Quando ho portato a casa per la prima volta la mia splendida cucciola di due mesi non avrei mai immaginato che sei mesi dopo mi sarei ritrovato a portarla a spasso nel parco vicino a casa con le lacrime agli occhi, sopraffatto da un cocktail letale di senso di colpa, rimpianto e impotenza. Era una di quelle passeggiate destinate a “finire male” e ben note a tanti proprietari di cani. La mia esuberante Dusty si era avvicinata a un altro cane che non aveva nessuna voglia di giocare. Non doveva succedere. Avrei dovuto richiamarla. Anzi, avrei dovuto tenerla sempre al guinzaglio. O forse non avrei mai dovuto prendere un cane.
Dusty ha cominciato ad abbaiare, saltare e girare vorticosamente intorno all’altro cane. “Vuole che finisca in una rissa tra cani?”, mi ha chiesto seccata la donna, mentre, ormai privo di ogni dignità, mi dimenavo per cercare di afferrare Dusty.
Controllare un cane, come controllare un bambino, richiede addestramento, routine, incentivi, ricompense e costrizioni fisiche. A volte l’unica cosa da fare è prenderlo in braccio
“Il mio cane vuole solo giocare con il suo”, ho protestato.
“Ma il mio non vuole giocare”, ha risposto lei.
“Se solo lo lasciasse libero per un momento”, ho ribattuto, “credo che la mia si calmerebbe. Le assicuro che non è aggressiva”.
La sua risposta è stata: “E allora come lo chiama questo comportamento?”. Scacco matto. Mentre il tempo passava e Dusty continuava a sfuggirmi, ho cominciato a chiedermi quanto sarebbe andata avanti la cosa. Avremmo dovuto chiamare la polizia?
Non ricordo quale sia stato l’affondo decisivo, ma alla fine sono riuscito a riprendere il controllo di Dusty: ho agganciato il guinzaglio e mi sono incamminato verso casa, deciso a non mettere mai più me stesso né altri in una situazione del genere.
Come sanno bene i genitori dei bambini piccoli, essere responsabili di qualcuno che non è capace di esserlo autonomamente è un’esperienza faticosa e stressante. Ti costringe a sviluppare una serie di tecniche improvvisate che in fondo ruotano tutte attorno a un unico obiettivo: il controllo. Controllare un cane, come controllare un bambino piccolo, richiede una combinazione di addestramento, routine, incentivi, ricompense e costrizioni fisiche. A volte l’unica cosa da fare è prenderlo in braccio. In materia tutti sono pronti a dare consigli, ma pochi riconoscono l’aspetto più difficile: il senso di disperazione, frustrazione, vergogna e risentimento che prova un adulto quando tutto va storto.
Ognuno di noi conosce il luogo comune secondo cui il Regno Unito sarebbe un “paese di amanti degli animali”, ma spesso non ci soffermiamo su quanto sia singolare, e in fondo straordinario, il fatto che siamo riusciti – quasi sempre con successo – a integrare un numero enorme di esseri autonomi e non umani nel nostro sistema di regole morali. Nel tentativo di inserire Dusty in quel sistema, però, mi sono reso conto di quanto il processo fosse difficile e complesso. E ho cominciato a capire come i temi che studio e di cui scrivo come sociologo – il potere, il comportamento e il controllo – riguardino anche il mondo dell’addestramento canino.
Controllo è una delle parole d’ordine del nostro tempo. Il referendum sulla Brexit è stato vinto grazie alla promessa di “riprendere il controllo”. Le app e i dispositivi tecnologici sono usati per controllare gli aspetti più disparati della nostra vita. Nei luoghi di lavoro le persone sono sottoposte a sistemi invasivi di sorveglianza, mentre la rivoluzione dell’intelligenza artificiale ci mette di fronte a una sfida ancora più grande: come mantenere sotto controllo i nuovi e potentissimi agenti postumani. Il tempo e il denaro che investiamo nella speranza di mantenere il controllo sulle cose sono la prova di quanto temiamo di perderlo. E in nessun ambito questo è più evidente che con i cani.
Noi abbiamo sbagliato: abbiamo preso un boxer. Di solito il commento che fanno tutti quando porti a spasso un boxer è: “Ah, i boxer… sono tutti matti!”. È stata una scelta coraggiosa. Mia moglie preferiva i cani di taglia grande, il che escludeva molte delle razze più abituali per una famiglia che vive a Londra. Mia nonna aveva un boxer, Folly, con cui da bambino ho stretto un legame affettivo profondissimo. Sulla carta i boxer hanno alcuni vantaggi oggettivi: sono di taglia media e non richiedono costose sedute di toelettatura. Hanno un muso incredibilmente espressivo, spesso paragonato alla faccia di un uomo che ha appena consultato l’estratto conto della carta di credito dopo una giornata di shopping compulsivo. Abbiamo cominciato a documentarci online e scoperto un’intera sottocultura di appassionati di boxer, il cui amore per i loro cani sembrava inscalfibile. Ma il motivo per cui le persone amano così tanto questi cani è lo stesso per cui nessun essere umano di buon senso dovrebbe mai prenderne uno. Il loro rapporto con il mondo, con gli altri cani, con le persone che corrono, con quelle che stanno ferme, con gli oggetti in movimento, con quelli immobili, con l’erba alta, bassa, il fango e così via, è fatto di un entusiasmo inesauribile e incontenibile. È una caratteristica insieme meravigliosa e quasi impossibile da gestire: chi li porta a passeggio rischia di farsi strappare un braccio dalla forza con cui tirano al guinzaglio, mentre gli altri si ritrovano spesso con un cane che gli salta addosso.
Originariamente i boxer erano allevati in Germania come cani da caccia. La taglia, la forza e la velocità possono intimorire chi non li conosce. Ma a renderli speciali è la sensibilità. Durante la prima guerra mondiale erano impiegati come “cani della misericordia”, addestrati a inoltrarsi nelle zone fra le trincee per trovare i feriti e i caduti, distinguere gli uni dagli altri e, a volte, restare accanto ai soldati per confortarli mentre morivano.
Rispetto alla maggior parte degli altri cani, i boxer fanno fatica a controllare gli impulsi. Ogni animale, compreso quello umano, viene al mondo aspettandosi una gratificazione immediata dei propri desideri, prima d’imparare che per ottenere quello che si vuole bisogna aspettare. Nei boxer questi impulsi sono semplicemente più forti che negli altri animali.
Una delle cose che abbiamo imparato cercando di controllare Dusty è che, dal punto di vista pratico, per lei la differenza tra impulsi “buoni” (affetto) e impulsi “cattivi” (aggressività) conta meno dell’intensità dell’impulso stesso. Non avevamo idea di quanto sarebbe stato difficile spiegarglielo. I nuovi proprietari di cani attraversano spesso una fase iniziale in cui, man mano che aumentano gli oggetti distrutti o masticati, emergono chiaramente i ripensamenti sulla decisione di prendere un cane.
Gli addestratori e i conduttori cinofili d’élite dicono di amare i “cani da lavoro”, una categoria che comprende i boxer insieme ai dobermann e agli alani, per le sfide a cui li sottopongono, la loro intelligenza e indipendenza. Per imparare a governare Dusty non ho avuto altra scelta che diventare un cinofilo.
Tanti proprietari di cani avranno sicuramente grande familiarità con l’opera di Steve Mann, che comprende titoli come Cane perfetto con tanto affetto (Salani 2021). Mann sostiene di aver lavorato con più di diecimila cani in tutto il mondo e di aver influenzato indirettamente il comportamento di molti altri. Oltre a scrivere libri, Mann produce podcast e video (tra cui un corso di addestramento per la Bbc), mentre i suoi seguaci diffondono in tutto il mondo le sue idee sul comportamento animale. Negli ultimi due anni ho divorato i suoi libri, guardato i suoi video e pagato centinaia di sterline ad addestratori certificati da Mann stesso nella speranza che qualcuno riuscisse a risolvere l’enigma dei comportamenti indesiderati, e a volte insopportabili, di Dusty.
L’addestramento dei cani ha molto a che fare con l’autorevolezza e il linguaggio del corpo, e figure come Mann possiedono una sorta di aura da guru, simile a quella di un guaritore pentecostale o di un esperto di sonno dei neonati, al quale è disposto ad affidarsi chi è davvero disperato, rinunciando a ogni autonomia pur di essere salvato.
Il sacro graal dell’addestramento cinofilo è il “focus”: quell’elemento che costringe il cane a fissare il proprio conduttore in attesa di istruzioni, indipendentemente dalle distrazioni che lo circondano. I video su YouTube degli addestratori famosi sono pieni d’immagini di uomini e donne sorridenti seduti ai tavolini di un bar o che passeggiano serenamente mentre accanto a loro un dobermann o un bracco ungherese dall’aria apparentemente ipnotizzata restano immobili. È la prova inconfutabile del potere dell’addestratore. Il messaggio è: se ci sono riuscito io, puoi farcela anche tu. Ma come?
Negli ultimi decenni Mann è stato tra i fautori di una rivoluzione nel campo dell’addestramento cinofilo che ha messo in discussione le idee sulla disciplina e l’etica diffuse in altri ambiti della nostra vita. Il suo principio guida è quello del comportamentismo, un approccio al controllo e alla previsione delle attività umane e non umane che elimina ogni linguaggio morale in favore delle ricompense.
Come sosteneva lo psicologo statunitense B.F. Skinner, luminare del comportamentismo negli anni cinquanta e sessanta, gli esseri umani e gli animali sono fondamentalmente simili: ciò che fanno è una conseguenza del loro ambiente attuale e delle loro esperienze passate, più che di valori o intenzioni. Ogni comportamento può essere spiegato – e quindi gestito – come la risposta a uno stimolo. Il punto di partenza dell’approccio di Mann è che i cani hanno sofferto per secoli perché il loro comportamento è stato descritto attraverso un linguaggio umano moralizzante. Quando i proprietari definiscono i loro animali “cattivi” o dicono “mi sta ignorando di proposito” oppure “sa di aver fatto qualcosa di sbagliato” si stanno preparando a mettere in atto la risposta più ovvia: la punizione.
Per gran parte della storia del rapporto tra esseri umani e cani, il sistema tradizionale per ottenere il controllo su un cane consisteva nel limitarne i movimenti o nel colpirlo. Quando si è trovato per la prima volta davanti ad addestratori che urlavano e strattonavano i guinzagli, Mann si è chiesto: “Perché invece non ci concentriamo su ciò che vogliamo ottenere?”. È l’idea alla base del metodo del “rinforzo positivo”: quando il cane si comporta come vogliamo che faccia, lo ricompensiamo con del cibo il più rapidamente possibile. Se la ricompensa è abbastanza gratificante e, dettaglio fondamentale, arriva tempestivamente, il cane ci obbedirà e da quel momento basterà consolidare il comportamento attraverso la ripetizione.
Un cane non ci “ignora” né fa di proposito qualcosa contro di noi semplicemente perché – come avrebbe detto Skinner – si limita a rispondere a degli stimoli. Il fatto che il termine “reattivo” sia diventato l’aggettivo più usato per indicare qualsiasi cane che manifesta un comportamento aggressivo, di solito interpretato come un sintomo di paura, è un ulteriore tentativo di liberare l’addestramento canino da un linguaggio antropocentrico. Mentre esploravo questa letteratura ho cominciato, con mia sorpresa, a riconoscere elementi di una critica della morale ben più celebre, quella presente nell’opera di Friedrich Nietzsche.
Secondo gli addestratori moderni, moralizzare e punire non funziona con i cani per la stessa ragione per cui, secondo Nietzsche, funziona con gli esseri umani. Se un cane infrange una regola e poi viene punito due minuti dopo, non riesce a capire il legame tra le due cose. Sa solo di essere stato danneggiato.
Per Nietzsche gli esseri umani diventano creature morali quando imparano a comprendere il nesso fra la trasgressione e la punizione, anche quando tra le due passa un intervallo di tempo considerevole. Gli esseri umani vengono puniti ed educati finché non acquisiscono quella capacità interiore che Nietzsche considerava la più repressiva di tutte: una coscienza colpevole, lo strumento di controllo più ingegnoso mai inventato. Liberarsi dal senso di colpa significherebbe vivere nel presente e dimenticare i propri peccati: in altre parole, diventare più simili ai cani.
