Il mio viaggio da giornalista ad autista di Uber
Il mio telefono ha fatto “bip”, segnalandomi una corsa. Ho cliccato per accettare e pochi minuti dopo mi sono fermato accanto a un’anziana in un parcheggio di Fairfax, in Virginia, a circa mezz’ora da Washington. La donna ha scambiato qualche parola in spagnolo con l’uomo che era con lei nel buio del primo mattino e poi è scivolata sul sedile posteriore della mia Subaru Outback. La corsa mi avrebbe fatto guadagnare meno di sette dollari.
«Buenos días», ho detto. Lei mi ha risposto allo stesso modo. Era loquace, a differenza delle persone che avevo accompagnato prima. Era nata in Perù, mi ha raccontato, e suo marito è morto due anni fa. Era andato in pensione dopo decenni passati a guidare un autobus. La portava ovunque e ora che non c’era più chiamava Uber per andare al lavoro. L’ho lasciata davanti all’ingresso di un hotel.
La mia prima mattina alla guida per Uber tutti quelli che ho caricato erano latinoamericani o asiatici, e andavano tutti al lavoro. I miei primi tre clienti erano professori. Poi ho portato una giovane donna davanti a un ospedale e sua madre a un supermercato che doveva ancora aprire. Ho accompagnato un ragazzo a una grande officina meccanica, un altro a un ristorante della catena Panera Bread e una donna alla porta sul retro di una tavola calda in un centro commerciale.
Ho guadagnato cento dollari in poco meno di cinque ore. Siccome ho 55 anni e la vescica di un bambino di tre, ho dovuto trovare un posto in cui fare pipì tre volte. Benvenuto negli Stati Uniti di Donald Trump, ho sussurrato tra me e me quando sono andato in un parco per fare pipì dietro un albero.
Non conoscevo lo status migratorio di nessuno dei miei clienti. Ma mi chiedevo: in che modo l’attacco miope e violento delle persone che ci servono la colazione, insegnano ai nostri figli, riparano le nostre auto, puliscono le stanze degli hotel e si prendono cura dei nostri malati sta rendendo gli Stati Uniti di nuovo grandi?
Mi sono fatto molte domande da quando il 4 luglio scorso sono tornato negli Stati Uniti per vivere e lavorare, per la prima volta negli ultimi 28 anni. Dopo aver diretto per cinque anni l’ufficio di corrispondenza della Reuters a Ottawa sono stato licenziato perché l’agenzia doveva ridurre i costi. Anche se avevo una casa e i miei figli andavano a scuola non ho ottenuto il permesso di continuare a lavorare in Canada. Quando ho attraversato il confine non mi è sembrato un ritorno a casa. Gli Stati Uniti di oggi per me sono estranei quanto lo era l’Italia nel 1998, quando ho cominciato a lavorarci come corrispondente.
Sono un posto più cupo ora. Una donna, madre e americana, è stata uccisa per strada da un agente federale mentre la Casa Bianca cerca di espellere persone che lavorano sodo e che sognano di offrire una vita migliore ai propri figli. Il dipartimento di giustizia non indagherà sull’omicidio.
Avendo seguito la politica in due continenti, ho visto altri politici usare gli immigrati come capri espiatori. È sempre una strategia letale, soprattutto per gli immigrati. Trump ha bisogno di capri espiatori per distogliere l’attenzione da una ferita profonda: l’incessante crisi della classe media statunitense. Di questo gruppo sociale ho fatto parte per la maggior parte della mia vita. Ma non più.
In Canada guadagnavo circa 130mila dollari all’anno. Guidando, difficilmente supererò i 36.580, che costituiscono la soglia di povertà, e per vivere comodamente nel nord della Virginia ne servono il doppio.
Prima intervistavo presidenti del consiglio e amministratori delegati, e raccontavo disastri umanitari per gruppi editoriali internazionali. Ora fornisco un servizio di base e aspetto che il mio telefono emetta un bip.
Mare nostrum
Per gran parte della mia vita muovermi mi ha dato sia autonomia sia libertà. Ora è grazie al movimento degli altri che sopravvivo.
