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Le conseguenze della guerra in Iran per i paesi del Golfo

Dopo un attacco iraniano a Doha, Qatar, 1 marzo 2026 (Mohammed Salem, Reuters/Contrasto)

Hanno tentato di tutto per convincere gli Stati Uniti a non intervenire contro l’Iran e per evitare di essere trascinati in guerra. Ma sono bastate poche ore perché quello che temevano i paesi del golfo Persico diventasse realtà.

Dopo la prima ondata di attacchi condotti sabato 28 febbraio da Washington e Tel Aviv contro la Repubblica islamica, Teheran ha risposto lanciando missili sui paesi del Golfo, affermando di aver preso di mira il quartier generale della quinta flotta della marina statunitense in Bahrein e altre basi americane in Qatar, negli Emirati Arabi Uniti e in Kuwait, mentre nella capitale saudita Riyadh si sono sentite delle esplosioni.

Uno shock per le monarchie petrolifere, la cui illusione di sicurezza è stata brutalmente scossa. Sui social media, molte immagini hanno mostrato gli abitanti in fuga in preda al panico, mentre un civile di nazionalità asiatica è stato ucciso ad Abu Dhabi dalla caduta di detriti di missili in un quartiere residenziale.

“Per la prima volta nella storia, cinque paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo sono stati colpiti contemporaneamente. Questo li mette in una situazione strategica delicata e li costringe ad affrontare la minaccia che cercano di evitare dal 1979”, sottolinea Dania Thafer, direttrice esecutiva del Gulf international forum, un centro studi di Washington. “Di fatto, la regione si è trasformata in un fronte di guerra avanzato degli Stati Uniti”.

Unità rafforzata

Nelle ultime settimane, temendo di essere bersaglio di ritorsioni iraniane, i paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo (Gcc) avevano moltiplicato le iniziative diplomatiche con Washington per scoraggiare qualsiasi attacco, dicendo chiaramente di essere contrarie a far usare per questo scopo le basi statunitensi sul loro territorio.

Sulla carta l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, in prima linea, avrebbero potuto rallegrarsi dell’indebolimento dell’Iran, avversario storico di cui hanno a lungo cercato di contenere l’influenza, ma la progressiva erosione della protezione militare statunitense negli ultimi anni sembra averli convinti che non era il momento giusto per un’escalation.

Ne sono prova l’attacco senza precedenti sferrato da Tel Aviv contro una delegazione di Hamas in Qatar a settembre del 2025, oltre che gli attacchi con droni e missili attribuiti all’Iran nel 2019 contro due siti petroliferi sauditi. Una sequenza di eventi in cui l’assenza di una risposta statunitense è stata vissuta come un abbandono.

“Siamo a un punto di svolta. Gli sforzi diplomatici del Golfo non hanno realmente portato a risultati e il Consiglio di cooperazione sta prendendo coscienza del fatto che non può contare sugli Stati Uniti per garantire la propria sicurezza”, sottolinea Aziz Alghashian, ricercatore associato al centro studi tedesco Carpo. “Le relazioni con Washington non offrono una vera base strategica, se non la vendita di armi redditizia per gli statunitensi. I paesi del Gcc quindi dovranno fare più affidamento su se stessi per costruire una capacità di deterrenza”.

“Anche se le difese aeree intercettano la maggior parte dei missili lanciati, il messaggio che arriva ai governi, ai mercati e all’opinione pubblica è che il Golfo si trova in zona di guerra”, aggiunge Andreas Krieg, esperto di sicurezza in Medio Oriente del King’s college di Londra. “Questo non significa che la protezione statunitense non ci sia più, ma che la percezione di un intervento automatico è stata scossa. La deterrenza si basa in parte sulla fiducia. Una volta che i missili volano verso diverse capitali o basi importanti, diventa più difficile mantenerla”.

Di fatto, i paesi del Golfo non hanno tardato usare toni più duri con Teheran, riservandosi il diritto di rispondere agli attacchi iraniani sul loro territorio. La crisi, inoltre, ha avvicinato il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman (Mbs) e il presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed Al Nahyan (Mbz), le cui tensioni di lunga data erano recentemente venute alla luce. I due leader si sono incontrati telefonicamente per discutere degli attacchi iraniani.

“Sua altezza reale il principe ereditario dell’Arabia Saudita ha espresso la condanna del regno per questi attacchi, la sua piena solidarietà e il suo sostegno agli Emirati Arabi Uniti, e la sua disponibilità a mettere tutte le sue risorse a disposizione degli Emirati in tutte le misure che adotteranno”, ha riferito l’agenzia di stampa ufficiale degli Emirati, Wam.

“Questa crisi rafforzerà senza dubbio l’unità del Consiglio di cooperazione del Golfo”, commenta Dania Thafer. “Oggi c’è una gerarchia delle minacce, e l’Iran è la principale, il che spingerà i paesi a unirsi, almeno per il momento”.

Timori per il futuro

Nel pomeriggio del 28 febbraio, una fonte all’interno dei Guardiani della rivoluzione ha dichiarato che gli attacchi iraniani contro Israele e contro le basi e gli interessi statunitensi nella regione “continueranno senza sosta”, riferiva l’agenzia di stampa Fars.

È una scommessa particolarmente rischiosa per Teheran, sostengono diversi osservatori. “La logica dell’Iran è distribuire il peso del conflitto per impedire a Washington e Tel Aviv di confinarlo al territorio iraniano”, ritiene Andreas Krieg. “Teheran ritiene che se i paesi del Golfo si sentiranno sufficientemente esposti, faranno pressione sugli Stati Uniti per ridimensionare o abbandonare gli obiettivi dell’attacco. Si tratta di una strategia di coercizione attraverso la regionalizzazione”.

Ma con il continuare degli attacchi iraniani, i paesi del Golfo potrebbero autorizzare Washington a usare il loro spazio aereo, che finora hanno negato? “A lungo termine, se il conflitto dovesse continuare e se dovessero giungere alla conclusione che l’Iran li colpirà in ogni caso, alcuni potrebbero ampliare discretamente l’accesso alle loro basi, ma in modo condizionato, strettamente controllato e politicamente accorto”, continua Krieg.

Vari analisti sottolineano inoltre che, nonostante le dichiarazioni di alcuni commentatori israeliani, la crisi non avvicinerà Israele e i paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo, poiché questi ritengono che Tel Aviv li abbia trascinati, insieme al loro alleato statunitense, in una guerra contraria ai loro interessi.

Secondo un alto funzionario statunitense citato dalla stampa, la guerra potrebbe durare a lungo, perché Washington ha pianificato una serie di attacchi graduali, intervallati da fasi di ritiro. Ogni offensiva durerebbe un giorno o due, intervallata da pause per riorganizzarsi e valutare i danni. Una prospettiva che spaventa le petro-monarchie del Golfo, il cui modello economico si basa soprattutto sulla stabilità.

“Il golfo Persico può assorbire shock di breve durata. Quello che gli crea problemi è l’incertezza prolungata”, avverte Andreas Krieg. Se la regione vivrà per mesi sotto il regime di allarmi ripetuti, chiusure intermittenti e attacchi regolari, i costi economici e sociali diventeranno concreti. È proprio per questo che i paesi del Golfo continueranno sicuramente a fare pressioni per ottenere una risposta collettiva che combini deterrenza e dialogo: devono evitare di essere trascinati nella guerra di Israele, assicurandosi allo stesso tempo di non essere trattati come uno strumento di pressione dall’Iran senza conseguenze”.

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Cosa succede in Medio Oriente. A cura di Francesca Gnetti. Ogni mercoledì.
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