Il campione si chiamava Gilbert. Gilbert Montreynaud. Noto anche con il nome di Gilbert “Cannon­ball” Montreynaud, Gilbert “Snake Eyes” Montreynaud, Gilbert “Mano fredda” o, ancora, Gilbert “il Mago”. Gilbert, il campione, amava questi nomi e se li ripeteva spesso la sera, prima di addormentarsi. Li amava, ma quello che preferiva era indubbia­mente il nome più semplice ed evidente di tutti: il Campione.

Gilbert era campione di freccette. In realtà di una specialità ben precisa del gioco delle freccette, la specialità storica, la specialità che si praticava con le freccette da 20 grammi, le punte in ottone, le alette in piuma d’anatra. La specialità che si praticava sulla distanza tradizionale di uno sputo e mezzo dal bersaglio, cioè quattro metri e 25 centimetri, la specialità secondo la quale i punti si contano in sesti di punto sulla base di sei set vincenti di un punto e mezzo e mai per squadre: la specialità finlandese.

Ma come aveva fatto Gilbert, abitante di Bar­veau-sur-Semoi, a diventare il campione locale di freccette finlandesi? Questo non ha molta importanza per la nostra storia. Probabilmente grazie alla passione, probabilmente perché in questa parte della Francia, se non dell’Europa, la concorrenza non era molto dura e Gilbert sentiva che sarebbe potuto diventare senza troppi sacrifici il Campione. Probabilmente perché amava l’ascesi e la solitudine che gli imponeva l’allenamento nel corridoio appositamente preparato sopra l’appartamento di sua madre, tra la camera da letto e il bagno. Probabilmente perché era solo e non trovava il posto da agente di commercio al quale aspirava né una donna che avrebbe potuto trovare attraente un campione di freccette finlandesi disoccupato.

Gilbert era presidente della sezione locale della Federazione internazionale di freccette finlandesi, che era composta di sette persone, tra cui sua madre (socia d’onore), sua zia (sostenitrice) e quattro persone che non vedeva da molto tempo e che comunque non erano in regola con le quote. Rimaneva il fatto che Gilbert era campione, che faceva parte della federazione internazionale e che a questo titolo ricevette per posta un invito al campionato del mondo di freccette finlandesi, che si sarebbe svolto tre mesi dopo a Kemijärvi, in Lapponia, la mecca delle freccette.

Con l’aiuto di sua madre e sua zia, Gilbert aveva raccolto i soldi necessari. Si era allenato con grande assiduità dalle otto alle 18, con una pausa di mezz’ora per mangiare, e dopo tre mesi si sentiva pronto. Abbracciò la madre e la zia e volò verso il circolo polare.

Era tutto bene organizzato. La delegata della Federazione internazionale lo aspettava all’aeroporto con un piccolo cartello con su scritto “Gilbert Montreynaud”. La delegata della federazione era una ragazza dai capelli neri e corti che gli spiegò che era un onore per la Finlandia ricevere il Campione.

“Non è nulla, non è nulla”, disse modestamente Gilbert guardando la piacevole curva del seno della delegata sotto il suo maglione di pura lana. La delegata disse ancora che “tutti i partecipanti sono ormai arrivati, cinquanta in totale, e c’è anche Petre Oliagov”. Nel sentire questo nome Gilbert fu percorso dai brividi: Petre Oliagov, il leggendario campione uzbeco che aveva rafforzato la sua leggenda vincendo 27 tornei all’aperto a meno 15 gradi e con molto vento, bevendo tra un set e l’altro l’equivalente di una zuppiera di vodka.

“La concorrenza è forte”, disse Gilbert guardando gli occhi color smeraldo della delegata.

“Sono sicura che farà una bella gara. Ne sono certa. Del resto ho puntato su di lei”, disse la delegata. “La Francia è un paese di campioni, no?”.

Gilbert annuì. Un lampo attraversò la sua mente. Si sarebbe sposato con questa ragazza, lo voleva. Le avrebbe dato quattro figli per metà lapponi, sarebbe andato a vivere con lei in questo paese innevato che doveva, ne era certo, avere terribilmente pochi agenti di commercio. Un secondo lampo seguì il primo. Se voleva sposare la ragazza dagli occhi verdi, doveva vincere. A qualunque costo.

Arrivarono sul luogo della gara, un centro sportivo moderno costruito fuori città. La ragazza gli mostrò la sua camera e gli disse che i primi incontri sarebbero cominciati la sera stessa, sul campo da palla­canestro appositamente sistemato. Gilbert si fece una doccia, s’infilò la tuta nuova comprata per l’occasione e si recò al campo di gioco.

