Avevo sentito parlare di Alessandro Casolari per anni. Dal 2016 in poi, mentre lavoravo al mio libro sugli ultrà italiani, il soprannome Caso spuntava di continuo. Tra la fine degli anni ottanta e i primi anni novanta era stato il capo di quelli della Spal, la squadra di calcio di Ferrara. Ferrara è sempre sembrata una città un po’ ai margini, confinata in una terra paludosa di nebbie e alluvioni. Ci andavo abbastanza spesso. Qualche anno fa, quando ho cominciato a scrivere un libro dedicato al Po, ci sono tornato, ma senza mai incontrare Caso.
All’improvviso, nel dicembre del 2024, mi ha chiamato lui: si era fatto dare il mio numero da un amico in comune. Parlava senza sosta, intrecciando storie su Caracas, Medellín, la cocaina e il Kosovo. Saltava da un racconto all’altro, tutti con una decina di sottotrame che voleva spiegare per filo e per segno. Una frase su due terminava con “hai capito?”. Per esempio, da quello che avevo capito nel 1998 c’era stato un omicidio e si era ritrovato a un funerale accanto a un uomo che aveva appena vinto alla lotteria. Con quei soldi erano andati tutti e due in Colombia: lì Casolari aveva conosciuto sua moglie, era entrato in contatto con i guerriglieri delle Farc (Forze armate rivoluzionarie della Colombia), si era occupato di trattative per la liberazione degli ostaggi e alla fine aveva importato centinaia di chili di cocaina nel nord Italia. Sembrava tutto un po’ improbabile, ma Casolari conosceva nei dettagli l’itinerario della cocaina, dalla giungla alle strisce sullo specchio. Provare a fargli una domanda era come lanciare un aeroplanino di carta in mezzo a una bufera.
Parlava senza sosta, saltava da un racconto all’altro, tutti con una decina di sottotrame. Fargli una domanda era come lanciare un aeroplanino di carta in mezzo a una bufera
Dopo un’ora ha preso un po’ di fiato. Mi ha detto che era stato “tenuto prigioniero” – così chiamava il carcere – per 177 giorni. “Ottantadue in isolamento, hai capito?”. Era per questo che mi aveva chiamato: voleva che scrivessi un articolo per denunciare le violazioni dei diritti umani nelle carceri italiane. Diceva che i pestaggi delle guardie gli avevano provocato “la rottura del setto nasale e una frattura scomposta dello zigomo destro. Quando mi hanno arrestato pesavo 74 chili; alla fine ero una larva, ne pesavo 61”.
“Aspetta un attimo”, gli ho detto. “Perché eri in carcere?”. “Ho dato solo quattro schiaffi a uno. Tutto lì”. Mi ha detto che mi avrebbe mandato i link agli articoli usciti sui giornali, ma che era quasi tutta spazzatura, perché “la polizia, la magistratura e le istituzioni italiane sono un vermiciaio infestato dalla mafia”. In quanto “comunista rivoluzionario marxista-leninista”, si era dichiarato “prigioniero politico”.
Diceva sempre la verità, mi ha assicurato. “Sono una persona leale, estremamente sincera. Non esagero mai e non minimizzo mai le mie esperienze”. Io però mi rendevo conto che aveva accuratamente evitato di raccontarmi la questione dei quattro schiaffi (ho poi scoperto che l’accusa formale – c’erano di mezzo fascette da elettricista, armi da fuoco e un taser – era di rapina aggravata, sequestro di persona e detenzione di esplosivi).
Quel mondo pensavo di conoscerlo. So come vanno a finire spesso le cose tra giornalista e criminale: prima o poi uno dei due tradisce l’altro. A volte sono loro che mi accusano di rubargli le storie. Altre volte sono io a scoprire, quando ormai è tardi, di essermi bevuto una storia che esiste solo nella loro testa.
Sapevo quindi che con Casolari il rapporto – e forse anche la storia – poteva avere basi fragili. Eppure lui mi affascinava: sembrava portare all’estremo la filosofia ultrà, quell’idea che ci dev’essere sempre uno scontro, sempre una battaglia. “È molto sofisticato con le parole”, mi ha avvertito il maresciallo maggiore Giuseppe Fenuta, l’ufficiale che lo ha arrestato dopo l’episodio dei “quattro schiaffi”.
Io e Casolari, poi, avevamo delle cose in comune. Le sue idee politiche non erano così lontane dalle mie (lui comunista, io comunalista). Tutti e due avevamo sposato donne di altri paesi e tutti e due avevamo figli adolescenti o ventenni. E come me, anche lui era una specie di freelance. Ero curioso di capire che forma avrebbe preso la mia vita se il caleidoscopio del destino si fosse girato un po’. Così, nel gennaio 2025, sono andato a Ferrara a incontrarlo.
Casolari era agli arresti domiciliari, in attesa del processo. Siccome aveva una nuova compagna, sua moglie lo aveva messo alla porta e lui si era sistemato in un piccolo appartamento. Ostentava una cortesia un po’ studiata. L’aria da duro – testa rasata, barba di due giorni, naso da pugile – era stemperata da un atteggiamento affabile.
Appena partita l’intervista, Casolari ha cominciato a fare avanti e indietro come un animale in gabbia, parlando a raffica, proprio come al telefono. Non riuscivo a fissare i particolari di nessuno dei racconti perché ne cominciava sempre uno nuovo. Parlava del periodo nell’esercito e in carcere, di Marx, di Bobby Sands, di Gesù, di Che Guevara e Hugo Chávez. Se provavo a intervenire, si fermava, ascoltava, soppesava le mie parole, e poi ripartiva.
Mi sono accorto subito che guardavamo in due direzioni diverse: io volevo ricostruire il suo passato, lui invece voleva usarmi come cassa di risonanza per la sua prossima mossa. C’era un italiano tenuto in ostaggio a Caracas che pensava di poter “riportare a casa” in cambio di una grazia. Oppure, magari, avrebbe fatto il mercenario. O il peacekeeper. Voleva chiamare il suo amico Renato Curcio – il fondatore delle Brigate rosse, poi diventato editore – per proporgli un diario dal carcere. Non sarebbe stata la sua prima esperienza nell’editoria: aveva già scritto un libro sul suo gruppo ultrà, il Gruppo d’Azione. Mi ha chiesto se avevo qualche dritta da dargli sui diritti d’autore. A quel punto avevo la sensazione di essere diventato il suo consulente professionale.
Nei mesi successivi, ogni volta che capitavo a Ferrara volevo sapere un po’ di più su Casolari e tornavo nel suo monolocale. Dopo la fine degli arresti domiciliari, nell’autunno 2025, ha ricominciato a guidare e spesso mi ha portato in giro per la città; a volte pranzavamo con i suoi due figli.
Mi affascinava: era un disadattato – un duro dal carattere irascibile, cresciuto nella Ferrara ricca e borghese – ma anche, come in uno specchio da luna park, un riflesso distorto di questa cittadina dalle solide tradizioni di sinistra della provincia italiana.
Casolari è nato a Ferrara nel giugno 1966. Il padre veniva da una famiglia di contadini della zona, la madre era figlia di un avvocato siciliano. Alle elementari e alle medie è andato al collegio privato di Sant’Orsola, poi ha studiato lingue – latino, francese e inglese – al prestigioso liceo Ariosto. Leggeva molto, fin da piccolo. A nove anni ha cominciato a frequentare lo stadio con il padre, poi a sedici anni è entrato negli ultrà della Spal (acronimo di Società polisportiva ars et labor). Nati negli anni sessanta, gli ultrà erano una sottocultura incentrata su machismo e scazzottate. A differenza degli hooligan inglesi, erano organizzati gerarchicamente e molto influenti nella politica locale. A Casolari piaceva quell’atmosfera di ribellione.
Nel 1984 ha fatto il servizio militare come paracadutista a Livorno. Ogni sei settimane tornava a casa in licenza e parlava del suo progetto: riunire i gruppi ultrà della Spal – i Nutty boys, la Legion of hooligans, la Fossa estense, gli Stoned again, gli Astra-alcool, la Frangia e molti altri – in un’unica formazione, capace d’imporsi con maggior forza negli scontri con le altre tifoserie e nella politica. Per mettere tutte quelle sigle sotto la stessa bandiera servivano astuzia e muscoli. “Caso era carisma puro”, ricorda una delle sue molte ex, che preferisce restare anonima.
