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Gli afroiracheni lottano da secoli per i loro diritti 

Una litografia sul commercio degli schiavi in Africa. (Michael Nicholson, Corbis/Getty Images)

Nell’869 dopo Cristo migliaia di schiavi dell’impero abbaside provenienti dall’Africa orientale si ribellarono contro i loro padroni, ricchi proprietari terrieri in quella che oggi è la città di Bassora in Iraq, scatenando una rivolta che infuriò per quattordici anni.

Nonostante i secoli e la distanza che la separano dalle altre, la rivolta degli zanj continua a far parte di una storia transnazionale della schiavitù africana, insieme alla rivoluzione haitiana e alla rete informale antischiavista afroamericana Underground railroad di cui fu attivista e guida Harriet Tubman. Gli afroiracheni di oggi, discendenti dei ribelli zanj, ancora provano un forte senso di solidarietà con i discendenti di altre popolazioni schiavizzate. Di fatto questa comunità irachena si è plasmata un’identità che trascende il tempo e lo spazio. A ispirare il loro movimento per i diritti civili nell’Iraq odierno ci sono Martin Luther King, Barack Obama e George Floyd.

Il mese della storia dei neri (che è stato celebrato dal 1 febbraio al 1 marzo) offre un’opportunità di accendere i riflettori sugli afroiracheni, analizzandone il passato, il presente e il futuro. In un momento in cui l’Iraq subisce l’urto dei cambiamenti climatici, diventando uno dei luoghi più caldi al mondo, il destino di questa comunità resta precario, perché anche un’apartheid climatica ne minaccia la sopravvivenza.

La rivolta degli zanj
Il nome dato a questa rivolta proviene dalla parola araba zanj, che significa nero. L’etimologia dell’isola di Zanzibar viene da zanj più barr, che in arabo vuol dire terra o costa. Zanj si è quindi affermata come parola per riferirsi agli schiavi neri deportati da quest’isola e dall’Africa orientale, acquisendo da allora un’accezione dispregiativa. Gli schiavi destinati all’Iraq molto probabilmente provenivano da Kenya, Sudan ed Etiopia, e i loro discendenti continuano a praticare rituali collettivi di danza tipici del loro luogo di origine per preservare e celebrare la loro identità. Le origini geografiche della comunità nera irachena sono variegate, ma la storia condivisa di deportazione e riduzione in schiavitù da parte dei commercianti di schiavi arabi, il loro viaggio dall’Africa all’Iraq e la loro rivolta servono oggi da collante nella loro memoria collettiva.

Gli schiavi furono imbarcati nella città portuale di Bassora nell’attuale Iraq per l’estenuante opera di prosciugamento delle saline e di coltivazione della canna da zucchero. Nell’869 dC si ribellarono, ispirati dal carismatico Ali ibn Muhammad che predicava la dottrina dell’islam kharijita secondo cui chiunque, anche uno schiavo nero, poteva essere scelto come califfo.

In tutto il Medio Oriente e il Nordafrica, il razzismo è dilagante al livello sia istituzionale sia sociale

A mano a mano che la causa guadagnava terreno, i soldati neri nei contingenti militari dell’esercito abbaside disertarono per unirsi al movimento, proclamando il loro piccolo stato con la propria capitale, Al Mukhtara (la prescelta), che si ampliò all’Iran sudoccidentale arrivando a controllare anche un porto marittimo sul golfo Persico, e sopravvisse 15 anni, fino a quando l’esercito del califfo contrattaccò, conquistando Al Mukhtara nell’883.

Secondo lo storico Kent Krause il valore della rivolta degli zanj va ben oltre la regione, e l’eredità di questa ribellione ha ispirato anche altre sollevazioni di schiavi africani, come la rivoluzione haitiana e la rivolta dei malê in Brasile. “Antesignana delle rivolte di schiavi in America Latina e nei Caraibi secoli dopo, la rivolta degli zanj dimostrò il grande potenziale dell’insurrezione solidale di una popolazione prigioniera”, afferma Krause.

Il movimento degli iracheni liberi
Non esiste una cifra ufficiale sulla popolazione della comunità afroirachena, e le stime oscillano tra 400mila e circa due milioni di persone, prevalentemente nella provincia di Bassora. Con l’evolversi della società civile irachena dopo l’invasione del 2003, nel 2007 Jalal Diab Thijeel aveva fondato il Movimento degli iracheni liberi per rappresentare la comunità afroirachena, nel tentativo di contrastare l’umiliazione e lo svilimento che questa comunità subisce da secoli.

Il movimento rivendica diritti civili, il riconoscimento della comunità da parte del governo e leggi contro la discriminazione. Al momento della sua fondazione la comunità non aveva alcuna rappresentanza nel governo e nessun afroiracheno ricopriva un ruolo da ministro, deputato, e neppure da consigliere municipale. L’organizzazione continua a fare pressioni perché lo stato riconosca la comunità come una minoranza, il che le garantirebbe gli stessi benefici dei cristiani iracheni, tra cui una quota di seggi riservati in parlamento.

