghia del fucile mi morde la clavicola.
“Guardia notturna?”.
“Sì”, sorrido imbarazzato. “Anche tu?”.
Ridiamo entrambi. Nel gabbiotto c’è a malapena lo spazio per girarsi. Mi volto per controllare che il mio comandante di guardia non stia guardando, poi tiro fuori un pacco di Oreo dalla fondina per il caricatore.
“Ne vuoi un po’?”.
Accetta il primo con gratitudine, e in pochi minuti facciamo sparire tutto il pacchetto. Ho escogitato un modo per appoggiare la canna del mio Sar-21 contro un ripiano basso di cemento, in modo da sgranchire le spalle doloranti. Per quanto tempo la squadra lavorerà qui alla caserma?, mi chiedo ad alta voce, e Basu sa dove andrà dopo? Questo incarico dura due settimane, mi dice, poi lo manderanno in un altro cantiere. L’azienda ha già ridotto le squadre di ingegneri e lui non sa se resterà ancora per molto. Prima che io riesca a pensare a qualcosa da dire, il caposquadra guarda nella nostra direzione, urla qualcosa. Basu estrae un paio di pinze dalla cintura e va di nuovo sotto terra.
Quando torno al gabbiotto per il mio turno mattutino, il buco si è ridotto considerevolmente di dimensioni. Il caposquadra non si vede da nessuna parte, ma Basu e il suo collega sono impegnati a spazzare via il mucchio di terra che si è accumulato sul marciapiede. A parte un cordone di nastro bianco e alcuni guanti stesi ad asciugare, non si direbbe che hanno lavorato duro tutta la notte, e dopo un po’ le auto cominciano a passare dai cancelli senza che i conducenti si accorgano di nulla. Noi restituiamo i nostri fucili e ci buttiamo nelle docce, poi torniamo a casa per qualche ora di riposo prima che cominci un’altra settimana.
In tutto il mondo, il dibattito tra chi si oppone ai confni territoriali in qualsiasi forma e chi cerca di difenderli in nome dell’integrità nazionale o culturale è sempre più acceso. Dopo aver passato un po’ di tempo da entrambi i lati della barricata, ho capito quanto è difcile conciliare le due posizioni, o anche per i sostenitori dell’una capire il punto di vista dell’altra. Le due fazioni si battono spesso per gli stessi valori –l’importanza della comunità o un senso di ugualitarismo
– ma hanno opinioni diametralmente opposte quando si tratta di stabilire a chi si applicano questi valori.
Non esiste un paese libero dal giogo dei desideri illimitati e della scarsità di risorse, o dalla necessità di determinare chi benefcia dei limitati poteri di protezione e distribuzione dello stato e chi no. Se ignoriamo completamente i confni, il potere d’intervento dello stato rischia di assottigliarsi fno a diventare insignifcante. Ma se alziamo barriere nette, inevitabilmente ci scontriamo con i valori che ci rendono umani e su cui i nostri governi sono chiamatia rispondere.
Anche a Singapore, un paese dalla ricchezza apparentementesproporzionatarispettoallesuedimensioni, si applicanolestesseantichissimeforzedi compensazione. Eppure, proprio dove sembra che ci sia poco spazio per tutto quello che desideriamo fare, spesso c’è spazio per fare molto di più.
Per cominciare, i paradossi incarnati dalle persone come Basu dovrebbero farci ripensare ai costi della nostra sovranità, al prezzo del mito dell’autoconservazione, dell’autosufcienza e dell’automiglioramento di Singapore. Ogni caserma, con i suoi plotoni di adolescenti armati mantenuti dal lavoro dei non cittadini, è lo specchio del paese che siamo impegnati a difendere, un paese le cui rivendicazioni di sovranità poggiano sulle spalle di coloro che ne sono esclusi. Ma siamo anche noi a pagare il prezzo. Non solo i nostri fgli, ma un popolo intero, che diventa sempre più impaurito, meno uguale e più indurito verso il mondo ogni volta che chiude la porta. A volte mi preoccupo per i ragazzi in caserma, immersi fno al collo nelle nostre storie di sopravvivenza nazionale. Cosa faranno quando le luci si spegneranno? Chi riparerà i cavi? Chi girerà l’interruttore?
Forse alcunebarriere sono necessarie, se non altro per fssare i limiti delle nostre ambizioni. La domanda più pressante, per chi come noi ha il privilegio della cittadinanza del paese di nascita, è: quali sono? Molto spesso ci accontentiamo di lasciare la risposta a chi per lavoro analizza i dati ed è chiamato a indicarci delle soluzioni. In fondo, abbiamo tutti i nostri problemi. Se però ogni tanto ci aprissimo a uno scambio o a un incontro – o se un giorno ci trovassimo, metaforicamente parlando, nel gabbiotto di guardia – saremmo lo stesso così pronti a lasciar perdere la domanda?
Qualche mese dopo che ho fnito il servizio militare, l’autorità per la riqualifcazione urbana svela il suo nuovo piano generale. Guardando i plastici alla Singapore city gallery scopro che la frangia superiore dell’isola cambierà ancora una volta nome: diventerà una“great rustic coast” piena di piste ciclabili e riserve naturali. Penso alle nostre lunghe ore di esercitazioni, alle serate trascorse su una collinetta sopra la futura attrazione verde di Singapore, stesi sotto la pioggia. Penso anche a quelli che hanno abbattuto gli alberi e costruito le strade per rendere possibile questo sogno da burocrati che ora vedo riprodotto in miniatura, con sagome artistiche di cittadini che passeggiano sul pontile.
È difcile non provare meraviglia di fronte a tutto questo, al modo in cui un’isola si reinventa o a come una città alla fne torna a ciò che l’ha preceduta. Finché i venti e le correnti non cambieranno, gli uccelli torneranno ogni inverno su queste coste tropicali, troveranno il lorobenvenuto tra lepaludi checircondano la nostracasaelaloro.Anchenoi, chenonsiamoarrivati molto tempo fa – e che probabilmente siamo di passaggio – guarderemo i cieli, nella speranza di vederli sopra di noi. In alto nella stratosfera, fumi di nuvole si estendono sopra questo viavai. Sembrano piste. Sembrano solchi di conchiglie e detriti di legno sulla riva. u fas
Theophilus Kwek
è un poeta e giornalista di Singapore. Questo articolo è uscito sulla Mekong Review con il titolo On the fence.
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Questo articolo è uscito sul numero 1340 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati