×

Fornisci il consenso ai cookie

Internazionale usa i cookie per mostrare alcuni contenuti esterni e proporti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o negare il consenso, consulta questa pagina.

È ora di ripensare i colori della Terra

Il Likouala-aux-Herbes, in Congo, 3 maggio 2023. Questo fiume scorre per circa settecento chilometri in una regione coperta da paludi, dense foreste e praterie, molto importanti per il clima globale (Earthobservatory/Nasa)

La prima foto a colori della Terra risale al 1968: spuntava dall’oscurità, sopra la Luna, ed era di un blu intenso. Non era la prima immagine in assoluto del nostro pianeta visto dallo spazio – due anni prima l’aveva immortalato una sonda della Nasa, in bianco e nero. Ma quella foto, grazie al colore, rendeva la fragilità della Terra qualcosa di più afferrabile. Nel 1972 un’altra immagine aggiunse nuovi dettagli, mostrando vortici di blu, marrone, verde e bianco.

Quegli scatti cambiarono la percezione. Se all’inizio lo spazio era immaginato come una frontiera da conquistare, ora diventava anche un punto privilegiato da cui riscoprire il pianeta. Contribuì a formare una coscienza ambientale globale. Furono organizzate le prime giornate della Terra; la metafora della “Nave Spaziale Terra”, resa popolare soprattutto dal teorico, inventore e architetto Buckminster Fuller, veniva usata per descrivere il pianeta come un veicolo da trattare con cura.

I veri colori del sistema solare
Nell’immagine più nota il pianeta Venere appare arancione, ma in realtà è bianco, come il Sole. Gli astronomi traducono le onde radio in colori che possiamo percepire

Poi, con il passare dei decenni, i colori si sono caricati di un altro significato, spiega su Noema Frederic Hanusch, che insegna politica e cambiamento del pianeta alla Justus-Liebig-Universität di Gießen, in Germania. Se prima insegnavano a vedere e ad apprezzare la Terra, ora testimoniano come la stiamo alterando: le costellazioni urbane frutto dell’inquinamento luminoso, le superfici degli oceani che virano verso il verde, i ghiacciai che si tingono di rosso per la proliferazione di alghe (che accelerano lo scioglimento).

Per studiare queste trasformazioni la Nasa nel 2024 ha lanciato la missione Pace (acronimo di plankton, aerosol, cloud, ocean ecosystem), una sorta di scanner biologico della Terra. Pace non si limita a fotografare il pianeta restituendo immagini dai colori naturali, ma registra centinaia di bande dello spettro luminoso, molte invisibili all’occhio umano, e le traduce in mappe cromatiche artificiali. Così mostra processi che normalmente noi non percepiamo.

Un progetto come questo, però, ci dice una cosa importante, scrive Hanusch: che le rappresentazioni ambientali codificate per colori non sono neutrali. Determinano quello che vediamo e quindi quello su cui interveniamo. Eppure spesso sono il risultato casuale di settaggi tecnici e scelte prese di volta in volta, non derivano da una riflessione condivisa e coerente. “È ora di comporre una tavolozza planetaria” partecipata, conclude Hanusch. Per costruirla secondo lui bisogna agire su più fronti.

Il primo è aprire un dialogo. Fare un invito pubblico a riosservare la Terra, usando i colori come tramite. I segnali del pianeta diventerebbero più facili da interpretare. Non diremmo più solo “verde”, ma “verde clorofilla” o “verde aurora boreale”, collegando i colori ai processi che li generano. Questa grammatica cromatica potrebbe anche aiutare a organizzare forme di adattamento collettivo. Per esempio, “blu notturno” per segnalare aree senza inquinamento luminoso, o “ciano di piena” per coordinare attività come pesca, trasporti o coltivazioni quando il livello di un fiume sale.

Il secondo passo è riunire competenze diverse – scienziati, artisti, designer, esperti di accessibilità, linguisti, antropologi, educatori, giornalisti, politici – per definire princìpi comuni e sviluppare i primi prototipi. Quali potrebbero essere questi princìpi? Hanusch ne suggerisce cinque: legare le tonalità ai processi naturali, non agli stati d’animo; pensare al bello; lasciare spazio agli adattamenti locali; essere inclusive e trasparenti; e restare aperte a nuovi usi e significati.

Il terzo passaggio è dare a questo progetto una sede istituzionale: un osservatorio diffuso, gestito da una rete di agenzie scientifiche, laboratori di design e musei.Infine, i prototipi dovrebbero essere trattati come un bene comune e una vera infrastruttura civica, da testare, correggere e aggiornare continuamente.

Per Hanusch il punto che tutti dovremmo avere chiaro è che decidere come il pianeta appare significa anche decidere che rapporto vogliamo avere con lui. Prima, però, bisogna imparare a vederlo insieme.

Questo testo è tratto dalla newsletter Doposcuola.

pubblicità