Il 2 novembre 1986, nella trasferta della Spal, è comparso un nuovo striscione: Gruppo d’Azione. Sarebbe diventato l’“ala militare” della curva, per affrontare le trasferte. Nelle partite in casa, invece, gli ultrà usavano un altro striscione, lungo cinquanta metri: Gioventù estense (un richiamo alla famiglia d’Este, che ha governato Ferrara nel medioevo).
Con i ricci neri, i jeans scoloriti e il megafono a tutto volume, Casolari guidava i cori dalla curva. I suoi ragazzi erano soprannominati “gremlins” perché portavano bomber verdi. I loro slogan – “Colpire tutto, educare nessuno”, “Scontri urbani e lo sballo” – chiarivano perfettamente quali erano i loro interessi: droga, violenza, adrenalina. Ogni martedì, dalle nove di sera, si ritrovavano al bar Astra. Potevano essere cinquanta o duecento. “La decisione finale spettava sempre a me”, racconta Casolari. Cercavano di fare più danni possibile nelle città rivali. Già strafatti, sfondavano le serrande delle farmacie per rifornirsi di Valium o Roipnol.
Casolari arrotondava facendo lavori stagionali nella fabbrica locale, dove pesava e scaricava le barbabietole da zucchero. Integrava il poco che guadagnava con piccoli furti. È stato arrestato per la prima volta nel 1986 per aver scippato il figlio di un poliziotto. Condannato a dodici mesi, non ha mai scontato la pena, grazie a un’amnistia per i reati minori. Un anno dopo, a 21 anni, ha cominciato una relazione con Annina (il nome è stato cambiato), che ne aveva quattordici.
Gli uomini di Casolari prendevano spesso posizione sulla politica locale. Nel 1989 avevano protestato contro il progetto del comune di smaltire rifiuti tossici nelle discariche della zona. Casolari aveva organizzato una serie di cortei e – a riprova di quanto gli ultrà fossero ormai percepiti come portavoce del malcontento cittadino – era stato perfino invitato nelle scuole a parlare con insegnanti e studenti. “Ha guidato una rivolta popolare”, mi ha detto un’altra sua ex. “Sapeva sempre come parlare, cosa dire”. Alla fine, però, è stato tutto inutile. Le sostanze tossiche sono state comunque interrate in una discarica fuori città.
La sua stagione da capo degli ultrà si è interrotta due anni dopo, durante una partita degli Europei under 21 giocata a Ferrara. La polizia aveva sequestrato una scatola di fumogeni, ma un tifoso era riuscito a recuperarla e i bengala erano stati frettolosamente distribuiti in curva. Quando Casolari aveva svitato il fondo del suo fumogeno e ne aveva tirato la cordicella, invece del solito fumo colorato era partito un razzo di segnalazione nautica che aveva colpito una ragazza lì vicino, procurandole gravi ferite alla testa. Dall’indagine era emerso che la ditta Parente, da cui erano stati acquistati i fumogeni, per errore li aveva mescolati con dei razzi di segnalazione. La ragazza ferita e i suoi genitori avevano fatto causa a Casolari, alla Parente, al ministero dell’interno e alla Spal. Nel marzo 1996 la famiglia ha ottenuto un risarcimento di duecento milioni di lire (circa 170mila euro attuali). Una sentenza successiva ha diviso la somma tra i vari imputati, lasciando a Casolari il 70 per cento dell’importo da pagare.
La sua vita era distrutta. Non poteva più andare allo stadio. Tutti i suoi futuri guadagni sarebbero stati pignorati per coprire il risarcimento. Lui e Annina si sono lasciati. I suoi genitori avevano una tabaccheria in centro, dove vendevano sigarette, orologi e penne; poi avevano aperto una gioielleria. “Ho cazzeggiato furbescamente”, mi ha detto, “frugavo nel portafoglio di mio padre, rubavo le stecche di sigarette”. “È sempre stata la famiglia a pagare per le sue avventure”, mi ha detto con un sospiro di rassegnazione Luca, il fratello minore.