Vedo la mia stessa fragilità riflessa nelle persone che salgono sul sedile posteriore prima dell’alba: vedove, migranti, genitori, lavoratori che cercano di tenere in piedi vite ai margini. Stiamo tutti improvvisando, tutti a un passo dal peggio a causa di un cambio di rotta o di uno stipendio non arrivato. Per la prima volta nella mia vita non sto più osservando questo mondo precario dall’esterno, taccuino alla mano. Ci sono dentro, dipendente da un algoritmo, e misuro il mio valore in aumenti da cinque dollari.
Da giornalista dipendevo dai tassisti per fare il mio lavoro. Quando l’allora primo ministro canadese Justin Trudeau è andato alla Casa Bianca ho preso un Uber fino a Pennsylvania avenue. Quando il consiglio in carica Silvio Berlusconi ha deposto al suo processo per frode fiscale ho preso un taxi fino al tribunale di Milano. Quando ho intervistato Romano Prodi prima delle elezioni politiche del 2006, in cui ha sconfitto di misura Berlusconi, ho preso un taxi fino alla sede dell’Ulivo.
Per diversi anni ho seguito la rotta migratoria più mortale del mondo, quella che parte dalla Libia o dalla Tunisia e arriva in Italia, attraversando il Mediterraneo. Si stima che dal 2014 circa trentamila migranti sono morti tentando questa traversata, un numero grosso modo equivalente a metà degli statunitensi morti nella guerra del Vietnam. È anche il luogo in cui ci sono più dispersi. Solo Nettuno, dio romano del mare, sa quanti.
All’epoca, mentre documentavo i contorni del fenomeno migratorio, non capivo davvero cosa potesse spingere una persona a tentare un viaggio così pericoloso, soprattutto con dei bambini al seguito. Ora sono più vicino a comprendere quel tipo di disperazione.
Nel 2014 sono salito sulla San Giorgio, una nave della marina militare italiana lunga 133 metri. La San Giorgio faceva parte di una missione chiamata Mare nostrum, cominciata dopo che in un naufragio vicino all’isola di Lampedusa erano morti 368 tra uomini, donne e bambini. La missione ha salvato 150mila persone, ma è stata sospesa dopo un anno sotto la pressione di paesi come Francia, Germania, Gran Bretagna e Paesi Bassi, dove la maggior parte dei migranti si è stabilita dopo il salvataggio. I partiti di destra antimmigrazione stavano guadagnando terreno.
In seguito sono state le organizzazioni non governative a farsi carico dei soccorsi in mare. Nel 2017 sono salito a bordo dell’Aquarius, gestita da due ong. Era un periodo di picco per le traversate. In una sola mattina, al largo della costa libica, l’Aquarius ha recuperato 560 persone a bordo di sei grandi gommoni rinforzati. Provenivano da almeno una decina di paesi, tra cui Nigeria, Sudan, Marocco e Bangladesh.
Dopo essere stati messi in salvo ai migranti è stato detto in varie lingue: “La Libia è finita”. Hanno esultato perché per la maggior parte di loro la Libia era stata un inferno. Spesso erano rinchiusi per mesi dentro dei capannoni, ricevendo poco cibo e acqua, e gli uomini erano costretti a lavorare gratis. A volte bande di trafficanti se li vendevano tra loro come degli schiavi. Gli uomini erano picchiati e a volte uccisi a colpi d’arma da fuoco se cercavano di scappare. Le donne erano stuprate e arrivavano a bordo delle navi di soccorso incinte. So tutto questo perché ho parlato con loro e mi hanno raccontato le loro storie, che ho pubblicato.
Avevano letteralmente solo i vestiti che indossavano. Nemmeno le scarpe. Tra le bambine e i bambini soccorsi ce n’era una di cinque anni, la stessa età della mia figlia maggiore all’epoca. Era terrorizzata e piangeva quando è stata sollevata dal gommone, ma si è rapidamente calmata a bordo dell’Aquarius, e i suoi occhi si sono illuminati quando l’equipaggio le ha dato frutta, snack e un peluche da stringere.
Dopo un po’ di riposo e il tempo di capire che la parte più pericolosa del viaggio era finita, le luci scintillanti della costa siciliana sono comparse all’orizzonte. Indicando e gridando, le persone soccorse sono esplose in applausi e poi in canti. Battendo sui tamburi forniti dall’equipaggio, hanno cantato e ballato fino a notte fonda. Mentre osservavo la festa, non riuscivo a togliermi il sorriso dalla faccia.
Siamo sbarcati in Calabria e da lì ho preso un volo per tornare a Roma. Mentre il taxi sfrecciava per la città, non vedevo l’ora di rivedere i miei gemelli di tre anni — un maschio e una femmina — e la mia figlia di cinque anni. Quando sono entrato a casa, mi sono venuti incontro. “Papà!”, hanno gridato. Li ho stretti forte. Non mi sono mai sentito così fortunato in vita mia.
Un sogno infranto
Quando nel 2019 la Reuters mi ha offerto di trasferirmi in Canada, ho realizzato un sogno professionale. Ero diventato capo dell’ufficio di corrispondenza in un paese del G7, il gruppo degli stati ricchi che cerca una posizione comune sulle principali sfide economiche e politiche del mondo. Anche l’Italia e gli Stati Uniti ne fanno parte. Dopo un paio d’anni ho convinto mia moglie, italiana, a richiedere la residenza, che avrebbe dato a entrambi il diritto di lavorare in Canada anche se avessi lasciato la mia agenzia di stampa. Io avevo solo un permesso per lavorare nella mia agenzia di stampa.
Ho assunto un avvocato specializzato in immigrazione per mettere insieme la domanda. Dopo un anno di ritardi dovuti alla burocrazia, mi è stato chiesto di presentarla nel 2023. In Canada queste procedure sono regolate da un sistema a punti e funzionano solo su invito.
Pochi mesi dopo sono stato licenziato a causa dei tagli dovuti alle difficoltà nel settore dell’informazione. La disoccupazione ha indebolito la mia domanda e non sono mai più stato invitato a presentarla. Il grande e gentile Canada, il paese in cui pensavo di vivere almeno finché i miei figli non fossero diventati adulti, mi ha masticato e sputato.
Non potevo lavorare legalmente, nemmeno per Uber. Quando sono stato licenziato tutta la mia famiglia ha perso l’assistenza sanitaria pubblica, e quella privata praticamente non esiste. Non avevamo un medico di base e, per carità, qualsiasi visita in ospedale avrebbe dovuto essere pagata di tasca nostra. Nonostante avessi buoni contatti, non riuscivo a trovare un datore di lavoro. Il tempo della nostra residenza legale in Canada stava scadendo. Non eravamo più i benvenuti.
Nel giugno 2025 ho venduto casa, l’unica che avessi mai posseduto. Non sapendo quanto tempo mi ci sarebbe voluto per trovare un lavoro a Washington, ho messo la mia famiglia su un aereo a Montreal. Sono volati in Italia, dove potevano vivere senza pagare l’affitto nella casa di un parente, dove erano assistiti dalla sanità pubblica e dove i ragazzi potevano andare al liceo. Dopo averli salutati, ho pianto in modo incontrollabile nel parcheggio dell’aeroporto, senza sapere quando li avrei rivisti.
Dopo una vita passata ad attraversare confini e a raccontare liberamente chi lottava per farlo, non mi aspettavo che uno di questi confini si formasse sotto i miei piedi.
Ritorno a casa
Nell’estate 1997 ho lasciato gli Stati Uniti per insegnare inglese e scrivere articoli da freelance in Romania, quando Bill Clinton era presidente. Seinfeld, Friends e Er erano le serie tv più viste. Men in black era il blockbuster dell’estate. Internet esisteva a malapena ed era usato soprattutto per le email. Gli uomini d’affari avevano i telefoni nelle loro auto, ma nessuno che conoscessi aveva un cellulare. Vivevo in un appartamento a Colorado Springs, in Colorado, con il mio migliore amico del college e pagavamo ciascuno circa trecento dollari di affitto.
In Virginia ho trovato un appartamento su Airbnb. Era il seminterrato di una casa a schiera da condividere con un’anziana donna latina che parlava poco inglese e mi costava duemila dollari al mese. I miei tre decenni in Romania, Italia e Canada finora non hanno fatto colpo chi mi poteva assumere.
Due anni fa mi sono detto: “Se tutto il resto fallisce, proverò con Uber”. Be’, eccomi qui, e non è così rassicurante come pensavo. Credevo di essere diverso dalle persone migranti di cui scrivevo: protetto da un passaporto, uno stipendio, un tesserino da giornalista. Ma gli ultimi due anni hanno spazzato via quell’illusione.