In che misura il rinforzo positivo è un’alternativa praticabile alla morale e al senso di colpa? In teoria il procedimento sembra molto semplice, finché non si deve applicarlo alla vita quotidiana. Se un cane non può essere considerato responsabile delle proprie azioni, allora il sospetto si sposta sull’intero ambiente che lo circonda: forse sono i bocconcini sbagliati, la pettorina sbagliata, il momento sbagliato della giornata per uscire. Conosco una coppia che ha cambiato casa perché si era convinta che fosse il modo per migliorare il comportamento del loro cane. Il comportamentismo ha anche lati oscuri, come quello esplorato nei brutali esperimenti condotti sul protagonista di Arancia meccanica. Se un animale non ha la capacità di collegare comportamento e punizione quando tra i due eventi trascorre del tempo, cosa succede se si elimina quel ritardo? Più volte mi sono chiesto come facesse mia nonna a gestire un boxer, poi però mi sono ricordato che Folly indossava un collare a strozzo: se mia nonna tirava il guinzaglio, una catena gli si stringeva subito intorno al collo. I collari elettrici a controllo remoto ampliano la possibilità di ricorrere al condizionamento punitivo. L’etica e l’efficacia di questi collari sono oggetto di un acceso dibattito: nel Regno Unito il governo conservatore aveva proposto una legge per vietarli, ma il provvedimento non è mai arrivato al vaglio del parlamento.
Non userei mai un collare elettrico o un collare a strozzo e capisco quanto sia inutile punire Dusty per comportamenti di cui non ha più memoria. Il mio sostegno al principio del rinforzo positivo è più che convinto. Cerco perfino di evitare di urlare “no!” a Dusty, perché Steve Mann mi ha convinto che con i cani non funziona. Ma quando sembrava che nulla funzionasse, ho immaginato di ricorrere a strumenti molto peggiori, soprattutto da quando Dusty è entrata nella cosiddetta fase adolescenziale.
La cronologia delle ricerche online di ognuno di noi contiene una lista di richieste imbarazzanti. Confesso che nella mia compaiono le parole “ricollocamento di cani boxer”. Mi sono limitato a cercarle su Google e a rabbrividire davanti all’immagine che mi era balenata in testa: il muso triste di Dusty mentre mi allontano da lei per l’ultima volta. Pero sì, l’ho cercato. I siti delle associazioni che si occupano di recupero dei cani mostrano gallerie strazianti di animali a cui è stata trovata una nuova sistemazione, spesso accompagnate dalla spiegazione che sono stati abbandonati “non per colpa loro”, una frase in codice che significa semplicemente “non hanno morso nessuno”. Scorrendo i siti delle associazioni specializzate nei boxer, una cosa mi ha colpito: quasi tutti i cani ricollocati avevano quattordici mesi.
Come gli esseri umani, i cani attraversano una fase adolescenziale quando entrano nell’età della maturazione sessuale. I sintomi possono includere un’impennata di energia, una ricerca d’indipendenza che sembra fargli dimenticare i comandi di base già acquisiti, e varie altre forme di regressione comportamentale, il tutto accompagnato da un corpo di dimensioni quasi adulte.
Ai tempi del suo primo compleanno, Dusty, che era già quasi impossibile da gestire, è diventata incontrollabile. Il momento peggiore in assoluto è arrivato quando aveva esattamente quattordici mesi.
I proprietari di cani piccoli o particolarmente tranquilli quasi non si accorgono dell’adolescenza del loro animale. Chi ha esemplari di razze più grandi ed esuberanti, sa invece che in questa fase il cane diventa un vero incubo: parte a razzo verso oggetti a caso in lontananza, sembra sviluppare un sesto senso per ciò che proprio non vorresti facesse, finendo poi inevitabilmente per farlo.
Nei momenti di maggiore paranoia si può arrivare a pensare che un cane adolescente agisca per vendicarsi. In questi casi gli addestratori consigliano di “tornare alle basi”: nel caso di Dusty abbiamo provato a ricordarle la parola “seduta!”, prima che lei schizzasse via all’inseguimento di un piccione.
