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L’Europa scommette sulla riapertura delle frontiere

Un addetto alla sicurezza all’aeroporto Leonardo da Vinci a Fiumicino, Roma, 7 giugno 2020. (Matteo Trevisan, NurPhoto/Getty Images)

Gli europei possono essere giustificati se pensano che la pandemia di covid-19 stia ormai diventando un brutto ricordo. Il problema è che il caso dell’Europa, più che la regola, appare un’eccezione, in un mondo che è ancora lontano dalla fine dell’emergenza sanitaria.

Il miglioramento della situazione nell’Europa continentale è talmente consistente che la libera circolazione riprende il 15 giugno, anche se probabilmente passerà del tempo prima di ritornare ai consueti movimenti e la prudenza resterà d’obbligo.

Il simbolo di questo cambiamento è il fatto che in settimana 47 voli trasporteranno diecimila turisti tedeschi alle Baleari. Sarà un primo test per le vacanze ai tempi del covid-19, anche se le frontiere spagnole resteranno ufficialmente chiuse per tutti gli altri paesi europei ancora per una settimana, fino al 21 giugno.

Credibilità riguadagnata
Il caos che aveva segnato l’avvento dell’epidemia sul continente, con chiusure unilaterali delle frontiere, ha ceduto il passo a una riapertura ordinata gestita dalla Commissione europea. La situazione non è perfetta e non mancano le eccezioni, ma l’Unione sembra aver riguadagnato un po’ della credibilità perduta.

L’Europa non ha esattamente voltato pagina dal covid-19, ma resta il fatto che il continente, dopo essere diventato il centro della pandemia, è riuscito a frenare la trasmissione del virus abbastanza da permettere questi passi avanti.

La ripresa progressiva degli spostamenti tra paesi è un tentativo di riproporre al livello internazionale i successi ottenuti dai singoli governi nel rallentare, analizzare e isolare i focolai: precisamente ciò che era mancato all’inizio dell’emergenza, costringendoci al confinamento. Ora è importante non fallire questa nuova fase, inizialmente europea e poi globale a partire dal 1 luglio.

Il viaggio del virus da un continente all’altro ha colto impreparata l’Europa, sia sul piano sanitario sia su quello psicologico

L’operazione appare tanto più delicata se consideriamo che in altri continenti l’emergenza è ancora estremamente preoccupante. Secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità il numero di nuovi casi registrati ogni giorno non è mai stato così consistente.

Il viaggio del virus da un continente all’altro ha colto impreparata l’Europa, sia sul piano sanitario sia su quello psicologico, a differenza di paesi come la Corea del Sud o Taiwan, che hanno saputo imparare la lezione dopo essere stati colpiti dalla Sars nel 2003.

Una volta superate le difficoltà iniziali, però, la qualità dei sistemi sanitari, le decisioni sull’isolamento e la disciplina delle società europee hanno fatto la differenza. L’Europa ha superato la prima fase dell’epidemia, ma il virus è andato avanti per la sua strada travolgendo gli Stati Uniti, ancora in piena emergenza.

Oggi il nuovo epicentro è l’America Latina, in particolare il Brasile che paga a caro prezzo la gestione di Jair Bolsonaro. Quanto all’Africa, a lungo apparsa relativamente indenne, sta registrando un aumento dei casi di contagio. La Cina, intanto, ha nuovamente isolato alcuni quartieri di Pechino dopo la scoperta di un focolaio, mentre l’India è in piena crisi.

L’Europa, in questo senso, ha una doppia responsabilità: evitare una seconda ondata e aiutare i paesi più deboli a combattere il virus. Ne va della nostra sicurezza.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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