08 giugno 2020 18:00

Dopo più di due mesi di lockdown, a inizio giugno in tutti gli Stati Uniti sono state cancellate o ammorbidite le misure di contenimento contro il Sars-cov-2. Come in altri paesi, ai cittadini è stato chiesto di tornare alla normalità rispettando una serie di misure di sicurezza – come il mantenimento di una certa distanza e l’uso delle mascherine – per evitare che il ritmo della pandemia cominciasse a crescere rapidamente. Ma più o meno negli stessi giorni sono scoppiate manifestazioni di piazza in più di 140 città per chiedere giustizia per George Floyd, un nero ucciso il 25 maggio a Minneapolis, e per denunciare il razzismo. Le dimostrazioni, che sono ancora in corso e coinvolgono centinaia di migliaia di persone, rendono naturalmente più difficile rispettare le misure di sicurezza e facilitano una nuova diffusione rapida del virus.

Per la verità negli Stati Uniti questo rischio era già molto alto prima che scoppiassero le proteste. A maggio la maggior parte degli esperti, compresi quelli che consigliano l’amministrazione Trump sull’emergenza sanitaria, hanno detto che in quasi nessuno stato c’erano le condizioni – alto numero di tamponi, tracciamento, reattività degli ospedali – per riaprire in sicurezza le attività economiche.

Ma ora tutti gli esperti concordano nel dire che le proteste renderanno più difficile arginare l’epidemia (anche se molte persone manifestano indossando la mascherina). Questo perché naturalmente durante le manifestazioni le persone stanno molto vicine l’una all’altra e perché in quei casi diventa più difficile organizzare interventi sanitari. Ma influisce anche il modo in cui la polizia sta cercando di disperdere la folla. I dipartimenti di decine di città hanno usato tecniche che secondo gli scienziati potrebbero permettere al virus di diffondersi più rapidamente. I gas lacrimogeni e altre sostanze chimiche, infatti, incentivano le persone ad aprire la bocca e a tossire, un comportamento che favorisce il contagio. Inoltre in alcuni casi la polizia ha tenuto le persone arrestate l’una accanto all’altra nelle camionette, senza preoccuparsi del distanziamento. Centinaia di persone arrestate la settimana scorsa sono state mandate temporaneamente nelle prigioni locali, dove spesso ci sono persone positive al covid-19. Infine, molti giornalisti denunciano il fatto che i poliziotti spesso non indossano la mascherina, anche più spesso dei manifestanti.

Senza strumenti
A questo aspetto si aggiunge la mancanza di una strategia sanitaria a livello nazionale, quattro mesi dopo l’inizio dell’epidemia.

Sull’Atlantic, Alexis Madrigal e Robinson Meyer scrivono: “Tra fine maggio e inizio giugno i contagi e i morti sono diminuiti nel nordest del paese, come New York e New Jersey, e questo ha fatto calare il dato nazionale, ma nel resto del paese i numeri sono rimasti stabili, anzi negli ultimi giorni hanno cominciato a salire. Il 5 giugno 22 stati hanno registrato almeno 400 nuovi casi, e 14 stati più il territorio d’oltremare di Puerto Rico ne hanno avuti almeno mille. In sette stati, tra cui Arizona, North Carolina e California, il picco sta arrivando solo adesso”.

D’altro canto, alcuni esperti di salute pubblica sostengono che certe condizioni potrebbero limitare la diffusione del virus tra le persone che sono in strada. Il Sars-cov-2 sembra essere meno pericoloso all’esterno, perché a quanto pare il virus muore o si diffonde in modo meno efficace in un contesto soleggiato e umido. Su questo gli studiosi però stanno ancora cercando risposte definitive. I dati delle prossime settimane negli Stati Uniti daranno qualche indicazione interessante.

In ogni caso l’aspetto più preoccupante, spiegano i giornalisti, è che le autorità si comportano come se l’epidemia non ci fosse più. La squadra di esperti creata da Trump all’inizio dell’emergenza sta cessando le sue attività. La persona scelta dal presidente per coordinare e potenziare i tamponi lascerà il suo incarico a metà giugno.

Al momento gli Stati Uniti contano due milioni di contagiati e più di 112mila morti.