Cosa si fa quando la disciplina morale non è un’opzione e il rinforzo positivo sembra insufficiente? Come succede in molti altri ambiti della vita umana e non umana, domande di questo tipo prima o poi finiscono per ricondurre al più grande centro di controllo della natura: il cervello. Si scopre così che il cervello del cane adolescente è un terreno fertile per speculazioni neurologiche più o meno attendibili. Ho letto che durante questa fase le sinapsi vengono “ricablate”, che la parte del cervello responsabile del controllo degli impulsi s’indebolisce temporaneamente e che gli ormoni sessuali creano nel cervello una condizione di squilibrio. Nulla di tutto questo basta a demolire l’idea che il proprio cane sia davvero un mascalzone, ma può aiutare a tollerarlo per un’altra giornata senza perdere la pazienza.
Le neuroscienze canine non servono solo ad aiutarci a comprendere l’adolescenza dei cani: in realtà sono utili già nel momento in cui si porta a casa un cucciolo. Veterinari, addestratori e associazioni per la tutela degli animali ripetono da tempo che un cucciolo deve sperimentare ogni possibile stimolo visivo, sonoro o sensoriale entro le sedici settimane di vita, altrimenti c’è il rischio che non riesca mai ad abituarcisi. Questo include il rumore dell’aspirapolvere, le persone con indumenti sgargianti, i passeggini, i tipi con dei cappelli strani e così via. Esistono diverse liste da seguire alla lettera.
Tra le eredità della pandemia di covid-19 c’è stato l’aumento dei problemi comportamentali dei cani, compresi gli episodi di aggressività, legati al gran numero di cuccioli adottati tra il 2020 e il 2021, animali che hanno avuto poche occasioni di conoscere il mondo esterno e gli altri cani. Quando ho saputo della finestra delle sedici settimane sono stato sopraffatto dall’ansia. Dovevo davvero portare Dusty in ogni pub e caffè del mio quartiere prima di quella scadenza? Trovare una cover band dei Village People per farle conoscere l’intera gamma di uniformi e cappelli strani esistenti? In realtà ero anche scettico. E infatti dopo qualche ricerca ho scoperto che la tassatività di quel periodo di tempo risaliva a uno studio condotto negli anni sessanta. Quel numero magico era semplicemente il risultato della scelta degli scienziati di dividere i cuccioli da esaminare in due gruppi, uno dei quali riservato ai cani di meno di sedici settimane.
La regola, tuttavia, ha quantomeno il pregio di essere accettata con un largo consenso. Ma in altri casi, quando si parla di fisiologia e comportamento, le opinioni, i prodotti, le teorie e i servizi sono molteplici e contrastanti.
Man mano che il comportamento di Dusty peggiorava, abbiamo cominciato a prendere in considerazione spiegazioni legate alla medicina veterinaria. Aveva dolore? Il suo cervello era sopraffatto dalla vita urbana, come gli psichiatri hanno ipotizzato in vari momenti negli ultimi centocinquant’anni riguardo alla neurologia umana? Cercare una spiegazione nei neuroni ha un vantaggio indiscutibile: ci libera dai sentimenti di responsabilità e colpa che accompagnano la mancanza di controllo.
Va anche detto che non mancano aziende e professionisti pronti a speculare sui fattori fisiologici alla base del comportamento dei cani. I veterinari comportamentalisti possono chiedere fino a settecento sterline (più di 820 euro) per una consulenza. E le loro diagnosi portano spesso alla prescrizione di farmaci: le vendite di “Prozac per cuccioli” (la fluoxetina) sono decuplicate negli ultimi dieci anni. L’industria veterinaria britannica è stata tardivamente sottoposta a un’indagine dell’autorità garante per la concorrenza e i mercati, cosa che di certo non sorprenderà tutti quelli che hanno pagato 23 sterline per una sola compressa contro le pulci.
