Un cessate il fuoco molto fragile tra Iran e Stati Uniti
A novanta minuti dalla scadenza dell’ultimatum di Donald Trump, la miracolosa mediazione pachistana ha permesso di evitare il peggio con un cessate il fuoco di due settimane per poter negoziare un accordo. Il passaggio lungo lo stretto di Hormuz, nel frattempo, dovrebbe essere riaperto.
I due schieramenti cantano entrambi vittoria e sicuramente troveranno una cassa di risonanza per le proprie affermazioni, ma l’accordo è troppo fragile per essere veramente considerato l’inizio della fine di questo conflitto, anche se il mondo tirerà giustamente un sospiro di sollievo per aver scongiurato l’attacco sconsiderato promesso da Trump, con le sue conseguenze tragiche.
Il presidente statunitense è riuscito a evitare due scenari per lui pessimi, quello di un passo indietro senza aver ottenuto nulla e quello di un’escalation militare senza una strategia reale. Trump cercava una via d’uscita e potrebbe averla trovata, ma resta il fatto che non ha ottenuto i successi sperati.
La sua strategia era basata su scommesse avventate e influenzate dalla visione israeliana, che gli è stata “venduta” da Benjamin Netanyahu.
La prima di queste scommesse nasceva dalla convinzione che un ultimatum statunitense accompagnato da minacce apocalittiche avrebbe fatto capitolare i sopravvissuti del regime iraniano che oggi controllano il paese.
Trump dichiarerà sicuramente di aver avuto ragione, ma questa lettura non regge. Prima di tutto perché il regime è ancora in piedi ed è più radicale di prima, con una nuova generazione di Guardiani della rivoluzione al comando. Inoltre, pur riaprendo lo stretto di Hormuz, Teheran non ne perde il controllo. Infine, l’Iran ha ottenuto un cessate il fuoco senza nemmeno promettere di cedere l’uranio arricchito di cui dispone, ovvero uno degli obiettivi iniziali della guerra.
Minacciare di cancellare la civiltà iraniana, erede della Persia millenaria, è stato un atto di profonda arroganza, non certo un colpo di genio tattico. I regimi possono cambiare, ma la civiltà persiana non potrebbe mai sparire sotto le bombe.
Tra l’altro non bisogna sottovalutare il fatto che alla minaccia di distruzione delle sue infrastrutture, l’Iran ha risposto promettendo a sua volta di scatenare un’apocalisse nella regione. Evidentemente le migliaia di bombardamenti condotti da Israele e Stati Uniti non sono riusciti a eliminare la capacità di risposta di Tehran. E questa è la seconda scommessa persa da Trump.
La terza, infine, era che la guerra avrebbe provocato una rivolta della popolazione iraniana. Non è stato così. Il regime, ferito ma non distrutto, ha inasprito la repressione durante i bombardamenti, spazzando via qualsiasi protesta.
Lo abbiamo detto fin dall’inizio della guerra: i leader iraniani ritengono di essere impegnati in una battaglia esistenziale a cui si preparano da decenni, dunque per loro la sopravvivenza del regime rappresenta una vittoria, anche se il paese è coperto di macerie.
La partita che si giocherà d’ora in poi sarà molto difficile, perché Teheran sa bene che negli Stati Uniti la guerra è molto impopolare e dunque negozierà con la consapevolezza che nessuno vorrebbe la ripresa dei combattimenti. In tutto questo, mentre i governi cantano vittoria, sappiamo bene chi sono i veri sconfitti: i cittadini iraniani, che hanno vissuto un inferno senza ottenere la libertà che gli era stata promessa.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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