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In Burkina Faso cresce l’ostilità verso la Francia

Una protesta contro la presenza militare francese a Ouagadougou, Burkina Faso, 16 novembre 2021. Le manifestazioni sono cominciate dopo l’attentato del 14 novembre contro un posto della gendarmeria a Inata, nel nord del paese. (Anne Mimault, Reuters/Contrasto)

Per farsi un’idea della difficoltà della missione dell’esercito francese nella regione del Sahel basta osservare quello che accade da giorni in Burkina Faso, uno degli stati colpiti dalla guerra scatenata dai jihadisti.

Un convoglio militare francese composto da decine di veicoli, partito dalla Costa d’Avorio e diretto in Niger, è stato bloccato a più riprese dalla popolazione mentre attraversava il Burkina Faso, e non ha ancora raggiunto la sua destinazione. Molti manifestanti sono rimasti feriti a Kaya, nell’area centrosettentrionale del paese, dove la situazione è particolarmente tesa. Un bambino di 13 anni ha abbattuto con una fionda un minidrone francese ed è stato festeggiato dalla folla come un eroe.

La spiegazione di quello che succede in Burkina Faso è complessa. La popolazione è sconvolta dagli attacchi jihadisti, l’ultimo dei quali, il 14 novembre, ha provocato 53 vittime, tra cui 49 gendarmi. La collera è diretta contro il presidente burkinabé, Roch Marc Kaboré, ma anche contro la Francia, accusata di non proteggere adeguatamente i cittadini del paese e, allo stesso tempo, di complicità con i terroristi.

Prima di tutto esiste una frustrazione legittima davanti a una guerra che mobilita importanti mezzi militari, come quelli del convoglio bloccato, ma che non riesce a fermare il degradarsi della sicurezza nel paese.

I paesi del Sahel.

Intanto è in corso una campagna di disinformazione per screditare l’azione della Francia, che Parigi attribuisce alla Russia e alla Turchia, in base alla quale i francesi armerebbero di nascosto i jihadisti perché se la guerra proseguisse loro potrebbero prolungare la loro presenza militare.

Alcune testimonianze confermano la presenza di bandiere russe alle manifestazioni, come accaduto negli ultimi mesi in Mali, dove sono state organizzate proteste antifrancesi. Nel frattempo arrivano nuove conferme del negoziato in corso tra la giunta militare maliana e la Russia per l’invio dei mercenari dellazienda privata Wagner, vicina al Cremlino.

La situazione è piuttosto imbarazzante per la Francia, in un momento in cui Parigi cerca di riorganizzare la sua attività in Sahel mettendo fine all’operazione Barkhane e concentrando sulla forza europea Takuba le risorse destinate alla lotta antiterrorismo.

La Francia paga la sua cattiva immagine di ex potenza coloniale dal passato turbolento (come ha riportato alla memoria il processo in corso per l’assassinio del presidente Thomas Sankara), ma anche l’incapacità dei governi africani che sostiene. Nel 2017, a Ouagadougou, il presidente francese Emmanuel Macron aveva tentato di lanciare una nuova politica africana. Ma il pantano in cui è sprofondata la guerra nel Sahel ha un impatto negativo su qualsiasi tentativo di cambiamento di rotta e di immagine.

I rapporti tra la Francia e la giunta al potere in Mali sono sempre stati tesi, ma ora i problemi in Burkina Faso e la minaccia di una crisi in Niger, paese chiave per la strategia francese, incrementano la sensazione di aver raggiunto un’impasse nel Sahel. La risposta non potrà essere unicamente militare. Purtroppo Parigi non sembra avere le risorse per affrontare la situazione.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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