Giorni decisivi per il futuro dell’Iran
L’intensità della repressione della rivolta iraniana e l’orrore che ha suscitato sono stati talmente forti che bisognava fare qualcosa, qualunque cosa. Per questo il 29 gennaio l’Unione europea ha inserito i Guardiani della rivoluzione, la spina dorsale del regime di Teheran, nella lista delle organizzazioni terroriste.
Per farlo serviva l’unanimità dei 27, che è arrivata quando Francia, Italia e Spagna hanno superato le loro reticenze dopo aver evitato a lungo di chiudere gli ultimi canali di dialogo con Teheran. La misura, già adottata da Stati Uniti e Canada, era stata votata dal parlamento europeo tre anni fa, ma i governi europei esitavano. Fino al 29 gennaio.
La repressione – di cui non possiamo ancora misurare con esattezza la ferocia, ma che secondo le organizzazioni per la difesa dei diritti umani avrebbe provocato almeno trentamila vittime – non poteva più essere affrontata solo con comunicati “deploranti” o con gli appelli alla “moderazione”. Ci sono momenti in cui le ragioni della diplomazia non sono più capite dall’opinione pubblica e le sanzioni costituiscono l’unico strumento a disposizione.
Ma dobbiamo essere onesti: questi provvedimenti non potranno in alcun modo fermare o anche solo rallentare la repressione che secondo tutte le testimonianze è ancora in corso in Iran. Quello di Teheran è un regime disperato, che considera una minaccia esistenziale la rivolta cominciata a fine dicembre nel bazar della capitale. È un regime che sta giocando la partita per a propria sopravvivenza, per cui le minacce degli europei non sono in cima alla lista delle preoccupazioni.
La scelta dei 27, però, non è solo simbolica, perché contribuisce alla delegittimazione di un governo sanguinario. Per Teheran la principale minaccia è costituita chiaramente dalle truppe militari ammassate da Donald Trump nella regione, che potrebbero colpire di nuovo l’Iran dopo i bombardamenti del giugno scorso durante la cosiddetta guerra dei dodici giorni con Israele.
Pressione massima
La faccenda è piuttosto complessa, anche se molti iraniani, disperati per la violenza della repressione, ormai sperano che il fuoco statunitense si abbatta sul regime.
All’inizio di gennaio Trump aveva sorpreso tutti minacciando di colpire militarmente l’Iran se il regime avesse sparato sui manifestanti, prima di fare marcia indietro.
Oggi tornano le minacce, ma stavolta Trump chiede un accordo sul nucleare e sul programma balistico di Teheran, nonostante la repressione sia ancora in corso.
Forse il presidente statunitense spera di poter approfittare dell’estremo indebolimento del regime per ottenere le concessioni necessarie a siglare un accordo migliore rispetto a quello negoziato da Barack Obama nel 2015, rinnegato dallo stesso Trump in occasione del suo primo mandato.
Sarebbe un successo di cui il presidente statunitense si vanterebbe all’infinito, ma che comunque non cambierebbe la natura del regime. Per il momento le trattative a porte chiuse non vanno da nessuna parte, e tra l’altro aumentano le possibilità di un attacco statunitense contro l’Iran.
Intanto gli Stati Uniti stanno esercitando una pressione massima sull’Iran senza avere un’idea chiara di quali saranno le conseguenze, magari con la speranza segreta di aprire crepe all’interno del regime in crisi, come già successo in Venezuela. I prossimi giorni saranno decisivi per un paese sotto shock a causa della più brutale repressione della sua storia.
(Traduzione di Andrea Sparacino)