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Tra Washington e Pechino scoppia la guerra tecnologica

Una fiera tecnologica a Pechino, 2 novembre 2019. (Zhan Min, Vcg/Getty Images)

L’amministrazione Trump pensa di aver trovato il tallone di Achille della Cina e ha deciso di colpire dove fa più male. Il punto debole di Pechino sono i semiconduttori, chip elettronici che conferiscono la potenza ai nostri smartphone e computer e di conseguenza sono diventati il petrolio del ventunesimo secolo. Ora Washington vuole approfittare del fatto che la Cina ha ancora qualche anno di ritardo nella produzione dei chip più avanzati.

Gli Stati Uniti hanno adottato nuove misure che avranno come effetto principale quello di privare il colosso della telefonia cinese Huawei di questi preziosi e indispensabili componenti, a partire da settembre. Washington ha già impedito alle aziende statunitensi di vendere qualsiasi componente a Huawei, e in futuro tutte le aziende del mondo che usano elementi tecnologici statunitensi dovranno partecipare all’embargo. Gli americani non sono nuovi a questo genere di pressioni extraterritoriali.

Secondo gli esperti del settore la mossa di Washington mette in pericolo la sopravvivenza di Huawei, orgoglio dell’economia cinese, numero uno al mondo nei dispositivi telefonici e pioniere della tecnologia 5g, con un giro d’affari globale di oltre cento miliardi di euro e circa duecentomila dipendenti.

Huawei è solo la punta dell’iceberg di quella che è ormai una guerra aperta nel campo della tecnologia

Negli ultimi anni Huawei è diventata il simbolo della potenza emergente cinese, e la sua inarrestabile ascesa preoccupa Washington. Un anno e mezzo fa gli Stati Uniti hanno fatto arrestare a Vancouver la direttrice finanziaria dell’azienda, nonché figlia del fondatore, con l’accusa di aver violato le sanzioni contro l’Iran. La donna sta ancora cercando di evitare l’estradizione negli Stati Uniti.

Ma Huawei è solo la punta dell’iceberg di quella che è ormai una guerra aperta nel campo della tecnologia: da un lato abbiamo la marginalizzazione del mercato statunitense, dall’altro l’invito rivolto alle imprese americane di cessare la produzione in Cina nei settori strategici.

Al centro della rivalità è finita la Taiwan semiconductor manufacturing (Tsmc), azienda di Taiwan leader mondiale nel settore dei semiconduttori. Finora la Tsmc era la fornitrice esclusiva di Huawei, ma presto dovrà interrompere i rapporti con l’azienda cinese su ingiunzione degli Stati Uniti. Qualche giorno fa Donald Trump ha infatti convinto la Tsmc a investire 12 miliardi di dollari per installare una fabbrica di chip negli Stati Uniti, creando un asse dominante statunitense-taiwanese. Si tratta di una svolta radicale.

La mappa tecnologica del mondo sta cambiando, perché gli statunitensi non intendono perdere la loro leadership nelle tecnologie più innovative a favore del loro rivale strategico del ventunesimo secolo. Washington è determinata a “disconnettere” le due economie proprio nei settori più importanti, nonostante fino a poco tempo fa si parlasse ancora di economia interdipendente.

La Cina di Xi Jinping ha scoperto le carte con il “piano 2025”, con cui il governo di Pechino ha elencato le tecnologie in cui vuole diventare leader mondiale. Il documento ha messo in allarme Washington, ricordando quello che gli storici chiamano “momento Sputnik ”, dal nome del primo satellite sovietico che fu lanciato nello spazio nel 1957 e fece prendere coscienza agli Stati Uniti del proprio ritardo. Sessant’anni dopo, gli americani adottano la stessa logica contro il nuovo rivale, la Cina.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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