La competizione cominciò dopo una cerimonia d’apertura sotto il segno della fratellanza tra i popoli. Un coreano batté un tedesco, un neozelandese batté un croato, un peruviano batté un russo, uno statunitense batté un danese, un finlandese batté un ceco, Gilbert batté un ungherese e Petre Oliagov batté facilmente un giovane cinese che tremava nel dover affrontare la leggenda.

Con la coda dell’occhio Gilbert sorvegliava l’uzbeco: un uomo minuscolo ma con un carisma evidente. Un volto da marinaio del medioevo, braccia come roccaforti, un sguardo d’aquila e una precisione diabolica. Al suo fianco una giovane ragazza orba da un occhio gli porgeva dei bicchieri di vodka durante le pause. Gilbert guardò la bella delegata dagli occhi verdi, lei lo vide e gli sorrise. Petre Oliagov era, più che mai, l’uomo da battere.

Per uno strano scherzo del destino, la camera del campione uzbeko era proprio accanto a quella di Gilbert. Strani rumori gli arrivarono attraverso la parete: tac – tac – tac. Gilbert aveva bisogno di dormire e andò a bussare alla porta del campione, che gli aprì seminudo.

“Il rumore…”, disse Gilbert, “m’impedisce di dormire”. Attraverso la porta socchiusa vide la ragazza orba da un occhio in piedi contro il muro con un’arancia sulla testa. Petre Oliagov vide il suo sguardo e sorrise: “Mia figlia… come Guglielmo Tell… Ottimo allenamento. Ah, ah… Ma qui non ci sono mele”. E chiuse la porta.

Il rumore finì ma Gilbert dormì male. Sognò sua madre diventata guercia per colpa sua e la ragazza della federazione con delle arance al posto dei suoi occhi verdi. Si svegliò sudato ma deciso a battersi con l’uzbeco. Ricordandosi Le grand bleu fece qualche esercizio di respirazione, si sentiva in forma, era campione di Francia, gli altri se ne sarebbero accorti.

Fu accolto dalla bella delegata dagli occhi verdi. Bella e pura come un cristallo. Gilbert batté il coreano, il neozelandese e il peruviano. Oliagov batté lo statunitense, il finlandese e il danese. Altri, in altri gruppi, si batterono tra di loro, Gilbert ne sconfisse ancora un certo numero, così come Oliagov, gli occhi verdi della bella delegata scintillavano di mille luci. Era arrivato il momento della finale: Oliagov contro Montreynaud. Gilbert rischiava molto, rischiava la vita, lo sapeva.

Come esigeva il rigido regolamento delle freccette finlandesi, i due uomini tirarono a sorte per sapere chi avrebbe lanciato per primo. La sorte decise che sarebbe stato Gilbert. Si posizionò perfettamente, le anche dritte, il busto leggermente piegato, i piedi a formare un angolo a 90 gradi. Con scioltezza lanciò la freccetta: nel centro.

Gilbert sorrise, era fiducioso. Fece l’occhiolino alla ragazza dagli occhi verdi, lei gli sorrise, si sentì un superuomo. Poi fu il turno di Oliagov, la figlia orba gli servì una tazza di vodka che lui bevve d’un fiato. Quando incrociò Gilbert, lo prese per un braccio: “Volevo dire…”, cominciò l’uzbeco. “Ho visto, guardi la ragazza. Fai attenzione… una vera puttana, pensa solo ad andare a letto con i partecipanti e a lasciarli dopo. Completamente matta”.

Dopodiché l’uzbeco si posizionò disinvoltamente dietro la linea tracciata da uno sputo e mezzo, mirò appena, tirò e zac… nel centro.

Di nuovo fu il turno di Gilbert. Da qualche istante la sua vista era annebbiata e si sentiva debole, molto debole. Il bersaglio che mirava gli sembrava improvvisamente del tutto irrilevante. A che serviva? Sbagliò il lancio. E sbagliò tutti i successivi.

Oliagov fu consacrato campione. La bella delegata dagli occhi verdi applaudì molto, ma Gilbert non la vide. Era già partito. Sua madre lo aspettava all’aeroporto. C’era anche sua zia.

“Lascio perdere”, disse. “Le freccette non fanno per me”.

“E adesso?”, chiese la madre.

“Ancora non so, forse le bocce. Forse sono fatto per le bocce”. ◆ adr

Thomas Gunzig è uno scrittore e sceneggiatore belga. Il suo ultimo libro pubblicato in italiano è Feel good (Marcos y Marcos 2020, traduzione di Francesco Bruno). Parteciperà a Bookcity Milano sabato 14 novembre alle 16.00 con la scrittrice belga Adeline Dieudonné. Questo racconto è uscito nella raccolta Assortiment pour une vie meilleure (Au diable vauvert 2009) con il titolo Le sport de haut niveau.

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Questo articolo è uscito sul numero 1384 di Internazionale, a pagina 102. Compra questo numero | Abbonati