Il biglietto d’invito è magnifico: “Il presidente degli Stati Uniti invita i capi di stato e di governo a firmare la Carta del Consiglio di Pace (Board of Peace), giovedì alle 10.30 a Davos”. Dietro queste belle parole, però, si nasconde una trappola, come succede spesso quando si parla di Donald Trump.

Di cosa si tratta? In teoria questo consiglio di pace dovrebbe supervisionare l’attuazione del piano di Trump per la Striscia di Gaza, come previsto dalla risoluzione 2803 approvata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il 17 novembre, sull’onda del cessate il fuoco a Gaza. Ma è qui che la faccenda si complica.

La risoluzione dell’Onu, infatti, assegna un mandato di due anni a questo consiglio, mentre la carta che Trump vuole fare firmare non prevede limiti di tempo né fa alcun riferimento a Gaza. Il testo, invece, invita i paesi coinvolti ad “avere il coraggio di separarsi da approcci e istituzioni che troppo spesso hanno fallito”. Un chiaro riferimento alle Nazioni Unite.

Da qui all’idea che Donald Trump stia creando un’istituzione destinata a sostituire l’Onu e a gestire i conflitti nel mondo sotto la sua autorità il passo è breve.

La Francia è stata il primo paese a dire esplicitamente quello che pensano tutti. Il presidente francese Emmanuel Macron si è rifiutato di partecipare e per questo si è attirato le ire di Trump, compresa la minaccia di dazi supplementari del 200 per cento sui vini e gli champagne francesi. Ieri il ministro degli esteri francese Jean-Noël Barrot ha messo i puntini sulle i davanti al parlamento: “Diciamo ‘no’ alla creazione di un’organizzazione […] che sostituirebbe le Nazioni Unite”.

Ma c’è dell’altro. Trump ha promesso ai leader stranieri che gli verseranno un miliardo di dollari un seggio permanente nel consiglio di pace, mentre gli altri avranno un mandato limitato a tre anni. Sembra una specie di Consiglio di sicurezza, ma con le poltrone in vendita e chiaramente presieduto in modo automatico e arbitrario da Trump.

Imbarazzi e ostilità

È uno strano miscuglio di denaro, benevolenza del principe e assenza totale di trasparenza, il tutto teoricamente al servizio della pace nel mondo.

Tra le decine di paesi inviati, solo quattro hanno confermato finora la loro partecipazione: il Marocco, l’Argentina di Javier Milei, l’Ungheria di Viktor Orbán e il Vietnam. Israele ha criticato la presenza della Turchia e del Qatar, ma di sicuro finirà per allinearsi. Vladimir Putin, invitato, non ha ancora risposto. Gli altri sono imbarazzati, ma temono l’ostilità di Trump.

È una situazione assurda. In passato era stata la Cina a essere accusata di manovrare istituzioni potenzialmente rivali dell’Onu, come i Brics e la loro banca per lo sviluppo, l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai o la nuova via della seta. Oggi invece sono gli Stati Uniti di Trump a mettere tutta la loro potenza a sostegno di una struttura che dominano.

Chi si oppone tanto all’egemonia cinese quanto a quella degli Stati Uniti farebbe bene a contrastare questa deriva che trasforma tutti gli altri paesi in vassalli di una delle due potenze. C’è ancora tempo per bloccare questa regressione che volta le spalle a settant’anni di tentativi di democratizzazione dei rapporti tra le nazioni, sicuramente imperfetti, ma comunque preferibili alla legge del più forte.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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