Casolari continuava ad avere problemi con la polizia. Nel 1995 era stato arrestato con l’accusa di aver tenuto in ostaggio una lavoratrice del sesso nigeriana e condannato a nove mesi, poi commutati in libertà condizionale (dopo che ho passato un anno con lui, in cui ha ammesso praticamente tutto ciò di cui è stato accusato, la sua smentita su questo episodio – sostiene che si trattasse di uno scambio di persona – mi ha colpito). Quello stesso anno è finito in carcere per tre mesi per aver aggredito un carabiniere quando, dopo una notte di bagordi, aveva imboccato una strada contromano.
Ormai era diventato un piccolo delinquente, tra droga, risse e furti. Proprio in quei mesi di carcere, però, Casolari ha incontrato un colombiano grazie al quale si sarebbe ritrovato dall’altra parte del mondo, a Medellín, diventando un marito, un padre e un narcotrafficante dilettante.
Casolari ama descriversi come un buono. Nel suo racconto perfino le bravate più folli nascono sempre da un gesto di altruismo. In carcere aveva conosciuto Julio, un colombiano condannato per traffico di cocaina. Quando le scorte di zucchero e pasta di Julio avevano cominciato a sparire, rubate dagli altri detenuti, Casolari e un vecchio amico ultrà avevano deciso di affrontare la situazione. Da lì era nata un’amicizia.
Casolari aveva presentato Julio a suo zio, un avvocato, che era riuscito a farlo trasferire in un carcere a regime aperto. I due hanno continuato a scriversi per anni: Julio gli mandava cartoline in un inglese impeccabile e cortese. Casolari le ha conservate tutte. Ci sono scatoloni di archivi – diari, lettere, fotografie – che si accumulano negli armadi come un tributo alla sua carriera.
Uscito di prigione nel 1996, dopo una serie di lavori in fabbrica ha deciso di arruolarsi nell’esercito. “Fare il soldato è un lavoro proletario”, mi ha detto. È stato due volte in Kosovo e in Bosnia e dice di aver servito anche in Afghanistan (anche se su quest’ultimo punto non ho trovato conferme). Le valutazioni su di lui di quel periodo – almeno quelle che mi ha mostrato – sono sorprendentemente lusinghiere: “Vivace, leale, costruttivo, stimato”, anche se un rapporto accenna alla sua “irascibilità”. In Kosovo è stato colpito a un braccio da un proiettile. Oggi riceve una pensione da militare in congedo di 1.200 euro al mese.
L’esercito gli concedeva lunghi periodi di licenza. Nell’ottobre 1997 era a Ferrara, al funerale di Luca Sgambellone, un ultrà che aveva ucciso un uomo anziano e poi era morto di overdose. Proprio lì Casolari aveva conosciuto un uomo che gli aveva confidato di aver appena vinto 66 milioni di lire al Totocalcio. Casolari gli aveva proposto di andare insieme in Colombia a trovare Julio.
Sembrava la trama di un romanzo: un omicidio, una vincita al Totocalcio, un’avventura all’estero. A quanto pare Casolari aveva una capacità sovrumana di piegare il destino ai propri piani. Oppure – non ne ero certo – era solo l’arte di usare le persone come pedine nei suoi progetti più ambiziosi.
Il giorno di Capodanno del 1998 un parente di Julio è andato a prendere i due italiani all’aeroporto di Bogotá. Hanno passato una settimana nella capitale e poi altre due a San Andrés, un’isola nel mar dei Caraibi. È lì che Casolari ha conosciuto la sua futura moglie, Ana Eneida Mena Arias. Eneida lavorava nel marketing, una delle poche donne nere nel suo gruppo di tirocinanti, ed era molto brava nel porta a porta. “Credo che i clienti fossero sorpresi o incuriositi”, ricorda.
Per un anno Eneida ha continuato a ricevere cartoline da Casolari. Viveva in un appartamento di Medellín che aveva il telefono in condivisione sul pianerottolo, e a volte i vicini le riferivano che aveva chiamato “l’italiano”. Alla fine è riuscito a parlarle. “Mi sembrava ubriaco”, racconta Eneida, “diceva che potevo fare la traduttrice per la Nato”. La chiamava quasi ogni giorno, e lei ha finito per farsi trascinare nella sua visione del futuro. È arrivata a Ferrara nel febbraio 2001. A maggio si sono sposati, con Casolari in uniforme militare. “È successo tutto così in fretta”, ricorda.
