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Fra Donald Trump e Xi Jinping poteva andare peggio 

Donald Trump e Xi Jinping nel giardino di Zhongnanhai. Pechino, Cina, 15 maggio 2026 (Evan Vucci, Reuters/Contrasto)

Quando il Regno Unito mandò la sua prima missione diplomatica in Cina, nel 1973, uno dei partecipanti arrivati da Londra, Peter Auber, riferì che la delegazione era stata “ricevuta con estrema gentilezza, trattata con estrema ospitalità, osservata con estrema attenzione e congedata con estremo garbo”. Quella missione, il cui scopo era favorire il commercio e aprire un’ambasciata britannica permanente a Pechino, si svolse in pompa magna, senza però produrre risultati concreti. La frase di Auber mi è tornata in mente durante la visita di Donald Trump in Cina il 14 e 15 maggio.

Il presidente cinese Xi Jinping ha inaugurato il vertice ringraziando calorosamente il suo collega statunitense e sottolineando che i rapporti tra i due paesi sono “i più consequenziali del mondo”. Xi ha aggiunto che un ritorno degli Stati Uniti alla grandezza del passato (un riferimento allo slogan politico di Trump e del suo movimento Maga, make America great again) è assolutamente compatibile con con il progresso cinese.

Trump è stato altrettanto affettuoso nelle lodi rivolte a Xi. Mentre era ancora a bordo del volo diretto a Pechino, ha dichiarato sui social media che il presidente cinese è “rispettato da tutti”. Quando le due delegazioni si sono incontrate per un colloquio diretto, si è complimentato con Xi definendolo un “grande leader”. Ma quali sono stati i risultati concreti di questa visita al di là delle lusinghe diplomatiche?

A mani vuote

Durante entrambi i mandati della sua presidenza, Trump ha costantemente cercato di correggere lo squilibrio commerciale tra le due superpotenze. I dati del 2025 indicano che gli Stati Uniti hanno venuto alla Cina prodotti per 106 miliardi di dollari, acquistandone per 308 miliardi. Il deficit commerciale, dunque, era di circa duecento miliardi di dollari.

In occasione dell’ultima visita di Trump in Cina, nel 2017, Pechino aveva accettato di comprare una quantità maggiore di semi si soia dagli Stati Uniti. Stavolta l’unico prodotto su cui c’è stato un accordo di rilievo sono stati gli aerei. Il 14 maggio Trump ha annunciato che Pechino ordinerà duecento aerei Boeing, ma subito dopo l’annuncio le azioni dell’azienda aerospaziale hanno perso il 4 per cento, perché l’ordine è stato più piccolo del previsto. Trump ha anche dichiarato che, in linea di principio, la Cina ha accettato di comprare petrolio greggio dagli Stati Uniti.

Di contro, i numerosi amministratori delegati delle aziende tecnologiche che hanno accompagnato Trump a Pechino – tra cui Elon Musk (Tesla), Jensen Huang (Nvidia) e Tim Cook (Apple) – non sembrano aver ottenuto nulla di importate dalla loro partecipazione alla visita. La strategia cinese per raggiungere l’autonomia tecnologica è nota, e l’ultimo piano quinquennale del governo, presentato di recente, ha confermato l’impegno per favorire l’innovazione e rafforzare le aziende cinesi.

Risultati più significativi sono arrivati nell’ambito, meno tangibile, della geopolitica e della cooperazione tra le grandi potenze. Nel corso del vertice, Xi ha affermato chiaramente che il mondo dipende dalla capacità di Cina e Stati Uniti di mantenere un rapporto positivo e pragmatico pur non essendo sempre sulla stessa linea.

I commenti a proposito di Taiwan, in particolare, sembrano aver fissato una serie di paletti su entrambi i fronti. Xi ha ribadito l’importanza della non interferenza degli Stati Uniti, un modo per alludere alla vendita di armi statunitensi al governo dell’isola (che Pechino considera una provincia ribelle). E Trump ha dichiarato ai giornalisti di non aver ancora deciso se confermare o meno la vendita di grandi quantità di armamenti a Taiwan.

Tuttavia, nel corso del dialogo privato con i funzionari cinesi, la delegazione statunitense sembra essere rimasta fedele alla linea seguita da Washington dagli anni settanta, secondo cui la questione dev’essere risolta pacificamente con un accordo tra Taiwan e la Cina. Alla luce di quello che sta succedendo negli altri focolai di tensione del mondo, la scelta di difendere la situazione attuale di Taiwan è sicuramente apprezzabile, per quanto poco emozionante.

Una buona notizia

A proposito degli altri conflitti, Trump ha annunciato di aver ricevuto un’offerta d’aiuto da Xi per risolvere la guerra in Iran, ma per ora non è chiaro in che modo questo impegno potrebbe tradursi in azioni concrete. Difficilmente, infatti, la Cina sarà disposta a ricoprire un importante ruolo di mediazione, soprattutto considerando che la regione sembra risucchiare chiunque si lasci coinvolgere nei conflitti locali.

In definitiva la Cina vorrebbe una tregua a lungo termine che permetta sia a Washington sia a Teheran di sostenere aver vinto anche senza un risultato decisivo e indiscutibile. L’offerta d’aiuto, probabilmente, deriva dal fatto che Pechino non vuole che la guerra continui a turbare la stabilità economica.

La storia, probabilmente, giudicherà la visita di Trump come una nuova pietra miliare sulla strada verso un mondo in cui la Cina conta più del passato ma continua a rispettare gli Stati Uniti e ad accettare la loro attuale supremazia economica e militare.

Trump sarà anche ripartito a mani vuote, ma a volte in campo diplomatico l’assenza di sviluppi clamorosi può essere un bene. Il fatto che i due leader si siano parlati, abbiano evitato lo scontro e abbiano accettato di proseguire il dialogo può sembrare un risultato modesto, ma in questo mondo turbolento è sicuramente una buona notizia.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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