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Serve un piano B per evitare lo scontro con l’Iran

Teheran, 31 gennaio 2022. La torre Azadi illuminata per il capodanno cinese. (Ambasciata cinese in Iran/Xinhua/Eyevine/Contrasto)

Davvero lo scontro con l’Iran (sarebbe l’ennesimo in questo periodo cupo) è diventato inevitabile? In quale momento gli Stati Uniti e i loro alleati europei riterranno che gli sforzi diplomatici sono in fase di stallo e che è diventato impossibile impedire con il negoziato al regime di Teheran di accedere alla “soglia” nucleare e sviluppare l’arma atomica? È il grande fallimento dell’amministrazione Biden, che nel gennaio del 2021 sperava di ridare vita all’accordo internazionale del 2015, spettacolare successo di Barack Obama. Nel 2018 Donald Trump aveva ritirato gli Stati Uniti dal trattato, aprendo la strada alla ripresa del programma nucleare iraniano in assenza della “carota” della cancellazione delle sanzioni economiche statunitensi.

Dopo un anno e mezzo di negoziati intensi e complessi, l’intesa era sembrata vicina, ma il cambiamento del contesto internazionale ha spinto Teheran a tergiversare. L’invasione russa dell’Ucraina e la polarizzazione internazionale crescente, la possibilità di una vittoria dei repubblicani alle elezioni di metà mandato (che renderebbe impossibile la ratifica di un nuovo accordo) e la prospettiva di raggiungere a breve la soglia nucleare hanno convinto l’Iran a correre il rischio di forzare lo scontro. I diplomatici occidentali ritengono che tra pochi mesi Teheran potrebbe superare la soglia, ovvero essere in grado di produrre un dispositivo nucleare. Se davvero le cose andranno così il mondo ne risulterà inevitabilmente cambiato.

Due vie
Qual è il piano B in caso di fallimento del negoziato? È qui il problema: non esiste nessun piano B. Le alternative saranno due: convivere con un Iran nuclearizzato, con tutte le conseguenze e l’incertezza che questo comporta, o affrontare Teheran con la forza, come minaccia di fare da anni il governo israeliano, frenato fino a questo momento da Washington. Le due opzioni sono entrambe poco incoraggianti. Un Iran nuclearizzato comporterà automaticamente velleità simili in Arabia Saudita ed Egitto. Quanto a Israele, già in possesso dell’arma atomica (ormai da tempo non è più un segreto), lo stato ebraico non intende permettere che la repubblica islamica possa rivaleggiare su questo campo.

La crisi in arrivo è al centro dell’ultimo valzer diplomatico, dalla visita di Joe Biden in Arabia Saudita e Israele ai contatti sempre più stretti tra i leader iraniani e la Russia di Vladimir Putin (e la Cina). Davanti a questa situazione si è tentati di parlare di due blocchi contrapposti, ma la realtà è più complessa. L’alleanza stretta dagli Stati Uniti con Israele o con il regno wahabita lascia un importante margine di manovra per gli attori regionali, mentre russi, cinesi e iraniani sono tutto fuorché un blocco coerente come ne esistevano in passato.

In ogni caso, nel clima di tensione generale a livello internazionale, l’Iran potrebbe trasformarsi in un nuovo test per la contestata leadership statunitense e più in generale per un occidente rinvigorito dalla guerra in Ucraina ma che ha perso importanza relativa in un mondo davvero multipolare.

Ancora una volta l’Europa rischia di ritrovarsi emarginata dalla piega che ha preso la crisi. I firmatari europei degli accordi del 2015 – Germania, Francia, Regno Unito e Commissione europea – hanno fatto tutto ciò che era in loro potere per mantenere in vita l’accordo durante l’era Trump, per poi cercare di rimettere insieme i pezzi dopo l’elezione di Biden. Ma quando sarà sancito il fallimento del negoziato gli europei non avranno un peso altrettanto rilevante davanti al rischio di uno scontro. Quel momento si sta pericolosamente avvicinando, e a quanto pare nessuno è in grado di fermare questa deriva.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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