Nel 2002 è nato il loro primo figlio. Il presidente della Spal ha offerto a Eneida un lavoro nella sua impresa di pulizie (le società di calcio spesso danno impieghi agli ultrà e alle loro famiglie per tenerli buoni). Nel 2005 Casolari ha lasciato l’esercito e ha fondato un’associazione con alcuni amici ultrà: Uno sguardo verso sud, nata per promuovere una maggiore consapevolezza sul sud del mondo con dibattiti ed eventi (molti gruppi ultrà hanno un ramo solidale, anche se non è sempre chiaro quanto facciano davvero beneficenza).
Nel 2007, mentre Eneida era incinta del loro secondo figlio, la famiglia ha trascorso quattro mesi in Colombia. Casolari ha visto sul giornale un articolo su Gustavo Moncayo, il padre di un caporale colombiano rapito dieci anni prima dai guerriglieri marxisti-leninisti delle Farc. L’uomo stava attraversando il paese a piedi, incatenato, per richiamare l’attenzione sulla prigionia del figlio. Casolari ha trovato i suoi contatti e i due si sono incontrati a Bogotá. Moncayo gli ha detto che stava per partire per un tour in Europa per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla sorte degli ostaggi delle Farc. Casolari l’ha invitato a fermarsi a Ferrara e, quell’autunno, i due hanno passato una settimana insieme tra Ferrara e Roma.
Casolari è così entrato in contatto con la rete di politici e sacerdoti italiani impegnati a fare pressione per la liberazione degli ostaggi. Ha fatto amicizia con don Matteo Maria Zuppi, oggi arcivescovo di Bologna, e ha avuto una serie d’incontri con la Croce rossa e con la nunziatura apostolica in Colombia. Nel dicembre 2007, insieme a Moncayo, ha fatto parte di una delegazione ricevuta a Caracas da Hugo Chávez. A quel tempo il Venezuela era una via di fuga per gli insurrezionalisti di sinistra, e Chávez sperava di guadagnare prestigio sulla scena mondiale accreditandosi come mediatore per la liberazione degli ostaggi. Fotografie e lettere attestano la presenza di Casolari a vari incontri con politici e parenti di ostaggi. Ma è impossibile stabilire con esattezza che ruolo abbia avuto nelle trattative. “Non è mai stato chiaro cosa facesse”, ha detto Eneida. “Ha sempre mille idee e progetti”.
In ogni caso, nel 2010 Pablo Moncayo è stato liberato dopo dodici anni di prigionia. Dopo aver accompagnato il padre Gustavo in giro per l’Italia, Casolari poteva ora presentarsi a Ferrara come un mediatore internazionale per la liberazione degli ostaggi.
Nel corso dei mesi in cui ho parlato con Casolari, verificare le sue storie è diventata un’impresa sempre più complicata. Ho passato settimane a cercare Julio, il suo vecchio amico del carcere, senza riuscire a trovarlo. Quando ho insistito per avere delle prove si è arrabbiato. “Io non sono una persona che accetta la maleducazione gratuita”, mi ha detto in un lungo messaggio vocale, “quindi non so davvero cosa dirti”.
Nel 2011, di ritorno a Ferrara, Casolari si era reinventato un’altra volta, passando da bracconiere a guardiacaccia: il nuovo presidente della Spal, Cesare Butelli, aveva affidato a Uno sguardo verso sud l’appalto per presidiare le barriere di contenimento del pubblico nelle partite di campionato. All’epoca la Spal era in serie C e Casolari era stato incaricato di negoziare i rimborsi ai ristoranti dove i giocatori o lo stesso presidente avevano consumato senza pagare il conto.
Con soldi freschi e i contatti in Colombia, il passo verso il traffico di cocaina era quasi inevitabile. Casolari ha cominciato con piccole spedizioni, ma dato che il costo di ogni consegna della droga – settemila euro – era identico per cento grammi come per un chilo, conveniva passare a quantità più consistenti. Nel 2017 ha messo in piedi una sorta di cooperativa criminale: ex ultrà e malavitosi locali mettevano in comune i soldi e si dividevano i guadagni. Lui stesso ha stimato di aver fatto entrare illegalmente “circa quattrocento chili” di cocaina. Tra il 2018 e il 2023 ci sono state consegne in tutta l’Italia settentrionale: Sassuolo, Brescia, Verona, Padova, Bologna. “A sud non siamo mai scesi”, ha detto Casolari. “Lì hanno altri parrocchiani, hai capito?”.