Nel Regno Unito avere un cane offre uno sguardo diverso su una società priva di un sistema sanitario pubblico, universale e gratuito. Non è solo la spesa straordinaria a logorare, ma anche la costante preoccupazione che da qualche parte possa esserci una soluzione al tuo problema e che forse non hai ancora pagato abbastanza per trovarla. Incapaci di comunicare, gli animali ci costringono ad adottare un approccio di sperimentazione comportamentale: non abbiamo altro su cui basarci se non ciò che possiamo osservare. Su quel comportamento proiettiamo le nostre interpretazioni e spiegazioni da profani, ma quando restiamo senza risposte, il vuoto è riempito dalle domande sul cervello.
Rinforzare positivamente i comportamenti desiderati è difficile. Richiede tempo ed è estremamente ripetitivo: è più simile ad andare in palestra che a insegnare agli studenti. E io so bene quale delle due attività trovo più gratificante. Ma se i bocconcini che usi come ricompensa sono, nel gergo degli addestratori, abbastanza “di qualità” e se al tuo cane dedichi tutto il tempo necessario, allora le cose possono funzionare. Oggi, quando chiamiamo Dusty, nella maggior parte dei casi lei torna da noi. È ancora molto esuberante, ma fortunatamente episodi come quello del parco non si ripetono più.
Arrivare a questo punto ha richiesto la comprensione di un’ulteriore, fondamentale differenza tra cani ed esseri umani: l’assenza di moralità significa anche l’incapacità di ripetere lo stesso comportamento in situazioni diverse. I cani possono essere prevedibili in un contesto e poi comportarsi in modo completamente diverso in un altro. E se è possibile controllare l’ambiente della propria cucina, non si può mai sapere quale novità potrebbe comparire all’improvviso al parco. La risposta di Steve Mann al problema è semplice: non mettere il cane in situazioni che non si possono controllare o che in passato hanno provocato comportamenti indesiderati.
Per quanto cerchiamo di proiettarci in un mondo in cui il controllo viene perfezionato attraverso la manipolazione delle ricompense, degli stimoli ambientali e dei percorsi neurali, l’esperienza con Dusty mi fa pensare che ciò che gli esseri umani cercano davvero in tutto questo è una via di fuga dal proprio senso di colpa.
Molti proprietari di cani non hanno mai preso in mano un manuale di addestramento, perché i loro cani sono così tranquilli o così piccoli da non renderlo necessario. Altri, invece, perché infastidire gli altri non li preoccupa più di tanto.
Possiamo allontanarci dalla logica morale per entrare in un mondo fatto di “rinforzo positivo” e chimica cerebrale solo fino a un certo punto, per il semplice motivo che nessuno di noi raggiunge mai un controllo perfetto. Imparare a non giudicare e non punire il proprio cane è relativamente facile. Più difficile è imparare che la differenza tra una passeggiata poco piacevole e una emotivamente disastrosa dipende da tutt’altro: dal sentirsi giudicati dagli altri proprietari.
Quando è in gioco il controllo, quello che vogliamo più di ogni altra cosa non sono fatti scientifici o diagnosi, ma gentilezza e comprensione: cose che solo un altro essere umano può offrirci. Nei primi tempi con Dusty, quando ci sentivamo completamente smarriti, mi capitava ogni tanto d’incontrare uno straniero gentile che mi fermava per dirmi che il mio cane era bellissimo. Quelle parole avevano per me un’importanza sorprendente. La settima volta che l’ho visto, era seduto sul sagrato di una chiesa a fumare crack.
I cani aiutano a superare le barriere sociali meglio dello sport e di accudire i bambini, i pilastri su cui si costruiscono i legami interpersonali nelle società laiche. Da quando abbiamo Dusty siamo stati accolti in diverse comunità informali di proprietari di cani, che offrono un conforto che potremmo definire solidarietà. A volte hai semplicemente bisogno che un’altra persona ti dica che anche lei ci è passata e che stai facendo le cose nel modo giusto. Quanto a Dusty, rimane bella e innocente come sempre. ◆ svb
William davies è un sociologo ed economista politico britannico. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è Stati nervosi. Come l’emotività ha conquistato il mondo (Einaudi 2019). Questo articolo è uscito sul Guardian con il titolo “What training my chaotic dog taught me about power, control – and human beings”.
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Questo articolo è uscito sul numero 1675 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati