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Il sogno impossibile di Leila Shahid

Leila Shahid ad Ajaccio, Corsica, 2010 (Stephan Agostini, Afp)

Ambasciatrice dei giorni della speranza, Leila Shahid è morta nell’ora della disperazione per i palestinesi, dopo aver assistito con orrore alle tragedie degli ultimi due anni nella sua casa in Francia.

Shahid aveva cominciato il suo mandato come ambasciatrice della Palestina nel 1994 in Francia, all’epoca degli accordi di Oslo, e pochi mesi dopo la storica stretta di mano tra Yasser Arafat e Yitzhak Rabin. Nel giro di poco tempo si era affermata come portavoce efficace della causa palestinese.

Nata a Beirut, in Libano, in una famiglia palestinese in esilio, sposata con uno scrittore marocchino, Shahid è stata una personalità affascinante per i mezzi d’informazione francese negli anni in cui ha rappresentato la Palestina in Francia (1994-2005), prima di trasferirsi a Bruxelles e lavorare per le istituzioni europee.

Sostenitrice del compromesso di Oslo, Shahid sperava che quel processo potesse condurre alla nascita di uno stato palestinese, anche se la parola “stato” non figurava nell’accordo. Trent’anni dopo, quella speranza è stata sepolta.

Quando ho saputo della sua morte, ho ripensato a una scena che riassume la sua personalità eccezionale. In occasione della partenza dell’ambasciatore israeliano in Francia, l’intellettuale Élie Barnavi, il ministero degli esteri francese aveva organizzato un pranzo d’addio con numerosi invitati. Barnavi aveva fatto il suo ingresso nella sala da pranzo del Quai d’Orsay tenendo per mano Shahid. Oggi un fatto del genere sembra fantascienza.

Segno dei tempi che cambiano, e non in meglio, dopo il 7 ottobre 2023 la radio France Inter li ha raggiunti al telefono per farli riparlare, essendo stati due protagonisti di tanti dibattiti negli anni novanta. Ma tra Shahid e Barnavi il dialogo era ormai impossibile, perché le emozioni e la rabbia avevano compromesso la loro complicità passata, anche se in fondo non erano poi così lontani, sia rispetto all’attacco condotto da Hamas contro Israele sia verso il governo israeliano e i suoi ministri di estrema destra.

All’interno della costellazione palestinese, Shahid era stata vicina alla corrente favorevole a quella che era chiamata la pace dei coraggiosi, basata sul riconoscimento reciproco tra i due popoli e la condivisione della terra.

Ma negli ultimi tempi – dopo il fallimento di Oslo, la seconda intifada all’inizio degli anni duemila, il dominio di Hamas a Gaza e l’espansione delle colonie in Cisgiordania – in privato Shahid si mostrava doppiamente critica, sia nei confronti di un’Autorità palestinese diventata impotente sia rispetto a una comunità internazionale che volgeva lo sguardo da un’altra parte.

La morte dell’ex ambasciatrice arriva mentre la Palestina è sottoposta al piano Trump. Il 19 febbraio si riunirà il cosiddetto consiglio di pace del presidente statunitense, ma non vediamo come questa istituzione traballante e illegittima possa ottenere una pace degna di questo nome.

Nel frattempo il governo di Benjamin Netanyahu procede a un’annessione della Cisgiordania, mentre un ministro di estrema destra israeliano promette l’espulsione dei palestinesi senza essere smentito da nessuno. Sono lontani i giorni in cui Leila Shahid difendeva il compromesso con le unghie e i denti. Quello che resta oggi è solo un ricordo lontano, spazzato via dalla violenza.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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