Per cinque anni Casolari ha fatto la bella vita. Andava in giro con “tre-cinquemila euro” in contanti nella tasca dei jeans. Viaggiava in tutto il mondo con Eneida e i due figli: Islanda, Grecia, Stati Uniti, Canada, Colombia, Regno Unito. “Andava negli hotel di lusso, prendeva sempre il taxi”, ricorda un amico. “E ogni volta che i ragazzi volevano un paio di scarpe da ginnastica gliele comprava: bam, bam, bam”.
Tecnicamente non viveva nemmeno a Ferrara. Dal 2018 al 2024 Casolari è stato residente a Londra e direttore di un’azienda di comodo dal nome improbabile: Italians eat it better. L’idea era d’importare nel Regno Unito olio d’oliva, parmigiano e vino. Un ristorante italiano in una città del nord della Gran Bretagna si era offerto di fornire fatture false.
Casolari sostiene che in realtà stava portando soldi nel Regno Unito: ogni volta che lui o qualche suo socio ci andava, si portava dietro una borsa con banconote fino a diecimila euro per alimentare il suo tesoretto. Tutto quel denaro sarebbe stato quindi depositato presso il ristoratore italiano nel Regno Unito, che oggi avrebbe in custodia “circa un milione di euro” (l’uomo ha rifiutato di farsi intervistare).
La sua vita privata si è fatta sempre più complicata: ha raccontato che nel 2018 si è invaghito di una escort haitiana e che, non sopportando l’idea di condividerla con altri clienti, le dava duemila euro al mese per averla tutta per sé. Alla fine si è messo con un’altra donna, che abitava a pochi metri da casa sua.
Era diventato più cattivo. Padre di due ragazzi birazziali, ogni volta che sentiva un commento razzista perdeva il lume della ragione. Una volta, nel Regno Unito, qualcuno ha detto una parola fuori posto. “Bum!”, ricorda l’uomo che era a cena con lui. “Si è alzato e l’ha portato fuori del locale. Si vede che è stato nell’esercito”. Casolari ammette di avere un carattere esplosivo, ma si giustifica dicendo che si arrabbia solo per le ingiustizie. Ha raccontato che quando due ragazzini hanno mancato di rispetto ai suoi figli su un autobus, li ha rintracciati, li ha portati nel bosco e ha messo una pistola in bocca a entrambi per spaventarli. “Se mi facevano incazzare ero in quella dinamica criminale”, racconta.
“Quando si arrabbia è capace delle cose peggiori”, ha detto uno dei suoi amici. “Deve controllare tutti”, ha detto un ultrà della Spal. “Ha un ego enorme”, ha aggiunto un altro conoscente. “Gli piaceva quando la gente aveva paura di lui. È questo che l’ha rovinato”.
Nel 2023 uno dei clienti di Casolari, S, gli doveva 60mila euro. Giravano voci che il debitore avesse una fortuna in bitcoin. Il 22 agosto 2023 l’uomo è stato attirato in un appartamento da quattro complici di Casolari, lui è entrato con passamontagna e guanti. Nella colluttazione il passamontagna si è strappato e S lo ha visto in faccia. “Gli ho dato quattro pugni in bocca”, ha detto Casolari (erano i famosi “quattro schiaffi”). Hanno legato S e Casolari l’ha minacciato con un taser e una pistola scarica. Poi se n’è andato, convinto che i suoi uomini avrebbero trovato il codice dei bitcoin, ma l’operazione si è trasformata in una farsa: S è riuscito a liberarsi dalle fascette da elettricista con cui era legato e si è buttato dalla finestra. Gli uomini di Casolari l’hanno inseguito, gli hanno preso cento euro dal portafoglio e hanno prelevato quaranta euro dal suo bancomat. Quello è stato tutto il bottino.