Detto questo, sono ancora relativamente fortunato. Sono un uomo bianco di mezza età con un passaporto statunitense, quindi è improbabile che sia prelevato per strada dall’Ice. Ho qualche risparmio e persone su cui contare.
Impaziente di riavere la mia famiglia, alla fine dell’anno scorso ho cercato un appartamento in affitto più grande che potesse ospitarci tutti. Dopo due rifiuti, dovuti alla paura dei proprietari che non sarei riuscito a pagare l’affitto, mio padre, ormai ottantenne, ha fatto da garante per l’affitto di un casa a Fairfax da tremila dollari al mese.
Le mie abitudini da appartenente alla classe media sono dure a morire. Voglio ancora che i miei figli abbiano ciò che desiderano per Natale, anche se è un computer costoso. Voglio ancora che ciascuno dei miei tre adolescenti abbia la propria stanza. Voglio ancora che ricevano quel tipo di istruzione che negli Stati Uniti si trova soprattutto nelle aree a reddito medio o alto, e sono disposto a pagare un affitto più alto per questo.
Mia moglie è rimasta in Italia, dove le è garantita un’assistenza sanitaria pubblica e si sente più al sicuro dopo la nostra disorientante partenza dal Canada. Teme anche di essere espulsa, cosa che è successa in altre coppie statunitensi. Fortunatamente mi hanno raggiunto i miei figli, che hanno cominciato le superiori. Mi sembra di stare costruendo qualcosa nella mia nuova città. Sono ottimista per la prima volta dopo molto tempo, ma capisco anche che l’ottimismo non è la stessa cosa della sicurezza.
Una deriva
Negli anni ottanta e novanta i miei insegnanti e mentori alle superiori e all’università in Indiana e Illinois mi incoraggiavano ad aprirmi a nuove culture e lingue. I miei libri preferiti di allora – tra cui, ma non solo, Sulla strada di Jack Kerouac o Siddhartha di Hermann Hesse – parlavano della conoscenza e della comprensione che nascono solo dall’incontro con quello che non conosciamo.
A 15 anni ho fatto domanda per fare uno scambio culturale e ho trascorso il penultimo anno delle superiori in Italia. Completamente immerso nella casa di una famiglia calorosa, ho imparato la lingua e mi sono adattato alla cultura. L’autostima che ho maturato grazie a quell’esperienza è stata un trampolino per il mio successo da adulto. La famiglia italiana che mi ha ospitato mi è rimasta vicina. La madre è stata una terza nonna per i miei figli. Essere aperti e non aver paura dell’“altro” ha arricchito la mia vita. Ma sembra aver fatto l’opposto di rendermi ricco.
Oggi negli Stati Uniti la mia esperienza all’estero sembra avere poco valore. Peggio ancora, è incompatibile con i valori promossi dalla classe dirigente. Stanno dando potere ad agenti armati per pattugliare le strade delle nostre città alla ricerca dell’“altro” e incoraggiando gli elettori ad averne paura.
Non temo culture o lingue diverse. Ne sono affascinato. La verità è che abbiamo tutti molto in comune. La maggior parte delle persone, qualunque sia la loro nazionalità, rientra in due categorie: genitori che vogliono aiutare i propri figli ad avere successo nella vita e giovani che inseguono i loro sogni.
Quello che mi spaventa davvero è la crisi economica che sta arrivando. Il mercato del lavoro è già una zona di guerra. I dazi faranno inevitabilmente aumentare i prezzi e rallentare la crescita. Far stabilire la politica monetaria alla Casa Bianca causerà un disastro. La classe media già in declino declinerà ancora più in fretta. Non sarà un crollo improvviso, ma una deriva.
Le persone che porto in giro sono, come me, impegnate a fare i conti con questa deriva. Sono vedove, professori, operatori sanitari, meccanici. Sono persone che si alzano prima dell’alba per sfamare le loro famiglie. Si fidano di me per arrivare puntuali al lavoro. Io mi fido di un’app per guadagnare un altro giorno. Nessuno di noi ha un vero potere contrattuale. Come i migranti che sono sopravvissuti alla rotta più pericolosa del mondo, siamo tutti in balia del mare.
Questo articolo è uscito su Substack.