Il movimento chiede la modifica della costituzione irachena in senso antirazzista, così da vietare la discriminazione contro la comunità nera e migliorarne le opportunità di lavoro. Gli afroiracheni, infatti, non possono prestare servizio o fare carriera nell’esercito, nella polizia o nella pubblica amministrazione. La maggior parte è costretta a svolgere lavori a basso reddito, come addetti alle pulizie, musicisti o danzatori. Sul piano della mobilitazione sociale il movimento reclama spazi sui mezzi d’informazione nazionali per diffondere le proprie denunce e chiede di riformare i programmi scolastici affinché nei testi sia inclusa la loro storia presentata in modo non distorto. Thijeel teneva i suoi corsi sulla storia afroirachena, inclusa la rivolta degli zanj, e promuoveva lo sviluppo di una scena hip-hop locale. Amir Al Azraki, professore associato di studi culturali e linguistici all’università di Renison, in Canada, ed esperto della comunità afroirachena, ha dichiarato a The New Arab: “Purtroppo pochissime persone della comunità afroirachena sono a conoscenza della rivolta degli zanj, forse a causa dell’alto tasso di analfabetismo”. Questa scarsa conoscenza ha reso il lavoro di Thijeel ancor più prezioso per la comunità.

In tutto il Medio Oriente e il Nordafrica, il razzismo è dilagante sia nelle istituzioni sia nella società, come dimostrano le esperienze delle comunità nere in Palestina, Egitto, Turchia, Iran e non solo. Tuttavia, continua Al Azraki, “non esiste una rete organizzata di comunicazione, coordinamento o solidarietà nella regione. Alcuni afroiracheni hanno partecipato a delle esibizioni rituali con degli afroiraniani in Iran, ma si tratta di esperienze individuali”.

Poiché queste comunità nella regione continuano a essere emarginate e per lo più invisibili, gli afroiracheni hanno cercato ispirazione e solidarietà al di fuori della regione, trovando un’affinità con gli afroamericani. L’elezione di Barack Obama nel 2008 aveva rappresentato un momento fondamentale per questa comunità, dato che una persona di origine keniota era diventata la guida della superpotenza mondiale, un fatto che senz’altro deve aver ispirato gli iracheni originari del Kenya. Nella sua classe, insieme a quella di Martin Luther King Jr, Thijeel teneva appesa una foto di Obama.

“L’apartheid climatica scaturisce da complessi intrecci tra razzismo e sfruttamento dell’ambiente”, ha detto Desmond Tutu

Il 26 aprile 2013 Thijeel è stato assassinato, molto probabilmente da fazioni politiche contrarie al suo tentativo di candidarsi, seguendo tragicamente il destino del suo ispiratore, Martin Luther King. Nel 2020 gli afroiracheni hanno trovato una rinnovata ispirazione nel movimento Black lives matter, e la morte di George Floyd nel maggio 2020 ha rappresentato una chiamata alla mobilitazione per protestare contro la loro oppressione e rivendicare dignità.

Le conseguenze della crisi climatica
Il futuro della comunità afroirachena si prospetta ancora più precario alla luce di una delle maggiori minacce esistenziali dell’Iraq: il cambiamento climatico. La zona intorno a Bassora ha già dimostrato di essere particolarmente vulnerabile alle condizioni meteorologiche estreme. Durante l’ondata di caldo dell’estate 2019 per esempio, città come Bassora, in particolare il distretto dell’entroterra di Zubayr dove vive la maggior parte degli afroiracheni, sono state colpite da temperature tra le più alte mai registrate nella storia. A Bassora l’innalzamento del livello del mare potrebbe causare inondazioni che colpirebbero le abitazioni e ha già causato l’entrata di acqua salata nei canali e nei torrenti della città, 300 chilometri a monte del fiume Shatt al Arab, uccidendo colture, bestiame e pesci. Mentre gran parte degli abitanti di Bassora soffre di povertà, la comunità afroirachena, in quanto popolazione ancor più emarginata, si trova ad affrontare difficoltà accentuate da questi cambiamenti ambientali.

L’arcivescovo Desmond Tutu, recentemente scomparso, ha coniato l’espressione “apartheid climatica”, affermando che questo tipo di discriminazione “nasce da complessi intrecci tra razzismo e sfruttamento dell’ambiente”. L’Iraq costituisce un modello di apartheid climatica, in cui solo i ricchi possono permettersi cibo, acqua ed elettricità per far funzionare i condizionatori, in particolar modo a Bassora. Nel 2016 il giornalista Richard Hall ha scritto: “In futuro solo i ricchi potranno scampare al caldo insopportabile derivante dal cambiamento climatico. In Iraq, questo sta già accadendo”. L’Iraq non è certo l’unico paese a sperimentare l’affermarsi di un’apartheid climatica basata sull’intersezione tra diverse forme di emarginazione. Ancora una volta un confronto tra la comunità afroirachena e, per esempio, quella afrocolombiana evidenzia le connessioni transnazionali che accomunano i discendenti delle popolazioni di schiavi.

Come nel caso dell’assassinio di Thijeel, anche dietro la morte nel giugno 2019 di Maria Hurtado, leader afrocolombiana, si nascondono con probabilità i paramilitari. Entrambe le comunità vivono in zone vulnerabili all’innalzamento del livello del mare e sono soggette alla palese violenza e repressione statale oltre che a una sistematica negazione dei diritti e all’emarginazione.

Il mese della storia dei neri serve per riflettere sulle traiettorie storiche e sulle ingiustizie che hanno portato alla marginalizzazione di queste comunità dall’Iraq agli Stati Uniti alla Colombia. Nel futuro l’apartheid climatica si manifesterà in tutto il mondo, poiché persone che vivono nella stessa area sperimentano le condizioni climatiche estreme in modo diverso in base alla razza, all’etnia e alla classe.

In queste drammatiche circostanze, il destino della comunità afroirachena resta incerto.

(Traduzione di Francesco De Lellis)

Questo articolo è uscito su The New Arab. Internazionale ha una newsletter che racconta cosa succede in Medio Oriente. Ci si iscrive qui.

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