Gli inquirenti hanno rintracciato uno dei sequestratori e hanno registrato le sue telefonate. Casolari è stato messo sotto sorveglianza. Il 1 aprile 2024 l’hanno arrestato. La polizia gli ha sequestrato 104 proiettili, un fucile a canne mozze, 85 cartucce e 83 grammi di cocaina. È stato quasi sei mesi in carcere, per buona parte in isolamento. “Era disperato”, ha ricordato il sacerdote che andava a trovarlo, Giacomo Casolari (nessuna parentela). “È un uomo pieno di contraddizioni: vuole essere la persona migliore del mondo, ma ha questo lato duro, inasprito, violento”.
Quando è uscito dal carcere, il rapporto tra Casolari e sua moglie si è rotto definitivamente. “Non me ne stavo più zitta”, ha detto Eneida, “e litigavamo di continuo. Anche fisicamente, davanti ai nostri figli”. Nel settembre 2024 la coppia si è separata ufficialmente. Sei mesi dopo, nella primavera del 2025, è arrivato il divorzio.
Nell’anno che ho passato con Casolari, ho visto i suoi progetti cambiare di continuo. Voleva chiedere asilo politico in Venezuela, poi a Cuba. Sosteneva di aver contattato i russi, offrendosi di andare a combattere nel Donbass (una scelta curiosa per un comunista contrario all’imperialismo). A volte mi diceva che voleva disperatamente riconciliarsi con l’ex moglie (era perfino tornato nella casa di famiglia, dormiva su una brandina in garage); altre volte che stava per sposare la nuova fidanzata.
Forse fare il criminale di professione vuol dire questo: improvvisare sempre. A me, però, sembrava che Casolari fosse nel pieno di una crisi d’identità. Continuava a convincersi – e cercava di convincere me – che, in fondo, era uno dei buoni. “Sono sempre stato uno spacciatore etico”, mi ha ripetuto tante volte. “Ho venduto la coca solo a gente sopra i quarant’anni, hai capito?”. Parlava di sé come di un Robin Hood, ma a volte si vedeva più come lo sceriffo di Ferrara, il cattivo della situazione. Altre volte ha ammesso di essere stato vittima di “un delirio di onnipotenza”. “Sono caduto nella trappola di tutti gli stronzi”, ha detto, “Mi sono lasciato adulare”.
Mentre aspettava la sentenza, la sua paura più grande era tornare in carcere. Nell’attesa è arrivato a fare una sorta di sciopero della fame di 21 giorni (mangiava solo noci e miele). La casa editrice di Renato Curcio gli ha commissionato un libro sulle ingiustizie del sistema carcerario italiano.
Era per questo che mi aveva contattato: per denunciare i maltrattamenti in carcere. E ogni volta che l’ho accompagnato a un’udienza, la scena è stata sempre la stessa: un vespaio. Con la coppola e il completo di tweed scozzese, Casolari girava tra i coimputati e i loro avvocati sibilando domande, incapace di stare fermo.
Sta vedendo uno psicologo e ha qualche sprazzo di autoconsapevolezza. “I miei freni inibitori spesso non funzionano”, ha ammesso. “E non lascio parlare gli altri. Sono un po’ megalomane”.
Questa introspezione è contagiosa. Dopo aver passato tanto tempo con Casolari, ho cominciato a chiedermi perché avesse voluto raccontarmi la sua storia. Mi stava usando per ripulirsi la reputazione? Di certo voleva che gli ripulissi i soldi. Mi parlava spesso di quel “milioncino” nascosto nel Regno Unito e per due volte mi ha offerto il 10 per cento per riportarlo a Ferrara. Se si passa un po’ di tempo con i criminali, diventa quasi naturale credere alle loro storie. A sentire Casolari, gli basterebbe una valigia per tornare a fare la bella vita. Le sue ex compagne, forse, vedono le cose con più chiarezza. “Ha il suo mondo di fantasie”, ha detto una di loro, “e vuole credere che sia la realtà”. ◆ fas
Tobias Jones è un giornalista e scrittore britannico. Vive a Parma. Tra i suoi libri tradotti in Italia Ultrà. Il volto nascosto delle tifoserie di calcio in Italia (Newton Compton 2020) e Il Po. Viaggio lungo il grande fiume (Mondadori 2024). Questo articolo è uscito sul Guardian con il titolo “‘He liked that people were scared of him’: my year unpicking fantasy and reality with a veteran of Italy’s football ultras”.
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Questo articolo è uscito sul numero 1673 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati