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Cosa ci dicono le rivolte degli operai nella fabbrica cinese degli iPhone

Pechino, 3 novembre 2022. (Mark R. Cristino, Epa/Ansa)

È una crisi sanitaria, certo, ma non solo. Le immagini degli scontri avvenuti in settimana nell’enorme fabbrica degli iPhone a Zhengzhou, nella Cina centrale, mostrano che la crisi è anche sociale e politica, oltre che un segno della trasformazione in atto nella globalizzazione.

Nella fabbrica della taiwanese Foxconn, in cui lavorano circa 200mila operai e che costituisce una sorta di città nella città, l’esplosione della collera è stata provocata dall’esasperazione per gli isolamenti a ripetizione e da una promessa di premi non mantenuta. Il 24 novembre la direzione della fabbrica ha parlato di “errore informatico” e ha promesso che i premi saranno versati. Ma il danno ormai era fatto.

Sempre il 24 novembre l’intera città di Zhengzhou, popolata da dieci milioni di persone, è stata isolata, e lo stesso è successo anche in alcune aree della capitale Pechino e di altre megalopoli cinesi. Centinaia di milioni di persone in stato di isolamento a fronte di 31mila contagi annunciati dal governo, il numero più elevato da due anni ma anche una condizione in cui altrove si vive quasi normalmente.

Xi Jinping resta inflessibile in merito alla politica dello “zero covid” laddove il resto del mondo ha voltato pagina, compresi i paesi vicini che in precedenza avevano adottato la stessa politica della Cina, come la Corea del Sud o Taiwan. I cinesi sono costretti ad affrontare isolamenti massicci e inflessibili mentre decine di migliaia di persone si riuniscono negli stadi del Qatar per la coppa del mondo di calcio. Davvero è lo stesso pianeta?

L’avvento dei vaccini ha cambiato tutto, permettendo di tornare a una quasi-normalità. Non in Cina

La risposta è legata a una scelta politica. Dopo la prima ondata della pandemia a Wuhan, all’inizio del 2020, la Cina ha chiuso le frontiere. Questa strategia inflessibile funzionava nel 2020, quando tutti erano confinati. Ma l’avvento dei vaccini ha cambiato tutto, permettendo di tornare a una quasi-normalità. Non in Cina, però.

Il vaccino cinese, infatti, si è rivelato meno efficace, in particolare contro la variante omicron, e per orgoglio Pechino non ha voluto acquistare i vaccini occidentali. Il risultato è che la popolazione a rischio è meno protetta. Con un sistema sanitario insufficiente, la cancellazione delle restrizioni provocherebbe una catastrofe.

Il governo è pronto a pagare il prezzo economico e politico di questa scelta. La Cina vive già un forte rallentamento economico, mentre l’esasperazione è ormai palpabile dopo il brutale lockdown imposto a Shanghai in primavera. Il rischio, a questo punto, non è tanto un allargamento delle proteste (questo regime non ha paura di utilizzare la forza) ma la distruzione di un contratto sociale che ha funzionato per trent’anni.

La vicenda riguarda anche la globalizzazione, di cui la fabbrica Foxconn di Zhengzhou è il simbolo assoluto. I problemi per Apple accelereranno una tendenza sempre più netta negli ultimi anni: la Cina “fabbrica del mondo” perde il suo potere di attrazione mentre numerose multinazionali investono in altri paesi dell’Asia. Per la prima volta Apple ha cominciato a produrre i suoi iPhone anche in India, mentre Samsung ha trasferito l’attività in Vietnam.

La politica “zero covid” intransigente della Cina, abbinata alle tensioni geopolitiche tra Pechino e Washington, ha come effetto non tanto quello di “separare” totalmente le economie (sarebbe impossibile) ma di creare un distacco nel campo delle tecnologie più importanti, per evitare di essere dipendenti da un solo paese.

Gli operai di Zhengzhou, loro malgrado, ci mostrano la fine di una caratteristica fondamentale della globalizzazione per come l’avevamo conosciuta.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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